Cosa non è bitcoin: uno schema di Ponzi, un sistema scoperto, una mania come quella per i tulipani


di Mark E. Jeftovic

“[Bitcoin] non finirà bene, è una truffa… peggio dei bulbi di tulipani… [ma] se foste uno spacciatore di droga, un assassino, cose del genere, è meglio farlo in cambio di bitcoin che in dollari USA.” ~ Jamie Dimon: CEO, JP Morgan

“Titolo: JPMorgan colpevole di riciclaggio di denaro, ha cercato di nasconderlo al regolatore svizzero.” ~ Cointelegraph

Data l’ultima serie di massimi di prezzo storici di bitcoin, i detrattori stanno facendo gli straordinari per dimostrare che la criptovaluta sia uno schema di Ponzi, una truffa, o, perlomeno, una bolla. Stranamente molti di questi stessi detrattori passano molto tempo a fare il tifo per “l’altra bolla”, quella di tutti gli asset: azioni, obbligazioni, proprietà immobiliari, persino gli ETF di ETF.

È facile fare confronti superficiali tra le mele e i cacciaviti sul motivo per cui bitcoin è destinato a fallire, almeno finché non si impiega un po’ di tempo per esaminarlo. Quando l’ho conosciuto per la prima volta nel 2013 e l’ho studiato, mi sono reso conto che “è davvero diverso” e il motivo era dovuto a qualcosa che John Kenneth Galbraith aveva scritto una volta. In “A Short History of Financial Euphoria”, Galbraith scrisse:

Il mondo della finanza saluta l’invenzione della ruota più e più volte, spesso in una versione leggermente più instabile. Tutta l’innovazione finanziaria coinvolge, in una forma o nell’altra, la creazione di debito cartolarizzato in misura più o meno coperta da asset reali. (enfasi aggiunta)

Quando si guarda alla storia, questa frase descrive accuratamente ogni bolla finanziaria dalla mania per i tulipani alla crisi del 2008 e oltre.

Dove non è applicabile è proprio nei confronti di bitcoin. Le criptovalute, almeno al momento, non hanno leva e sono quasi impossibili da acquistare a credito. In altre parole, se le bolle degli asset si gonfiano in gran parte attraverso la leva finanziaria, e comparativamente non c’è alcuna leva in bitcoin, allora è qualcos’altro che lo muove.

Detto ciò…

Il prezzo di bitcoin è secondario

Certo, al momento è uno spettacolo molto eccitante per coloro che sono a bordo. Un cliente di vecchia data mi ha inviato un’email mentre stavo scrivendo questo articolo: “A che punto i profitti di easyDNS riguardo l’accettazione e possesso di bitcoin hanno superato gli effettivi profitti operativi dell’azienda?” Non l’avevo mai considerato, ma un rapido calcolo ha rivelato che anche dopo aver comprato oro (non il mio più grande trade), staremmo parlando di qualcosa che è accaduto l’anno scorso.

Ma l’azione dei prezzi non è ciò che entusiasma riguardo bitcoin e la rivoluzione delle criptovalute. Ciò che è eccitante è che il monopolio centralizzato, controllato dai banchieri centrali, sull’emissione del denaro è finito. Anche se riusciranno a cooptare alcune importanti criptovalute, o ad emettere le proprie, la Legge di Gresham si farà valere in quanto i gestori di capitali selezioneranno una criptovaluta veramente decentralizzata in cui potranno controllare, o avranno la possibilità di controllare, le loro chiavi private per custodire in modo sicuro la loro ricchezza mentre useranno la versione statale per pagare le tasse, ecc.

Qualunque sarà la “moneta digitale” emessa dallo stato nel prossimo futuro, sospetto che sarà centralizzata con la custodia o l’affidamento delle chiavi private. Qualora dovesse accadere una cosa del genere, non dovrebbe nemmeno essere chiamata criptovaluta. Dovrebbe essere chiamata “pseudo-criptovaluta”.

Date le analogie per lo più cattive e le critiche infondate che vengono rivolte a bitcoin, diamo prima un’occhiata a cosa non è bitcoin. Quindi domani, nella Parte II, vedremo cos’è e perché è diverso.

Cosa non è bitcoin: “Coperto da niente”

Questa è la critica di quelle persone che non capiscono che le criptovalute si basano sulla matematica, sull’open-source e sul consenso. Pensano che i bitcoin possono semplicemente essere creati “a volontà” e sono coperti dal nulla.

Lo dicono come se la valuta di riserva del mondo, il dollaro USA, fosse “coperto da qualcosa” e non lo è sin dal 1971; e come se non potesse essere creato a volontà.


Infatti, come ha continuato Galbraith:

Questo è risultato vero in una delle prime apparenti meraviglie: quando le banche scoprirono che potevano stampare banconote e distribuirle ai mutuatari, nonostante eccedessero i depositi di sound money nelle camere blindate delle banche.

Tutte le valute fiat sono scoperte e possono essere create a volontà (questo è ciò che in realtà significa la parola “fiat”), e forse all’insaputa di molti, siamo ora in una lunga guerra globale tra valute. Ogni nazione sta cercando di svalutare la propria valuta contro i propri partner commerciali in modo che possano:

  1. dare ai loro esportatori un vantaggio competitivo;
  2. incamerare le valute più forti per fare soldi sul cambio; e
  3. ripagare i loro debiti in continua espansione con valuta svalutata

Questo è il motivo per cui il potere d’acquisto di tutti sta diminuendo, nonostante accademici di ruolo e banche centrali si lamentino incessantemente di una “bassa inflazione” e di modelli politici che parlano sempre di una “moneta forte”.

Bitcoin non è: “Coperto da niente”
Cosa lo è? Il dollaro USA e ogni altra moneta fiat nel mondo.

Cosa non è bitcoin: “Uno schema di Ponzi”

L’idea che bitcoin, o la maggior parte delle criptovalute, siano “uno schema di Ponzi” è facilmente smentita dalla comprensione di cosa sia realmente uno schema di Ponzi.

Come osservato in CryptoAssets (Burniske & Tartar, 2017), è molto semplice: i nuovi investitori pagano i vecchi investitori.

È importante rendersi conto che in uno schema di Ponzi, i primi investitori sono letteralmente pagati con i fondi che vengono iniettati dai nuovi investitori (a differenza degli investitori successivi che devono pagare prezzi più alti a quelli precedenti per indurli a separarsi dai loro asset).

Finché il numero di nuovi investitori e, quindi, l’afflusso di fondi è in crescita ad un ritmo più veloce dei pagamenti agli investitori precedenti, lo schema di Ponzi va avanti. Quando i pagamenti attesi superano il tasso di fondi in entrata, lo schema di Ponzi finisce.

Non è necessario guardare molto lontano per trovare meccanismi che si adattano esattamente alla definizione: la previdenza sociale è uno schema di Ponzi classico. La realtà demografica di oggi ci presenta la generazione dei baby boomer che lentamente va in pensione e le generazioni successive sono molto più ridotte, penalizzate ulteriormente dal calo dei salari reali, dalla crescente tassazione, dal potere di acquisto in discesa e da ritorni sui risparmi praticamente infimi; questo schema di Ponzi è nella sua fase terminale.

(Dato che questi venti contrari che affrontano le generazioni successive possono essere riassunti con la frase “repressione finanziaria”, è logico che il capitale “fugga” verso qualche risorsa o valuta che sembra resistente ai loro occhi).

Certo, l’attuale mania delle ICO probabilmente include alcuni schemi di Ponzi. Il libro Cryptoassets ne descrive uno ad esempio, OneCoin, oltre a come individuarne tra le varie criptovalute. Sarei stato titubante persino a definire criptovaluta OneCoin. Non era open-source e non aveva una blockchain pubblica.

In bitcoin e in altre vere criptovalute, i primi possessori non ricevono bitcoin dai successivi partecipanti. In effetti sta accadendo esattamente il contrario. I successivi partecipanti devono attirare quelli precedenti affinché si separino dai loro bitcoin. Poiché i bitcoin non possono essere creati a piacimento, vengono estratti ad un ritmo che cala nel tempo (quest’anno verranno estratti circa 640,000 nuovi bitcoin, circa il 3.8% dell’offerta totale).

La domanda di bitcoin sta semplicemente superando l’offerta (per ragioni che discuteremo nella Parte 2). Se la suddetta azione dei prezzi aumenta drammaticamente (ad esempio, il bitcoin diventa improvvisamente la classe di asset con il rendimento più elevato al mondo), si verificherà un ciclo di feedback: sarebbero necessari prezzi sempre più alti per indurre i detentori precedenti a vendere.

Bitcoin non è: uno schema di Ponzi
Cosa lo è? La previdenza sociale

Cosa non è bitcoin: “Una mania simile a quella dei tulipani”

Quanto sopra descritto è la stessa dinamica che si verifica in ogni “mercato toro”, poiché l’acquisto genera più acquisti ed entra in gioco “la paura di perdere il momento giusto”. Si dice che uno dei più accurati indicatori della “felicità” sia strettamente correlato a quanta ricchezza in più si ha rispetto al proprio cognato. Alex J Pollock lo descrive nel libro, Boom and Bust: Financial Cycles and Human Prosperity, come “l’esperienza inquietante di guardare i propri amici diventare ricchi”.

Il trucco sarebbe quello di comprendere quando un mercato toro sfocia nella bolla. Una delle analogie più popolari affibbiate a bitcoin è quella della mania per i tulipani: la bolla finanziaria che si verificò nel 1630 ad Amsterdam con i bulbi di tulipani. Bitcoin viene spesso paragonato a questa mania, e allora mi sono deciso a studiarla per vedere se esistessero per davvero analogie.

Ciò che ho scoperto è che la maggior parte di ciò che conosciamo oggi sulla mania per i tulipani è superficiale e autoreferenziale, derivante in primo luogo da uno dei capitoli del libro di Charles Mackay, “Extraordinary Delusions and the Madness of Crowds” (1841). Sono solo 9 pagine di prove aneddotiche, le quali descrivono i prezzi ridicoli pagati dall’olandese pragmatico e poi come tutto fosse finito in bolla.

Poi ho trovato il libro di Ann Goldgar, Tulipmania: Money, Honor and Knowledge in the Dutch Golden Age, un’indagine più approfondita sull’ascesa e la successiva caduta della cosiddetta Tulipmania. In esso apprendiamo i riferimenti circolari sulla Tulipmania che sono stati tramandati fino ai giorni nostri:

Se seguiamo queste storie nel corso dei secoli, scopriamo quanto siano deboli le loro basi. In realtà, si basano su uno o due pezzi contemporanei di propaganda e una quantità prodigiosa di plagi. Da qui è nata la storia moderna sulla Tulipmania.

Descrive cosa abbia indotto MacKay a scrivere quel capitolo del suo libro:

La fonte principale di Mackay era Johann Beckmann, autore di Beytrage zur Geschichte der Erfindungen, che, come A History of Inventions, Discoveries and Origins, ha visto molte edizioni in inglese dal 1797 in poi. La fonte principale di Mackay erano le preoccupazioni di Beckmann riguardo le speculazioni finanziarie dei suoi tempi, ma le sue fonti erano sospette.

Si basavano principalmente su Abraham Munting, uno scrittore botanico della fine del diciassettesimo secolo. Il padre di Munting, anche lui un botanico, aveva perso denaro con i tulipani, ma Munting, scrivendo nel 1670, non era certo un testimone oculare affidabile. Le sue stesse parole, spesso testuali, provenivano principalmente da due luoghi: il racconto storico del cronista Lieuwe van Aitzema nel 1669, e uno dei più lunghi pezzi di propaganda contro il commercio, il Samen-spraech tusschen Waermondt ende Gaergoedt di Adriaen Roman del 1637. Poiché Aitzema stava basando la sua cronaca su pamphlet, ci è stata tramandata un’immagine della tulipmania basata quasi esclusivamente sulla propaganda, citata come se fosse un fatto. (enfasi aggiunta)

La Goldgar aiuta il lettore a ricercare la vera comprensione della tulipmania dando uno sguardo al 1590, quando non c’erano tulipani in quella che oggi è l’Olanda, o, di fatto, in tutta l’Europa. I giardini erano puramente funzionali, progettati per la coltivazione di cibo, erbe o medicinali. Poi i tulipani e altre curiosità iniziarono ad entrare nel Paese e in Europa dalle navi mercantili che commerciavano nel Mediterraneo e nell’Estremo Oriente.

Apparve per la prima volta il “giardino dei fiori” ed era spettacolare, dando origine ad un intero movimento di collezionisti e appassionati che, all’inizio, erano ricchi. Negli anni successivi sempre più persone cercarono, e poi specularono, il commercio dei tulipani non solo per il profitto, ma per entrare in quella che percepivano essere una classe economica o uno status superiore.

A rischio di semplificare il suo lavoro, il commercio dei tulipani si intrecciò con quello dell’arte.

Il collezionismo nel mondo dell’arte sembrava andare a braccetto con la raccolta dei tulipani. Ciò significava che la mania dei tulipani era parte di una mentalità molto più grande, una mentalità fatta di curiosità, di eccitazione e di collegamento tra i mondi apparentemente disparati di arte e natura. Inserì anche il tulipano in un mondo sociale in cui i collezionisti cercavano uno status sociale e cercavano di rappresentare sé stessi come conoscitori l’uno dell’altro e di sé stessi.

Più ho approfondito la comprensione della mania dei tulipani, più non potevo fare a meno di pensare che l’analogia fosse più applicabile ad una “classe di asset” diversa che fu protagonista di una bolla epocale, ma non bitcoin o le criptovalute. Per sostenere il mio punto, bitcoin non è stato spinto dall’arte, dalla bellezza o da alcuna parvenza di collezionismo, ma è emerso principalmente come una resistenza alla repressione finanziaria.

Qualcosa che è stato spinto dall’unicità e, fino a poco tempo fa, ha goduto di un’azione stratosferica sui prezzi erano i nomi di dominio. Non è questo il luogo dove condurre un post-mortem di quella bolla, ma basti dire che le caratteristiche dei nomi di dominio assomigliavano più a quelle dei bulbi di tulipani rispetto a bitcoin. (Per coloro interessati, ho scritto un lungo saggio su questo argomento qui e qui.)

Bitcoin non è: una mania dei tulipani
Cosa lo è? I nomi di dominio

Se Bitcoin non è un dispositivo digitale supportato dal nulla, né uno schema di Ponzi, né una mania simile a quella dei tulipani, allora che cos’è? Perché è sbucato fuori dal nulla per diventare l’asset/valuta più performante e in più rapida crescita al mondo?

Quando ho iniziato a scrivere questo articolo, non ero sicuro di me stesso. Dovevo tornare nella mia biblioteca e cercare di trovare un antecedente per quello che stava succedendo. Dopo aver guardato alle origini del denaro stesso, non ero ancora più vicino ad un modello mentale che “funzionasse”.

Poi, verso le 2 di notte dell’altra notte, mi sono svegliato consapevole che stavo cercando nel posto sbagliato e tale idea mi ha colpito con una tale forza che ho avuto difficoltà a riaddormentarmi.

Ve lo dirò nella seconda parte. Ma nel frattempo vi lascio con un altro CEO di una mega banca, la cui interpretazione di tutto questo è molto diversa da quella di Jamie Dimon. L’amministratore delegato di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, riflette sul motivo per cui è del tutto plausibile che il denaro possa evolvere dalla cartamoneta fiat a qualcosa basato sul consenso. Queste sono solo alcune delle osservazioni veramente straordinarie che provengono da un uomo nella sua posizione.

Blankfein Not Comfortable With Bitcoin But Is Open to It

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/


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