Tentano di spacciare l’ennesima crisi sistemica per l’ennesima crisi sovrana. Ci stanno riuscendo

Di Mauro Bottarelli , il - 134 commenti


Dunque, gli USA hanno il tasso di disoccupazione più basso degli ultimi 18 anni, dopo che venerdì il dato sui nuovi assunti ha segnato un netto +223mila unità a maggio. Non siamo alla piena occupazione ma, di fatto, non manca molto. Ma, al di là dei numeri, conta altro. Questo grafico

ci mostra gli aumenti occupazionali per settore e si notano subito tre criticità: in testa, ci sono sanità ed educazione, la prima con la spada di Damocle della riforma di Obamacare e dei costi assicurativi e la seconda con il debito scolastico ai massimi record, di fatto una questioncina che prima o poi andrà affrontata, a colpi di deficit. O ridiscussione dell’intero sistema. Secondo, a farla da padrone subito dopo ci sono i lavori temporanei, ovvero ulteriore instabilità in un’economia che fin dai tempi del presunto “boom” di Obama ha visto esplodere il numero di baristi e camerieri, professioni necessarie e degnissime ma solitamente poco pagate, meno garantite, dipendenti dalle mance.

Non esattamente un buon viatico, ad esempio, per mettere su famiglia. O comprare casa. Ovvero, l’american way of life. Terzo, la manifattura, un tempo cuore pulsante dell’economia USA, continua a perdere occupati. Certo, occorre segnalare l’inversione di tendenza del commercio retail, voce fondamentale per un Paese che basa il 70% del suo PIL sui consumi ma il quadro, se preso in maniera generale, non è roseo come la reazione delle Borse ha lasciato intendere. E quando un sito istituzionale e tutt’altro che catastrofista o populista come MarketWatch pubblica tre post simili

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nel medesimo pomeriggio, significa che sta mettendo le mani avanti rispetto a un possibile botto in arrivo (la questione afro-americana, per quanto possa sembrare razzista e preconcetta, rappresenta invece un indicatore fondamentale del diluvio di lavori sottopagati in circolazione, visto il trend storico per quella componente etnica della società statunitense). Perché con l’inflazione che comincia a bollire ma, soprattutto, numeri sull’occupazione simili, non stupisce che le possibilità di un aumento del rialzo dei tassi da parte della FED stiano salendo, come mostra questo grafico:

Turchia, Brasile e Argentina, già tremano. Perché questo altro grafico

ci mostra plasticamente come il ritmo degli outflows dai mercati emergenti sia accelerato, visto che la fuga dall’equity EM la scorsa settimana è stata la peggiore per controvalore dal dicembre 2016. Addirittura, nelle ultime 5 settimane le redemptions da equity e debito sono ammontate a oltre 8 miliardi di dollari, al netto di inflows per 235 miliardi dal febbraio 2016. E qualcosa si muove anche nella rotazione da UE a USA, visto che nelle ultime 4 settimane gli inflows verso l’economia statunitense sono stati pari a 23 miliardi, a fronte di outflows dall’Europa di 29 miliardi negli ultimi 3 mesi. Quando, di fatto, non era in atto alcuna crisi politica o sovrana particolare, né in Italia, né in Spagna. Insomma, non solo non c’era alcun segnale di un nuovo 2011 come emerso negli ultimi quindici giorni ma, di fatto, l’eurozona poteva contare ancora pienamente sull’ombrello del QE della BCE. Eppure, i flussi di capitale erano già in uscita. Davvero la FED proseguirà imperterrita la sua politica di graduale normalizzazione della politica monetaria? Questi due grafici,


oltre alle criticità dell’economia reale in molti settori e alle bolle sparse fra equity e debito, porterebbero a dire di no, a meno che non si voglia un super-dollaro in rally: forse c’è in atto un do ut des con Pechino, per garantirsi un ritorno cinese al ruolo di bancomat globale con il suo impulso creditizio nella seconda metà dell’anno, quando servirà di più? Staremo a vedere.

C’è però dell’altro. Di più interessante, di fatto l’argomento reale di questo post. Ovvero, non saremo di fronte a un’altra, l’ennesima crisi di sistema e di liquidità e, tanto per cambiare, le cosiddette elites stanno usando gli allarmi sui mercati e la stampa per camuffarla da ennesima crisi sovrana, ovvero dei debiti degli Stati? Insomma, alla vigilia del decennale del fallimento di Lehman Brothers, qualche romanticone sparso fra Banche centrali, d’affari e governi, vuole regalarci un déjà vu in piena regola? E la questione non è legata unicamente alle ultime due settimane, quantomeno perigliose, vissute da Italia e Spagna in tal senso. Questo grafico

ci dice che il ciclo di deleverage è ufficialmente iniziato, usando come canarino nella miniera i cds delle principali banche tedesche, in chiaro ampliamento rispetto alle controparti statunitensi. E qui arriviamo all’attualità. Con questo,

ovvero il rinnovato stato di emergenza sui mercati di Deutsche Bank, scesa la scorsa settimana sotto quota 10 euro per azione, una rottura psicologica che ha talmente allarmato da aver spinto Angela Merkel e Mario Draghi a fissare un incontro per domani. Ovviamente, la versione ufficiale sarà che il meeting era in agenda da tempo, che il caos attorno a DB rappresenti solo una coincidenza temporale fortuita e che in realtà si parlerà del colore della nuova tinteggiatura di casa Draghi a Francoforte. Balle. Parleranno di DB. E non perché rischi di fallire ma per, appunto, l’effetto psicologico e politico che una crisi del gigante del credito tedesco potrebbe rappresentare per la credibilità dell’eurozona e della Vigilanza bancaria della BCE, la quale ha definito “non problematico” il portafoglio derivati di DB in uno dei suoi ultimi, farseschi stress test. Vediamo qualche numero del gigante dai piedi d’argilla. Il costo per assicurarsi contro il default del suo debito ad oggi è cinque volte quello di Lloyds e il valore del suo titolo è sceso a meno della metà di quello di Unicredit, se misurato rispetto al book value.

Ma, soprattutto, non più tardi del maggio 2007, l’azione di DB valeva più di 150 dollari: significa, al valore attuale, aver perso circa il 90% negli ultimi 11 anni. La vulgata “innocentista” vorrebbe DB piegata dalle continue e pesantissime multe inflittagli dal Dipartimento della Giustizia USA, visto che nel gennaio dello scorso anno la banca tedesca ha “patteggiato” una multa omnicomprensiva di 7,2 miliardi di dollari con le autorità statunitensi, al termine di un lungo braccio di ferro. E’ davvero andata così? Oggi, poi, scopriamo che non solo da un anno il ramo USA di DB è, di fatto, sotto controllo della FED, poiché classificato come “troubled” ma anche che Standard&Poor’s ha tagliato il rating del colosso, portandolo a BBB+, solo tre gradini dal livello spazzatura. DB è la nuova Lehman? Si avvicina un anniversario da brividi? No. Non è questo il problema. Che, invece, è duplice. Primo, DB è ridotta in questo modo perché opera come un hedge fund e non come una banca commerciale. Punto. E questi grafici


ci dimostrano che le multe comminate dalle autorità USA possono aver aggravato la situazione ma non certo averla creata. Quindi, si capisce il nervosismo di Merkel e Draghi ma, ripeto, solo a livello reputazionale, perché al netto del nozionale di derivati in pancia a Deutsche Bank, nessuno – USA in testa – possono permettersi che vada a fare compagnia a Lehman, visto che la catena di controparte sul collaterale darebbe vita a un’ecatombe.

Sgomberato il campo dagli allarmismi e attribuite ai professorini tedeschi le responsabilità che meritano, c’è però il secondo punto: gli USA stanno oggettivamente utilizzando il caso DB a livello politico. E strumentale. Non a caso, sia la notizia della messa sotto tutela da parte della FED, attiva da un anno, che quella del downgrade di S&P’s sono arrivate nel giorno del raggiungimento dell’accordo di governo in Italia fra Lega e M5S, in piena bufera anti-tedesca dopo le parole del commissario UE, Guenther Oettinger e in attesa che, in serata, il “Guardian” travisasse completamente le le dichiarazioni di Jean-Claude Juncker sul nostro Paese, scatenando un’ulteriore tempesta anti-europea. Queste non sono coincidenze, mi pare chiaro. Ma qual è il risultato pratico?

Che la prossima crisi in arrivo, ormai ritenuta ineluttabile anche da chi festeggiava fino a due mesi fa la ripresa globale sincronizzata, è stata trasformata magicamente – e nell’arco di 15 giorni – in una nuova crisi del debito sovrano. Alemo a livello di percezione e comunicazione mediatica. E, soprattutto, in una nuova crisi dell’eurozona, quando invece l’epicentro è ancora quell’America che vede la sua banca centrale controllare con poteri vincolanti il ramo trading della succursale USA di DB e, contemporaneamente, votare misure per un ammorbidimento – tanto per usare un eufemismo – della Volker Rule voluta da Obama dopo la crisi Lehman, ovvero delle normative anti-speculazione più stringenti proprio sul trading. Wall Street, ovviamente, ringrazia. E con pochi mesi che ci dividono dalle elezioni di mid-term di novembre, capite da soli la ratio della mossa ispirata dalla Casa Bianca.

Cosa è cambiato nei conti pubblici di Italia e Spagna nelle ultime due settimane? O in quelli delle loro banche? Nulla. Certo, la politica. Però occorre ricordare che Lega e M5S avevano il medesimo programma anche il 5 marzo, quando risultarono le forze più votate e che un loro possibile accordo era nell’aria da molto prima che gli ultimi 15 giorni. Per quanto riguarda la Spagna, il fatto che il governo Rajoy fosse uno zombie era noto da tempo, la crisi catalana gli ha fatto solo guadagnare qualche mese di vita in nome dell’emergenza. Perché allora, tutti parlano di nuova crisi europea, di eurozona di nuovo a rischio, addirittura di Italia come possibile motore di disgregazione dell’euro? Cosa c’entra l’euro, ad esempio, con i guai di DB? Tanto più che, sul ramo derivati, opera in dollari attraverso la succursale USA? E cosa c’entra, ad esempio, il nostro debito/PIL o il reddito di cittadinanza o il “piano B” del professor Savona con il fatto che la FED, con la sua scelta di normalizzazione dei tassi in un regime di cambi che vede il dollaro già in rally, sta schiantando i mercati emergenti, quelli sì potenziale veicolo di contagio?

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Eppure, basta dare un’occhiata ai social. La reazione media quando compare la questione DB, è la seguente: che cazzo vogliono ‘sti tedeschi, pensassero a Deutsche Bank invece di rompere i coglioni a noi su come votiamo! La stampa, poi, sia tedesca che italiana, sta mettendo il carico da novanta, di fatto veicolando questo messaggio da nuovo 2011, ignorando totalmente le vere ragioni e radici della nuova crisi in arrivo. La quale, quindi, se riuscirà a far additare colpevoli differenti dalla Banche centrali e dall’azzardo morale della finanza, vedrà proprio questi soggetti fare la morale ai presunti “irresponsabili”: ovvero, gli Stati e i loro debiti. I quali, a loro volta, scaricheranno sull’euro “moneta sbagliata” tutte le colpe, mandando completamente in loop la discussione e garantendo l’ennesima impunità a chi, veramente, sta mettendo a repentaglio il nostro futuro per il suo mero profitto, manager di DB in testa.

Ma, attenzione, perché il tutto sottende anche altro, ovvero una finalità politica. Indebolire e mettere sulla difensiva la Germania, significa anche spezzare sul nascere il riavvicinamento fra Berlino e Mosca in atto da inizio anno e culminato il mese scorso con due visite di Angela Merkel a Sochi da Vladimir Putin, al centro delle quali c’era quel Nord Stream 2 già entrato nel mirino delle sanzioni del Dipartimento di Stato e costato all’UE la conferma dei dazi su export di acciaio e alluminio in America scattata la scorsa settimana. E, infatti, ecco che venerdì la Suddeutsche Zeitung rendeva noto che questa settimana al vertice NATO in programma a Bruxelles verrà presa ufficialmente la decisione riguardo l’apertura di un nuovo centro direttivo a Ulm, proprio in Germania, il cui compito sarà “il rafforzamento delle strutture di comando e del contingente NATO in risposta alla politica aggressiva della Russia. La minaccia è percepita principalmente dai membri orientali dell’Alleanza dopo l’annessione russa della Crimea e il supporto ai separatisti filo-russi nell’Ucraina dell’Est”.

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E la questione pare urgente, visto che presa la decisione ufficiale, la costruzione della nuova struttura partirà già a luglio, in modo da essere ultimata ed entrare in funzione entro ottobre 2019. Guerra e debito, le grandi armi con cui si combatte la sfida globale. Attenzione, stanno riuscendo un’altra volta a intorbidire le acque e invertire vittime e colpevoli. Oltretutto, per quanto riguarda l’Europa, mettendoci pericolosamente gli uni contro gli altri. E contro l’euro. Il dollaro e il suo già traballante status di valuta benchmark globale, stante l’attivismo cinese negli accordi bilaterali a livello globale, ringraziano sentitamente. Divide et impera, come sempre.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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