Solo un’accortezza: se citate il Financial Times come foglio rivoluzionario, prima leggetelo tutto

Di Mauro Bottarelli , il - Replica


Penso di aver terminato la collezione, adesso. Ieri, seppur sotto forma di domanda, mi sono beccato anche del berlusconiano. Mi mancava. Dopo il comunista ortodosso, il seguace di CasaPound, il nostalgico bossiano (e quindi anti-Salvini di default), il neo-nazista e il dissidente leninista, essere seguace del Cavaliere rappresenta l’ultima mutazione genetico-politica che mi viene attribuita. Zelig mi fa una pippa. Ma la cosa non mi stupisce. Se c’è una cosa che fa paura è proprio l’impossibilità di classificare, di incasellare, di ridurre tutto a stereotipo, di dividere fra bianchi e neri. Soprattutto, fra amici e nemici. Già, perché il fatto che io sia dichiaratamente favorevole a una collaborazione con la Russia e contrario all’immigrazione clandestina di massa deve, per forza, fare di me un ultras di questo governo. Di default, un automatismo.

Quindi, il permettermi il lusso di evidenziare quelle che a mio avviso sono stonature gravi e ontologiche di questa coalizione di governo, destinate in breve tempo a detonare in aperte contraddizioni, è un tradimento in piena regola. Di colpo, sono uno del PD. Sarei favorevole all’immigrazione, perché critico Salvini su aspetti specifici e sono un servo di Bruxelles, perché mi permetto di far notare che lanciarsi – come si sta facendo – in aperturismi acritici verso le strumentali iniziative anti-tedesche degli Stati Uniti equivale a tagliarsi i coglioni per fare un dispetto a propria moglie. Per carità, liberi di pensare di me ciò che volete. Però, vi invito a riflettere. Io ho perso l’entusiasmo per la politica attiva da tempo, mi limito a seguirla per lavoro e per antica passione ma non riponendo più in essa se non che pochissime speranze concrete. E questo è un mio enorme limite, perché spesso esonda in cinismo e iper-criticità, magari anche un po’ aprioristica. Ma mai preconcetta. Noto invece un entusiasmo acritico e fideistico verso questo governo e le sue capacità, quantomeno potenziali, al limite del taumaturgico. Un esempio in tal senso è arrivato ieri.

Mi riferisco a questo,

alla foto di copertina che spiega il titolo dell’articolo. E che vado a illustrare. Partendo dal presupposto che se mi autoproclamassi protagonista del “cambiamento”, alfiere di una rivoluzione, facitore della storia e mi trovassi a citare il “Financial Times” come elemento di suffragio alla bontà delle mie tesi, mi farei vedere da uno bravo davvero, quella ritratta qui sopra è la mia fotografia della prima pagina di oggi del medesimo quotidiano della City, scattata sovrapponendo a quella ufficiale la cover del dorso interno, “Companies and Markets” (lo so, non sono Helmut Newton). Bene, la prima attacca di fatto la BCE, dicendo che ha tentato di influenzare la scelta politica del governo in Italia, comprando meno BTP e facendo così alzare lo spread (la scoperta dell’acqua calda, tra l’altro). Di fatto, un assist alla vulgata complottista sull’asse Draghi-Mattarella-Merkel.

Mentre la seconda – con tanto di grafico – conferma il fatto che grazie allo schermo della BCE e agli acquisti a pioggia della stessa di bond corporate all’interno del programma di QE, proprio le aziende italiane non hanno patito più di tanto – anzi, al minimo sindacale – quello shock da spread. Come la mettiamo? Facciamo come il PD, che riteneva l’Europa stronza a targhe alterne? Oppure, in ossequio alla posizione fieramente anti-tedesca e anti-BCE, obblighiamo le nostre imprese beneficiarie a ridare a Francoforte i soldi ottenuti, il “cuscinetto di salvezza”, come lo definisce lo stesso quotidiano finanziario londinese? Ecco la credibilità del dell’autorevole “Financial Times”, a mio avviso pari a quella di chi lo cita senza leggerlo tutto. O capirlo, cosa ancor peggiore. Peccato che, contestualmente, quello stesso sia ora alla guida del mio Paese, almeno in ministeri e posizioni istituzionali chiave. Ed è la stessa gente che parlava di fake news come strumento del potere, che sanciva l’inutilità desueta della NATO, la necessità di interpellare gli italiani sull’euro con un quesito referendario. Faccio un esempio plastico e non ideologico di ciò che intendo.

Prendiamo uno dei due punti qualificanti della campagna elettorale leghista, la flat tax. In tre giorni di governo effettivo, quante versioni abbiamo già sentito? Prima Bagnai dice che per le famiglie servirà un anno di attesa in più per l’entrata in vigore, mentre per le imprese si parte subito: grazie al cazzo, in quel caso è già in vigore! Poi Siri smentisce Bagnai ma, proprio oggi, scopriamo che di flat è rimasto poco, visto che le aliquote saranno plurime. Infine, la voce in base alla quale il ministro dell’Economia, di fatto colui che veniva spacciato come clone di Savona per sottolineare la scaltrezza dei contraenti il contratto nel buggerare Mattarella, sarebbe favorevole all’aumento dell’IVA per finanziare proprio la riforma fiscale: mai smentita ufficialmente. Di fatto, sul tavolo.

Cos’è questo se non un compromesso pesantemente al ribasso rispetto a un tema che al Nord ha avuto enorme presa elettorale? A mio avviso, di presa sta arrivando quella per il culo, visto le premesse. E viste le priorità dei Cinque Stelle, ovvero il reddito di cittadinanza per il loro elettorato, stra-prevalentemente al Sud: e per quanto tutti dipingano Di Maio come il perdente fra le parti contraenti, giova ricordare che i Cinque Stelle abbiano oltre il 32% contro il 17% delle Lega. Mi scuserete, il mio essere del Nord ma, principalmente, figlio di un operaio dell’ENEL e di una casalinga vedono prevalere sulla speranza, un’etica del lavoro diciamo calvinista e un pragmatismo brutale: temo, anzi ho la quasi certezza, che quelli per il potenziamento dei centri per l’impiego saranno miliardi buttati al cesso. Così come quelli che verranno regalati ai richiedenti il reddito di cittadinanza, una volta che i sondaggi faranno capire a Di Maio e soci che, centri o non centri, tocca partire perché a maggio 2019 ci sono le europee: e parliamo di gente che in alcuni centri urbani del Sud era già in fila agli sportelli comunali la mattina del 5 marzo. Ho elencato fatti, non preconcetti. Almeno, mi pare.

Oggi il primo ministro espressione della maggioranza Lega-5 Stelle, Giuseppe Conte, nel suo discorso al Senato prima del voto di fiducia, ha provato a sintetizzare il programma di governo in punti. Ha parlato per un’ora e 11 minuti: di certo, c’è quindi che come riferimento per l’oratoria ha Fidel Castro. Per il resto, tutto e pressoché il contrario di tutto. Ma era inevitabile che fosse così, perché per quanto si vogliano sottolineare le affinità fra i due partiti, le differenze ci sono. E sono enormi, su punti dirimenti. Non ultimo, il dover rapportarsi con una base elettorale completamente differente, con differenti bisogni, aspirazioni, necessità, idealità. E retroterra politico-culturale. M5S è, di fatto, il partito dei delusi della sinistra. La Lega il grande contenitore della destra, da quella liberale/imprenditoriale e delle professioni a quella che occhieggia al neo-fascismo, inutile negarlo.

Al grillino medio, la lotta all’immigrazione non interessa più di tanto. Quella alla TAV, sì. Per il leghista medio, è il contrario. Su cosa cementeranno la loro unione, sul DASPO ai corrotti, ennesima manovra propagandistica ma inattuabile nei fatti e in punta di codice, al pari delle espulsioni di massa promesse dal neo-ministro dell’Interno e già stoppate dai funzionari stessi del Viminale? Io invidio il vostro entusiasmo e non mi permetterò mai di mettere in dubbio la sua buonafede ma lasciatemi la soddisfazione, pagata a caro prezzo, di essere intellettualmente e professionalmente libero. Anche di dire che sono molti i punti che mi lasciano perplesso, mentre altri mi fanno letteralmente rabbrividire. Se per voi questo è tradire o essere del PD o intimamente berlusconiano, va bene. Ma la patetica malafede dimostrata nella sua edizione odierna dal “Financial Times”, dovrebbe farvi riflettere sullo scontro in atto e sulle dinamiche messe in campo. Di fatto, è come se il “Corriere” avesse scritto in prima pagina che Roberto Mancini è un coglione e nella pagina dello sport che non si era mai vista una nazionale allenata così bene. Peccato che qui si tratti di cose serie, non di una partita di calcio.

La cosa grave, poi, non è la malafede del quotidiano della City e dei suoi mandanti ma il fatto che nessuno si sia accorto di una contraddizione così stridente. Questo mi fa paura: il paraocchi ideologico. E, mi spiace, se i piddini sono stati al governo dei veri campioni di negazionismo ideologico anche di fronte all’evidenza contraria della realtà, questi pochi giorni di “cambiamento” al potere sembrano confermare come, in effetti, siano cambiati in realtà solo protagonisti del reality show e latitudine politica, non l’abitudine allo spirito campanilistica e refrattario al realismo, quantomeno nella sua saggia accezione chiamata dubbio. O, quantomeno, prudenza. Già, questi albori del nuovo potere, mi paiono proprio confermare questo. Oltre all’adagio di Fabrizio De André, troppo spesso citato a sproposito: ovvero, che non esistono poteri buoni. Solo meno cattivi. O più complici.

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