Ora calma, le provocazioni dei francesi tradiscono nervosismo da QE, altro che solidarietà. Touché?

Di Mauro Bottarelli , il - Replica


Pochi cazzi, Matteo Salvini ha fatto un capolavoro politico. Chapeau, per usare l’idioma di quei francesi che nelle ultime ore stanno mostrando un nervosismo degno di miglior causa. O forse no. Perché è inutile fare tante dotte o meno dotte disquisizioni, a Parigi dei migranti non frega un cazzo. Anzi, meno ne hanno fra i piedi, meglio stanno. Altrimenti, non si spiegherebbe l’ermetica sigillatura del confine di Ventimiglia o i raid in territorio italiano per fermare e perquisire, udite udite, addirittura un presunto spacciatore di hashish (rivelatosi poi non tale). Mettessero altrettanta foga nel contrasto ai radicalizzati con problemi psichici, tutti tra l’altro ben noti ai medesimi flic, forse avrebbero qualche attentato in meno. Ma qui, come sapete, il capitolo è lungo. E spinoso. Ma c’è dell’altro dietro l’attacco senza precedenti giunto ieri da Oltralpe contro il governo, le cui politiche sull’immigrazione sono state giudicate con estrema eleganza “vomitevoli” dal portavoce di En Marche!, un ex deputato socialista.

E non mi riferisco al pur vero precedente che la presa di posizione di Matteo Salvini ha imposto all’Europa, ovvero la scoperta dell’acqua calda – per molti analisti e commentatori nostrani, pronti a prestarsi al ruolo di quinta colonna delle accuse di Macron e soci in nome della civiltà e della solidarietà – che anche altri Paesi sono dotati di porti e che, quindi, non sta scritto nel Vangelo che qualsiasi nave carica di migranti salvati nel Mediterraneo debba sbarcare per forza in Italia. Stavolta sarà Valencia, domani magari Marsiglia? Una prospettiva che non piace affatto all’Eliseo e che la linea dura del Viminale ha portato drammaticamente allo scoperto, un po’ come la coda di paglia dell’UE, la quale di colpo si è attivata sul tema dei ricollocamenti e dell’equa ripartizione di migranti e rifugiati come mai aveva fatto negli ultimi cinque anni: tu guarda un po’, bastava un bel “vaffanculo” e qualche “no” e magicamente tutto assume un altro contorno.

Ora, attenzione però: gente come Macron è infida, la sua politica estera doppiogiochista fra Germania e USA lo dimostra platealmente e alle porte c’è il vertice europeo di fine giugno, al quale temo che Giuseppe Conte verrà sottoposto a un poco gradevole trattamento di favore da parte di chi vorrà fargli pagare l’alzata d’orgoglio dello scorso weekend. Francia in testa, ovviamente. E Spagna in cerca di legittimazione nell’empireo internazionale del politicamente corretto a seguire, dopo la pantomima del giuramento di Pedro Sanchez in una sala senza crocifisso e in assenza della rituale Bibbia e la formazione di un governo parossisticamente “rosa”, composto da 11 donne e 5 uomini, quasi avere una vagina sia sintomo di ottima amministrazione della cosa pubblica. Macron non è spaventato solo dall’arrivo potenziale di migranti un tempo destinati a quei coglioni dei “les italians” che si prendevano tutto e stavano zitti, in ossequio a un bel patto non scritto per ottenere flessibilità da mancetta elettorale sui conti.

No, lui teme altre due cose. Primo, la sua primazia sul futuro della Libia e dei suoi giacimenti petroliferi, instaurata in maniera un po’ farsesca con i fallimentari vertici fra le parti all’Eliseo e, soprattutto, garantita formalmente dalla benedizione USA ottenuta in cambio degli altrettanto farseschi raid contro la Siria. Vuoi vedere che se davvero l’Italia rivendica un ruolo di mediazione diretta verso Tripoli e Bengasi in nome della sua collocazione geografica e del carico che finora ha dovuto sopportare, questa volta non si limita a portare a casa un accordo raffazzonato con quegli scappati di casa dei sindaci della Cirenaica ma opera in modo strutturale, magari con mandato UE, tanto per consentire a Bruxelles di pulirsi la coscienza per il menefreghismo messo in campo finora, sfruttando come alibi il Trattato di Dublino?

Eh già, un brutto grattacapo. Ma per Macron, ancora peggiore è questo:

un sondaggio del 18 maggio scorso del quotidiano “La Tribune” parla chiaro, il grado di ottimismo e soddisfazione degli imprenditori francesi verso la politica dell’Eliseo è in caduta libera. E per uno che è stato spedito come un miracolato alla presidenza della Repubblica per fare una cosa sola, ovvero attuare il piano Attali di devastazione del pur paludato e quasi sovietico mercato del lavoro francese, un risultato del genere suona molto come pre-avviso di sfratto. Oltretutto, con il Paese permanentemente ostaggio degli scioperi nel settore dei trasporti, dalle ferrovie ad Air France, proprio all’immediata vigilia della stagione turistica. E al netto di questo,

ovvero il fatto che la Francia, a livello di investimenti diretti, era leader in Europa e destinata ad essere la beneficiaria maggiore del Brexit: il quale, giova ricordarlo, stasera potrebbe ricevere un colpo mortale, visto che a Westminster si votano tre emendamenti chiave sulla legge nazionale che lo regola, tali da poter costringere Theresa May addirittura alle dimissioni. Staremo a vedere. Ma ecco che, a mio avviso, occorre dare un’occhiata ad altro ancora, a qualcosa di così sistemico da far tremare le vene ai polsi e, per questo, in grado di giustificare anche il livello di sbroccatura raggiunto ieri dalle autorità francesi verso il governo italiano:

il grafico ci mostra come, nonostante la detenzione di debito italiano da parte di banche e soggetti esteri oggi sia la metà di quanto non fosse nel 2008, la Francia recita ancora la parte del leone. Quindi, esposizione tutt’altro risibile verso l’Italia un po’ ribelle e un po’ sfrontata di Salvini e Di Maio. Direte voi, Parigi ha tutto da guadagnare nel puntellare il nostro Paese e, soprattutto, la percezione di rischio verso i suoi conti pubblici, avendo in pancia BTP per un controvalore in grado di fare male (contando anche la valangata di italica carta nei bilanci della franco-belga Dexia). E invece no, almeno nel breve. Almeno fino a quando Mario Draghi non svelerà e carte riguardo la fine del QE, attesa per il 30 settembre prossimo. E quel giorno pare arrivato, perché domani nella riunione in trasferta a Riga del board BCE, il mercato si attende delle indicazioni non più di massima ma con delle certezze. Arriveranno? Ne dubito. O, magari, solo sulla carta. L’appuntamento, formalmente, è infatti il più importante per i mercati dal famoso discorso del “whatever it takes” del 2012, tanto per capirci. Ed ecco che questo grafico

ci mostra l’evoluzione del programma cosiddetto CSPP, ovvero quello di acquisto di bond corporate da parte della BCE, il primo grande strappo di Draghi rispetto al mandato originale del programma di stimolo, quello che fece infuriare Schaeuble e Weidmann, i quali accusarono il numero uno dell’Eurotower di distorsione dei mercati e sostegno nemmeno troppo velato dei Paesi periferici e dei loro conti disfunzionali. Insomma, come mostra il grafico, togli di qui, togli di là, si arrivò – per giungere a volume e lasso di tempi necessari per rendere efficaci gli acquisti – alla più classica delle classificazioni mark-to-stocazzo, ovvero si compra di tutto, alla faccia del rating di credito di chi emette. Ed ecco ciò che Parigi (e Berlino) hanno gelosamente tenuto nascosto fino ad ora e che, se il buon SuperMario dovesse davvero annunciare il distacco della spina, non solo verrebbe a gallo, mostrando ulteriori ipocrisie dei primi della classe ma anche inviando un segnale decisamente sgradevole all’economia dei due Paesi core dell’UE, il primo con gli imprenditori già delusi dal presidente e della sua politica e il secondo che, alla faccia delle sanzioni contro la Russia e i dazi USA, la scorsa settimana ha registrato un vero e proprio crollo degli ordinativi industriali, giù del 2,5% su base mensile a maggio. Questi grafici parlano chiaro:






alla faccia degli strepiti contro Draghi e delle lezioncine ai membri meno virtuosi del club europeo, sono state proprio le aziende francesi e tedesche a sfruttare maggiormente la finestra di acquisti di bond corporate della BCE e, quindi, a vedere le proprie aziende beneficiare di quel flusso di denaro extra-bancario e a costo zero per finanziare i loro disfunzionali bilanci e cash-flow, a fronte di emissione col badile di carta spesso da parati. E adesso, se quella manna finisce proprio in concomitanza con l’arrivo di una nuova crisi, cosa si fa? E se Trump non scherza e i dazi li mantiene davvero, magari estendendoli al primario mercato automobilistico, come già annunciato dopo il fallimento del G7 in Canada? Vuoi vedere che qui l’unica criticità abbastanza grande per giustificare un ripensamento da parte della BCE si chiama Italia, devono aver pensato i francesi?

E allora, via con il martellamento, tanto più che dopo la telefonata fuori tempo di Macron a Conte, Oltralpe hanno capito in fretta che l’aria che tirava a Roma non era quella di una mediazione continua come con i governi della sinistra succedutisi dopo Monti, quindi l’iniziale appeasement si è tramutato in aperta ostilità, culminata ieri nelle accuse volgari e fuori luogo contro l’esecutivo sul tema migranti. E questi ultimi tre grafici,



relativi all’ultimo sondaggio di Bank of America fra i gestori di fondi parlano chiaro e confermano direttamente i miei timori: per salvare l’eurozona c’è solo una possibilità, mandare in modalità reverse ciò che viene visto come il tail risk principale, ovvero la fine del QE, soprattutto a livello di debito corporate, anche se questo non lo dicono, perché per Parigi e Berlino è molto più comodo e strumentale tenere l’attenzione sull’aspetto sovrano del programma di stimolo. E, altrettanto palese è il fatto che solo l’Italia con il suo debito e il suo governo poco ortodosso rappresenti una liability tale da permettere a Mario Draghi di compiere una marcia indietro politica di 180 gradi, facendo slittare l’uscita dal QE e alimentando ancora per un po’ la stamperia.
Di cui, giova sottolinearlo, hanno grandemente beneficiato le aziende tedesche e francesi, queste ultime in testa. Nostri competitor, fra l’altro. Ecco perché tanto nervosismo da parte dell’Eliseo. Ed ecco perché ora occorre mantenere i nervi saldi e far fare ai francesi la prossima mossa. Quella che potrebbe esporli alle grida dei mercati e del pubblico, quella del proverbiale “il Re è nudo”. Quindi, calma e gesso: come nella miglior tradizione italiana, lasciamoli attaccare. E poi via in contropiede. I tedeschi ne sanno qualcosa, ogniqualvolta intravedono una finale contro di noi.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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