Il complotto del MEF? Un gioco delle parti per far saltare Boeri. E “avvisare” il Deep State de noantri

Di Mauro Bottarelli , il - 143 commenti


Se è come penso io, gli azionisti di maggioranza del governo – leggi Salvini e Di Maio – non sono affatto sprovveduti come credevo. O, quantomeno, hanno consiglieri di livello alle spalle. E queste ultime, le hanno coperte. Non chiedetemi da chi ma non dal primo funzionario che passa, immagino. Ieri, come avrete sentito e letto, è esploso il caso “Decreto dignità”, ovvero la denuncia del ministro del Lavoro rispetto a una “manina” che lo avrebbe modificato subito prima che questo arrivasse sul tavolo del presidente della Repubblica, corredandolo delle famose cifre in base alle quali il provvedimento porterebbe con sè l’effetto collaterale di 8mila posti di lavoro in meno. Immediata era giunta la risposta del MEF, ovvero del ministro Giovanni Tria, nella quale si negava decisamente ogni possibile ritocco o intervento: excusatio non petita, accusatio manifesta?

Così pareva, vista anche la reazione a caldo della stesso Di Maio alla replica di via XX Settembre: “Chi ha mai chiamato in causa il MEF?”, come dire che la prima gallina che canta ha fatto l’uovo. Boom! Titoloni ad effetto: i grillini tornano alla vecchia strategia del complotto e la divaricazione fra partiti e ministero dell’Economia si amplia sempre di più, dopo i continui distinguo rispetto all’atteggiamento da tenere rispetto ai diktat europei sui conti e alle coperture finanziarie dei provvedimenti in cantiere, flat tax e reddito di cittadinanza in testa. E invece, passata la nuttata, come diceva De Filippo ed ecco:

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i due ministri, lungi dall’essere l’uno contro l’altro, sono invece ben coalizzati nella volontà di scoprire quale sia e da dove sia giunta la “manina” incriminata ma, soprattutto, nell’accusare l’INPS. Leggi, Tito Boeri, il quale nell’ultimo periodo ha recitato il ruolo della Boldrini di turno, praticamente invitando ogni pensionato e lavoratore italiano a recarsi in un porto, attendere l’eventuale sbarco di clandestini e ringraziarli sentitamente per il loro insostituibile ruolo nella sostenibilità del nostro sistema previdenziale. E, poco dopo, ecco il secondo siluro, direttamente da Mosca:
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destinato a passare alla storia come “l’editto russo”, al pari di quello bulgaro di Berlusconi contro Biagi e Luttazzi, ecco che Matteo Salvini recapita un bell’avviso di sfratto allo stesso Boeri, dopo averlo già avvisato nei giorni scorsi. Il nodo, sempre lo stesso: ovvero, avere una quinta colonna a capo dell’INPS, istituto che dovrebbe preoccuparsi di previdenza e non di politiche migratorie, tanto più che l’esempio tedesco parla chiaro rispetto al reale impatto dell’immigrazione sui conti pubblici, in primis il drenaggio di fondi del welfare. Insomma, se è come sembra, il buon Boeri e tutta la sua truppa ci sono cascati con tutte le scarpe. E temo che ora la pressione sarà decisamente alta: certo, avrà PD, parte di Forza Italia e tutta la stampa al suo fianco ma il rischio reale è che il governo non solo non si fermi ma, anzi, metta in campo tutte le risorse a sua disposizione per far saltare fuori la “manina”. E se, per caso, davvero arrivasse dall’INPS, al danno delle dimissioni (a quel punto, inevitabili) per Boeri si unirebbe anche la beffa dello sputtanamento a vita, professionalmente e moralmente parlando. Il nostro avrà la coscienza così pulita da correre questo rischio?

C’è però un problema. Ed è questo:

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se infatti la battaglia sull’ultimo barcone in arrivo dalla Libia e, come sempre, sfanculato da Malta, pareva vinta – con la stessa Isola, la Francia e addirittura la Germania pronta a prendersi in carico 150 dei 465 occupanti -, ora si apre un fronte più pericoloso, perché tutto interno. La linea Conte, come la chiamano quelli del “Gruppo di Visegrad”, è di fatto un’agenda europeista, ovvero uno spingere al massimo verso il criterio di condivisione, non un impegno a 360 gradi per far cessare o minimizzare al massimo (scusate l’ossimoro) le partenze e quindi gli sbarchi, concetti ribadito non più tardi di giovedì scorso da Matteo Salvini a Innsbruck nel corso della conferenza stampa con i ministri dell’Interno austriaco e tedesco, con i quali dovrebbe rivedersi già giovedì prossimo? Lo hanno definito “l’asse dei volenterosi” e certamente non base i suoi presupposti sulla condivisione, bensì su respingimenti (Austria e Germania) e mancati arrivati, tramite la prevenzione in loco (Italia): quale linea seguirà il governo, quella già bocciata dal “Gruppo di Visegrad” con toni decisamente pesanti e ultimativi o quella del premier, non esattamente in linea con i desiderata del titolare del Viminale?

Anche perché le variabili di equilibrio non sono poche, né semplici. Una su tutte, l’avvicinamento dell’Austria proprio al “Gruppo di Visegrad” dell’ultimo periodo, un qualcosa che peserà sull’impostazione che Vienna potrebbe dare all’intera agenda, essendo fino a fine anno presidente di turno dell’Unione. Ma, non prendiamoci in giro, la questione migranti durerà – con questa magnitudo – al massimo altri due mesi e mezzo, dopodichè ci penseranno le stagioni e le condizioni climatiche a fermare i flussi dalla Libia, depriorizzando la questione. Oltretutto, in perfetta contemporanea con le elezioni in Baviera, salvatosi dalle quali, il buon Horst Seehofer potrebbe tornare a più miti consigli e atteggiamenti, non fosse altro per non perdere la cadrega di ministro e la presenza nel governo di coalizione, finora miracolato dalla totale assenza di opposizione della SPD sul tema (c’è sinistra e sinistra, in Europa). Ma attenzione a due variabili. La prima è questa,


ovvero la rotta da sprofondo verso Weimar della lira turca, oltretutto con un carico debitorio estero governativo e corporate denominato in dollari che potrebbe portare il buon Recep Erdogan, in caso vedesse a rischio il suo potere assoluto, a battere cassa nuovamente a Bruxelles, pena smettere di presidiare i confini e riaprire la rotta balcanica, la quale interessa direttamente proprio Austria, Germania e “Gruppo di Visegrad”. E magari, quell’ennesimo ricatto il buon sultano di Ankara potrebbe essere tentato di avanzarlo anche su spinta dell’alleato a targhe alterne, ovvero quegli USA che stanno picchiando in stile Soros sulla lira turca per evitare che dagli acquisti di S-300 da Mosca si passi ad altro, essendo Ankara un Paese NATO e che poco fa, per bocca del loro presidente che domani incontrerà Vladimir Putin, si sono espressi così nei confronti dell’UE:
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sicuri che sia una situazione che si possa gestire con i direttori a tre e, soprattutto per quanto ci riguarda direttamente come Paese, con linee non perfettamente in sintonia fra primo ministro e ministro dell’Interno, con Danilo Toninelli e il suo ministero schiacciati fra i due fuochi? E questa è proprio la seconda variabile: non sarà che dopo la sparata del “Gruppo di Visegrad” e l’assoluta accondiscendenza verso il diktat del Quirinale nel caso Diciotti, Matteo Salvini abbia cominciato a nutrire qualche dubbio sulla fedeltà assoluta di Giuseppe Conte? Non sarà, poi, che quei toni così duri in arrivo dalla Repubblica Ceca siano stati, esattamente come lo scandalo del complotto al MEF, concordati prima, tanto per mandare un secondo messaggio, ancorché meno diretto che quello a Tito Boeri?

Attenzione, perché l’offensiva di Forza Italia in tema europeista e di governo che non durerà, tanto da vedere sia Tajani che Berlusconi che Cattaneo che Toti (notoriamente amico anche personale di Salvini) tutti schierati nel richiamare a casa il leader leghista, quasi fosse Lassie, oggi è stata addirittura parossistica, talmente era palese e scollacciata. Qualcosa si muove, sottotraccia. Che sia sotto il pelo dell’acqua dove stanno gli iceberg o un fondale melmoso che nasconde animali dalla puntura letale, qualcosa si sta muovendo, ormai nemmeno più tanto in silenzio. E potrebbe annidarsi dentro un ministero. O anche più in alto, se la mia ultima intuizione non si rivelerà poi così tanto campata in aria.

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