Brexit a rischio? Si sapeva. Ma Draghi ci ha detto che il QE va avanti e le banche, invece, a puttane

Di Mauro Bottarelli , il - 397 commenti


Eviterò di dilungarmi sulla questione Brexit e tenuta del governo britannico: quelli di voi con la memoria più lunga e allenata, si ricorderanno che in ballo c’è una pizza e io le scommesse non le scordo. Come sapete, ho più volte sfidato insulti e sberleffi, sarcasmo e incrollabili certezze sovraniste, dicendo chiaro e tondo che il Regno Unito il Brexit l’avrebbe visto con il binocolo o in cartolina, stante i quattro conti che si sono fatti nel frattempo al riguardo. Ora, il fatto che in un giorno abbiano detto addio al governo May il ministro incaricato di gestire l’addio all’UE, David Davis e il poster-boy di quella campagna isolazionista, il ministro degli Esteri, Boris Johnson, appare più che un indizio che qualcosa scricchioli: sarebbe come se su un pacchetto di riforme riguardanti l’approccio italiano alle normative UE presentato da Giuseppe Conte, nel giro di poche ore si dimettessero prima Matteo Salvini e poi Luigi Di Maio.

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La sopravvivenza del governo non la darei per scontata o, quantomeno, non vedrei in discesa quel particolare provvedimento, di fatto qualificante per l’esistenza stessa dell’esecutivo. Ma tant’è, la May ha già detto che resisterà con le unghie e con i denti, forse convinta che il tempo giochi a suo favore, se riesce a far passare la buriana, stante il caos interno UE sulla questione migranti e la messa in formalina di ogni discussione dovuta alla pausa estiva. Una cosa sola vi faccio notare, prima di ribadire la mia certezza al riguardo e la mia adesione alla scommessa: la stessa May ha presentato il suo irricevibile piano (sembrava fatto apposta per essere bocciato dall’ala dura del partito, quella appunto dell’hard Brexit rappresentata da Davis e Johnson) venerdì, i due ministri si sono dimessi oggi. Di mezzo, cosa c’è stato?

Certo, la strana morte di una cittadina britannica che sarebbe stata avvelenata dallo stesso agente nervino degli Skripal e per cui il ministero della Difesa britannico ha già chiamato in causa la Russia ma, soprattutto, l’accesso dell’Inghilterra alla semifinale dei Mondiali, obiettivo che mancava da 28 anni. Il Paese, stampa inclusa, in questo momento ha un unico mantra – “Is coming home” – e di tutto il resto si potrà parlare soltanto dopo Croazia-Inghilterra di mercoledì sera e, magari, dopo la finale di domenica prossima. Nel frattempo, i vari Blair e Soros lavorano sottotraccia per un nuovo referendum. La rana bollita, a volte, la si narcotizza meglio se, oltre al graduale aumento della temperatura, c’è anche un po’ di sano panem et circenses in diretta sulla BBC.

Capitolo chiuso, chi vivrà, vedrà. Anche perché, scusate ma oggi pomeriggio è successo dell’altro. Di decisamente più importante. E più allarmante. “Un paracadute per le banche dell’eurozona, creando un Fondo di risoluzione unico dal Meccanismo europeo di stabilità, dovrebbe essere reso operativo il più presto possibile e deve essere dotato di procedure decisionali rapide ed efficienti”. Chi lo ha detto? Angela Merkel preoccupata per Deutsche Bank? Emmanuel Macron preoccupato per le eccessive detenzioni di BTP delle principali banche francesi? Pedro Sanchez, conscio che la Spagna non ha banche ma depositi di debiti e leverage? No, il presidente della BCE, Mario Draghi, in audizione alla Commissione Affari economici e monetari del Parlamento europeo.

Ecco cos’altro ha detto, sempre parlando del sistema europeo di assicurazione dei depositi (Edis): “Non dovremmo essere frenati dalla distinzione tra riduzione del rischio e condivisione del rischio. Ricordiamo i progressi fatti sulla riduzione del rischio dalle banche, che in dieci anni hanno alzato del 67% il Common Equity Tier 1. In secondo luogo, la condivisione dei rischi aiuta notevolmente la riduzione del rischio, basti vedere il caso della Federal Deposit Insurance Corporation degli Stati Uniti, che ha risolto con successo 500 banche senza causare instabilità finanziaria”. Ops, c’è puzza di merda lontano un miglio. Davvero un odoraccio. E c’è di peggio, per chi conosce il proverbiale basso profilo e la cautela da premio Valium di Mario Draghi.

Eccolo: “Il quantitative easing fa parte del nostro strumentario. Se ci sarà bisogno di questo strumento lo riutilizzeremo. Adesso non vediamo alcuna condizione per un prolungamento del programma di acquisti di asset oltre le date già comunicate”. E qui, signori, non basterebbe una maschera anti-gas di ultima generazione per sopravvivere. Perché per quanto il governatore della BCE abbia risposto a una domanda diretta, quindi non abbia proferito quella frase di sua sponte, normalmente avrebbe risposto che non si pone il problema di dover utilizzare nuovamente strumenti definiti “straordinari” dalla stessa Eurotower, glissando comunque sui particolari. Qui, invece, dice. E tantissimo. Di fatto ci dice che è caduta proprio la pregiudiziale di eccezionalità, intesa come extra-statutaria, dell’intervento espansivo, il quale ora è nello “strumentario” della BCE. Chissà come l’avranno presa alla Bundesbank, covo di fieri oppositori di ogni manovra che possa essere vista come monetizzazione, de facto, del debito?

A occhio e croce, questa volta staranno zitti. E non perché il mandato di Draghi sia in scadenza e occorra rimanere allineati e coperti in vista della successione, quanto per questo:

se da qui alla revisione del 3 settembre prossimo, Deutsche Bank non metterà a segno una performance da paura, scrollandosi di dosso la concorrenza nientemeno che di Engie SA, dirà addio alla sua presenza nell’indice benchmark europeo, l’Euro Stoxx 50. E tanto per andare sul tecnico e mettere in prospettiva cosa aspetta DB da qui a un mese e mezzo circa, stando alla valutazione di 0,75 centesimi nella gauge dell’indice, significa che nel corso del ribilanciamento dell’Euro Stoxx 50, 33 milioni di azioni del gigante tedesco in mano agli ETF dovrebbero riversarsi sul mercati, 1.9 volte la media giornaliera a 3 mesi del suo volume di trading. Auguroni. Per carità, uscire dall’indice benchmark non vuole certo dire portare i libri in tribunale ma vista la pressione cui è sottoposta Deutsche Bank, un danno anche solo repitazionale simile non farebbe certamente bene alla valutazione del titolo: il quale, giova ricordarlo agli allarmisti eccessivi, diventerà davvero rischioso a livello sistemico solo quando si avvicinerà a 5 euro per azione.

Oltretutto, il rischio è anche quello di vedersi riimpiazzata nell’indice da Unicredit, visto che il titolo della banca italiana è tra i quattro (gli altri sono Kering SA, Linde AG e Amadeus IT Group SA) in procinto di prendere il posto dei quattro peggiori del ranking nella revisione di settembre. Inoltre, attenzione: perché al netto di Deutsche Bank, la questione del Fondo di risoluzione è stata al centro di una disputa preliminare anche all’ultimo Consiglio UE, il quale ha sì dato formale via libera all’utilizzo dei fondi ESM ma rinviando formalmente il via libera all’Europarlamento dopo l’estate. Draghi oggi è stato chiaro: occorre fare in fretta e garantendo da subito poteri efficaci al nuovo Fondo. Significa che servirà in tempi brevissimi, altrimenti un banchiere centrale non invia segnali di panico ai mercati, ancorché dissimulati dietro sorrisi, battute e le solite cazzate sulle prospettive inflazionistiche che fanno ben sperare. Qualcosa è dietro l’angolo.

E, ovviamente, se Draghi ha derogato alla sua solita calma olimpica è perché sa che la stampa domani parlerà principalmente di questo,

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ovvero le sue ovvie parole relativamente alla politica economica del governo, le quali diventeranno quasi certamente la condanna preventiva della BCE a quanto finora fatto (poco) e annunciato (molto) dal nuovo esecutivo. Il quale, è noto, in campo economico non ha certo la mia approvazione assoluta ma dopo cinque anni di governi che, per garantirsi mancette e flessibilità in conto spese elettorale, hanno fatto passare di tutto, ivi compresa la riforma delle banche popolari e di credito cooperativo, senza sentire il bisogno di chiedere almeno l’apertura di una discussione contemporanea su un cambio di governance anche per Sparkasse e Landesbanken tedesche (statali, quindi non sotto vigilanza BCE), sono in molti in questo Paese che farebbero meglio a tacere.

E poi, ovviamente, i giornali ricorderanno l’appello europeista di Draghi all’unità, simbolico nella giornata del Brexit che perde pezzi e ancora la sua messa in guardia degli enormi rischi connessi al protezionismo e, quindi, alla guerra commerciale in atto fra Cina, UE e USA. Tutto, pur di nascondere l’evidenza: ovvero che nonostante QE e quant’altro, siamo daccapo. E per quanto uno possa lavorare di fantasia, è dura incolpare Salvini o Di Maio per le banche europee che, al netto di sempre generosi stacchi cedole ed elargizioni bonus e dividendi,

sono nella merda un’altra volta, oltretutto avendo fornito – nel caso italiano – praticamente nulla a famiglie e imprese della liquidità ottenuta in anni di aste LTRO, emissioni obbligazionarie allegre e tassi a zero. Nessuno dirà che Draghi ha istituzionalizzato il QE oggi e che, soprattutto, la Bundesbank non ha fiatato. E non diranno che, di fatto, ha ordinato alle autorità europee di preparare con la massima urgenza un paracadute per il sistema bancario dell’eurozona, al netto dei rischi di controparte della City tutti ancora da valutare realmente. E attenzione, perché il Giappone oggi ha chiuso le fabbriche di automobili a causa delle devastanti piogge che hanno colpito il Paese, con intere aree isolate e senza luce.

Prepariamoci a una drastica revisione del PIL e di tutti gli indicatori, prepariamoci a un Abenomics che potrebbe aumentare di volume, “grazie” alla meteorologia che, al netto della tragedia di vite umane perse e villaggi distrutti, corre in soccorso della Bank of Japan e del NIKKEI. D’altronde, almeno loro i danni li hanno subito davvero, la FED e il Bureau statistico USA cambiano politiche e indicatori alla cazzo, solo perché d’estate fa caldo e d’inverno fa freddo, quindi Abe e Kuroda sono perdonati in anticipo per ogni ulteriore azzardo monetarista. Ma da ridere, davvero, non c’è un cazzo. Di fatto, lo ha certificato – con un sorriso più teso del solito sulle labbra – Mario Draghi in persona. Ma tranquilli, domani la notizia sarà la “bocciatura” della BCE della politica del governo. Altro che Troika meriteremmo, in quanto a informazione.

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