Poliglotta, trattato come Churchill al suo primo G7 e indipendente dai partiti: chi è veramente Conte?

Di Mauro Bottarelli , il - 292 commenti


Scusate ma commentare il G7 appena conclusosi in Canada va oltre le mie capacità di analisi e, soprattutto, sopportazione. Siamo alla pantomima elevata a diplomazia politico-economica, al teatro dell’assurdo, all’irrazionale che diventa regola. Per il mondo intero, il simposio canadese sarà per sempre rappresentato da questa fotografia,

istantanea non tanto di una riunione, quanto di un (dis)ordine mondiale in via di composizione: tutti contro Donald Trump. Tutti tranne l’Italia, di fatto. La quale alla fine si è sì accodata alle conclusioni del documento approvato all’unanimità ma che ha fatto notizia per il suo fronte comune proprio con gli USA per il rientro della Russia al tavolo dei Grandi, di fatto sfidando proprio il veto europeo al riguardo. Veto che, giova ricordarlo, trae origine – così come le conseguenti sanzioni – dalla decisione degli stessi USA di colpire Mosca per la questione ucraina e della Crimea. Già qui, la confusione regna sovrana. Ma si sa, intorbidire le acque è alla base della politica di alto livello. Ed ecco, quindi, che Donald Trump spara il colpo di scena, ovviamente via Twitter:


prima tutto ok, poi, una volta messo il culo sui comodi e presidenziali sedili dell’Air Force One che lo portava a Singapore per l’altra pantomima in programma martedì, l’incontro con lo psicopatico nordcoreano, parte il diluvio di insulti contro il padrone di casa e cerimoniere, quel Justin Trudeau che di fronte al ritardo del presidente USA ha deciso di dare il via ai lavori in ogni caso, tuonando che “io non aspetto i ritardatari”. Ora, se fosse vera la vulgata in base alla quale Donald Trump ha come mandato principale la tutela degli interessi economici USA e la contemporanea lotta contro le elite politiche del politicamente corretto, colpire il premier canadese avrebbe un senso, stante questa situazione tutt’altro che rosea del Paese della foglia d’acero:




ma davvero Trump ha montato questo casino a livello globale per schiantare la concorrenza – a suo dire, sleale – del Canada – magari sullo shale – e affondare il suo primo ministro da copertina, tutto diritti civili e progressismo liberal? Mi pare una sceneggiata degna di miglior causa quella posta in essere dall’inquilino di Pennsylvania Avenue, più legata alle questioni economiche e soprattutto finanziarie interne, soprattutto alla vigilia non solo del meeting con la Corea del Nord ma con la riunione del board della FED. Comunque sia, ripeto, siamo alla recita a soggetto.

Di reale c’è soltanto l’attacco di Trump contro l’export di automobili verso gli USA, perché se da un lato la ratio scorte/vendite sta per far scoppiare quel mercato, in bolla da mal-investment legato al denaro a pioggia della stessa FED e alla politiche di incentivo federale lanciate da Obama e mantenute dal suo successore, dall’altro i prestiti subprime a cani e porci per cercare di smaltire proprio un po’ quelle scorte sta portando i livelli di cartolarizzazione del credito al consumo a livelli di record assoluto. E, quindi, di allarme rosso: cosa c’è di meglio che preparare l’opinione pubblica al botto, scaricando la crisi del settore sulla concorrenza sleale di giapponesi ed europei, tedeschi in testa? Nulla di nuovo sotto il sole, quindi.

Di nuovo, però, in Canada c’è stato dell’altro e che ci riguarda direttamente: l’esordio internazionale di Giuseppe Conte in veste di primo ministro. Ed è stato un successone, in primis – come già accennato – nei confronti dell’America, tanto che Donald Trump lo ha elevato immediatamente al rango di Metternich e, casualmente, nel suo tweet ha detto agli italiani che hanno fatto la scelta giusta. Esattamente il contrario di quanto detto dal commissario al Bilancio UE, Gunther Oettinger, divenuto il nemico pubblico numero uno – al pari dell’arbitro Moreno – dopo la sua sparata sui mercati che insegneranno agli italiani come votare bene. Le parole contano. Molto. E lanciano messaggi precisi, proprio perché immediatamente recepibili a ogni livello grazie al carattere “smart” e nazionalpopolare della comunicazione social. Insomma, Trump amico ed Europa nemica. Equazione semplice e di gran moda, tra l’altro. C’è però dell’altro che mi ha colpito.



Ovvero, non vi pare strano che un misconosciuto professore di diritto privato all’università di Firenze, oltre ad essere perfettamente poliglotta (inglese, francese e tedesco) in un Paese dove l’ex ministro dell’Istruzione aveva la terza media e le lingue straniere sono mediamente viste come il demonio, sia stato accolto al G7, a pochi giorni dall’insediamento, con il coté di polemiche con l’UE e dopo il braccio di ferro con il Quirinale, come fosse un ibrido fra Metternich e Kissinger? Non metto in dubbio le sue capacità, sarà certamente bravissimo, un tesoro che questo Paese deve preservare e proteggere ma qui siamo anche oltre la sindrome Macron, per la quale in molti – più o meno giustamente – mossero più di una perplessità. Il sottoscritto in testa al gruppo. Perché almeno l’attuale inquilino dell’Eliseo era ex ministro, ruolo abbandonato proprio per fondare il suo partito in vista delle presidenziali.

Giuseppe Conte, fino a un mese fa, era un signor nessuno, conosciuto al massimo negli ambienti grillini, anche in questo caso immagino solo in quelli con frequentazioni molto assidue della vita del Movimento. Eppure, di colpo, non solo diventa primo ministro senza che il Quirinale abbia nulla da dire e senza essere stato né votato, né eletto – status che per Lega e 5 Stelle pareva invece una conditio sine qua non, dopo troppi governi “tecnici” e quasi golpistici, non essendo nati dalle urne – ma si presenta al G7 dopo un paio di settimane da pressione da spread come se fosse lui il risolutore, l’ago della bilancia, il policy-maker d’esperienza in grado di sbloccare l’impasse. Ma, soprattutto, trattato immediatamente da pari a pari, non come un parvenu o, peggio, come “un italiano”, basti ricordare al riguardo il siparietto Merkel-Sarkozy.

Cos’è, di colpo con il suo arrivo a Palazzo Chigi, il debito pubblico si è dimezzato? La produttività salita? La criminalità organizzata sparita e debellata? La corruzione un lontano ricordo? La pubblica amministrazione una macchina da guerra stile giapponese o svizzero? Se è così, io non me ne ero accorto. Anzi, mi sono accorto del fatto che l’altro giorno, con grande evidenza, il “Corriere della Sera” lanciava l’allarme, partendo dai dati di maggio relativi ai bilanci pro-quota di Target2: lo scorso mese l’Italia ha patito una fuga di capitali pari a 38 miliardi di euro, il controvalore più alto dal 2012. Casualmente, quando il governo Monti entrava nel vivo della sua azione di “salvezza nazionale” e necessitava di un po’ di terrorismo mediatico-economico per far digerire l’amore calice all’opinione pubblica.

In compenso, però, mi sono accorto di questo:

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tutte interviste, articoli e dichiarazioni emerse e rilasciate nelle ultime 36 ore. Un fuoco di fila senza precedenti che ci dice nell’ordine: che Giuseppe Conte rivendica autonomia dai partiti che sostengono il governo, sottolineando che la linea politica all’esecutivo la fornirà sempre e comunque lui, non i vice-premier e segretari di partito. Che il ministro dell’Economia non intende non solo operare a deficit ma nemmeno mettere minimamente in discussione l’euro e l’Europa. Che quello che doveva essere l’inquilino di via XX Settembre e che invece, per veto quirinalizio sulle sue posizioni troppo euroscettiche, è finito al dicastero dei Rapporti con l’UE (anche in questo caso, un po’ strano, tipo Dracula presidente dell’AVIS) riconosce la primazia intoccabile di euro e mercato unico, pilastri imprescindibili dell’idea stessa di Europa.

Che l’Europa, dopo le minacce non solo dei falchi alla Katainen ma anche delle colombe alla Moscovici, magicamente all’apparire di Conte riapre le porte alla flessibilità, basta che Roma si impegni a ridurre il debito (promessa subito formalizzata a mezzo stampa dal ministro dell’Economia in persona). Che i 5 Stelle, da tutti dipinti come irresponsabili per la loro scelta di priorizzare il reddito di cittadinanza formalmente senza copertura finanziaria, mettono l’altolà ai progetti troppo in deficit della Lega. E, quindi, dei suoi pasdaran economici, gli euroscettici per antonomasia Bagnai, Borghi e Siri. Come dire, la flat tax la vedete con il binocolo. Casualmente, dopo che sulla stessa norma è partita una diatriba anche interna alla stessa Lega e che è stata bocciata senza appello da Confindustria, durante il meeting a Rapallo dei giorni scorsi. E per quanto gli industriali di viale dell’Astronomia siano l’antitesi delle PMI del Nord che fanno politicamente riferimento al Carroccio, dopo aver mandato collettivamente a cagare Forza Italia, il segnale sottotraccia è arrivato. Più o meno mediato.

Il tutto mentre Matteo Salvini ha un’unica priorità, bloccare gli sbarchi che invece di susseguono, in poche ore sono arrivati oltre mille persone solo dalla Libia, con l’Italia che ha mandato in loro soccorso tre motovedette da Lampedusa fra ieri pomeriggio e la notte. E, soprattutto, con Giuseppe Conte che di ritorno dal Canada dichiara che “le ONG non sono il problema”. Chi è davvero Giuseppe Conte? A quali poteri e agende politico-economiche fa riferimento? Davvero pensate che metterà in gioco anche solo un centesimo del suo futuro politico e del suo potere di trattativa, contrattazione e mediazione in ambito europeo (e NATO) per la questione russa, la quale – oltretutto – si gioca su ben altri tavoli? E come mai questo attacco dei 5 Stelle sulla politica economica della Lega, proprio nel giorno in cui si recano alle urne 7 milioni di italiani in 761 comuni chiamati a rinnovare le amministrazioni? Fossi Matteo Salvini, comincerei davvero a preoccuparmi. Fare i conti senza l’oste non è mai una buona idea.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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