Jerome Powell è la nuova Janet Yellen: cravatta, pantaloni e le stesse sciocchezze keynesiane


di David Stockman

L’elezione presidenziale del 2016 avrebbe dovuto essere la rottura più dirompente con lo status quo nella storia moderna. Almeno così si pensava…

Vale a dire, il nuovo presidente della FED di Trump, Jerome Powell, equivale a Janet Yellen in pantaloni e cravatta. Il punto principale qui è che i grandi problemi che affliggono la società americana (scarsità di posti di lavoro decenti, crescita del PIL fiacca, produttività declinante, mal distribuzione della ricchezza, indebitamento massiccio, enormi bolle speculative, governo fiscalmente incontinente) sono in gran parte causati dalla nostra banca centrale canaglia. Sono i frutti fetidi della repressione finanziaria prolungata e della falsificazione dei prezzi più importati di tutto il capitalismo: denaro, debito, azioni e altri asset finanziari.

Inoltre la cosa peggiore è che la FED è in gran parte la casa di un politburo non eletto che governa con le idee keynesiane e con il potere ipnotico della sua Grande Bugia. Quest’ultima è così potente che la democrazia americana l’ha appoggiato mitemente e le ha conferito un vasto potere affinché dominasse i mercati finanziari, e quindi un’economia da $19,000 miliardi.

Vale a dire, mai prima nella storia un popolo si è arreso così ad una potenza occupante, anche se il suo governo apparentemente democratico possedeva già tutti i voti e tutte le armi.

Quindi non è esagerato dire che la FED è uno stato a sé stante. Questo è stato fortemente simboleggiato di recente da John Williams, da sempre burocrate presso la FED di San Francisco, il quale è stato nominato capo dell’avamposto di Liberty Street della banca centrale americana, nel cuore di Wall Street.

Il Presidente della FED di New York è il N°2 nel sistema bancario centrale, e in quanto tale è immensamente più potente di qualsiasi Presidente del Senato o della Camera. Ciononostante l’incarico di Williams non è stato rivisto o trasmesso da un singolo funzionario eletto e responsabile di alcun elettore negli Stati Uniti.

Eppure ecco qui un accademico così fuori dal mondo da sostenere di aumentare l’obiettivo d’inflazione della FED al 3%, perché è ritenuto utile per i lavoratori americani; e che per quasi 100 mesi ha anche votato per mantenere i tassi d’interesse bloccati allo zero, malgrado stessero schiacciando i risparmiatori ed i pensionati.

Peggio ancora, Williams ha avallato queste oppressioni sul popolo americano perché afferma di aver scorto una cosa invisibile chiamata “tasso d’interesse neutrale” che nessun risparmiatore o mutuatario in America ha mai visto e che nessun mercato libero produrrebbe mai. Questo perché l’unico vero tasso d’interesse è il tasso di mercato in ogni dato momento, non gli artefatti del FOMC e il “tasso obiettivo” immaginario da cui vengono derivati.

Se Williams avesse voluto difendere il potere d’acquisto degli stipendi dei lavoratori, trasferendo la ricchezza dalle banche ai pensionati, pensate che sarebbe mai stato accettato alla FED di San Francisco in primo luogo?

Assolutamente no!

A dire il vero, a differenza dei 12 presidenti delle FED regionali, 7 dei 12 membri del FOMC sono nominati dal Presidente e confermati dal Senato. Ma il fatto è che la Grande Bugia è così profondamente radicata nel sistema politico (incluso il GOP che dovrebbe essere il partito dei mercati liberi e del sound money) che queste nomine sono effettuate da una ristretta cerchia di economisti keynesiani, banchieri e scalatori sociali nel governo, rendendo il processo di revisione democratica un semplice pro-forma.

Donald è arrivato a Washington minacciando di bonificare la palude e ha finito per nominare un capitalista clientelare che è stato letteralmente allevato nella Palude di Washington DC.

Inutile dire che la Grande Bugia in questione è quadrupla. La banca centrale ed i beneficiari di Wall Street sostengono che:

  1. il libero mercato ha un desiderio intrinseco di morte e tende all’instabilità ciclica, alla recessione e persino alla depressione senza la guida dello stato e della sua banca centrale;
  2. quando il capitalismo avanza lentamente durante periodi di espansione, ciò è il risultato delle politiche benefiche della FED;
  3. quando infine le bolle finanziarie seriali della FED implodono, la colpa è invece degli speculatori che ha alimentato e finanziato con operazioni di carry trade a basso costo, tassi di capitalizzazione in calo ed operazioni di supporto dei prezzi (“puts”);
  4. nonostante le crisi finanziarie occasionali, l’economia di Main Street è sempre più forte e più prospera perché il FOMC la sta guidando abilmente verso il nirvana della “piena occupazione” (definita vagamente  come +/- 4% del tasso di disoccupazione U3) e della “piena inflazione” (definita al centesimo dopo la virgola come il 2.00% del deflatore della PCE, esclusi cibo, energia ed altri prezzi aberranti agli occhi degli statistici).

È di quest’ultimo punto risibile che ci occuperemo oggi per analizzare il discorso ingannevole di Jerome Powell, “The Outlook for the US Economy“, dato di recente all’Economic Club di Chicago.

In sostanza, non c’è un briciolo di verità nel suo discorso, quindi Powell o è uno sciocco oppure un drogato di Cool Aid keynesiano che dà fiato alla bocca senza nemmeno sapere cosa dice.

Ci piace pensare che sia la seconda, ma chiunque inizi con una valutazione dell’economia statunitense citando i 17 milioni di posti di lavoro sventolati da Trump, in realtà sta prendendo lucciole per lanterne. Dopotutto, 7 milioni di quel numero consistono in posti di lavoro che sono stati spazzati via durante la più profonda recessione dei tempi moderni e sono stati recuperati lentamente solo negli ultimi 9 anni.

E se volete contare dal fondo (febbraio 2010) della recessione, scoprirete che tra i lavori a tempo pieno nel settore della produzione di beni, la perdita tra il picco pre-crisi a 22.02 milioni di posti di lavoro e il febbraio del 2010 è stata di 4.4 milioni di posti di lavoro, o il 20% del totale.

Ma ecco il punto: a partire dalla relazione del marzo 2018, solo 2.9 milioni di posti di lavoro persi durante la recessione sono stati effettivamente recuperati. Il nucleo produttivo dell’economia statunitense, quindi, è ancora carente di 1.5 milioni di posti di lavoro, il che significa che molti dei lavori “rinati” di cui Powell stava parlando sono stati dirottati nei McDonald’s e nelle case di cura.

Evidentemente ciò che il nostro pianificatore monetario centrale avrebbe dovuto notare è che, anche su base aggregata, il mercato del lavoro non è “forte”; sta cadendo a pezzi.

Pertanto tra il picco ciclico del novembre 2007 e il marzo 2018, l’economia statunitense ha generato solo 9.9 milioni di posti di lavoro. Ciò equivale a soli 80,000 unità al mese ed un tasso di crescita annualizzato di appena lo 0.67%. Al contrario, la popolazione civile adulta è cresciuta di 24 milioni durante suddetto periodo, o di 194,000 unità al mese.

In che modo tutto questo possa quadrare con l’affermazione di Powell secondo cui “la crescita dell’occupazione rimane più che sufficiente per assumere nuovi individui nella forza lavoro” non lo sappiamo davvero, ma non è nemmeno il punto più importante.

Ad esempio, un’economia che trascina $68,000 miliardi di debiti, di fronte ad uno tsunami di baby boomer in pensionamento e che punta velocemente verso la bancarotta fiscale, ha bisogno di una crescita dei lavori molto maggiore di un misero 0.67% annuo (nonostante questo tasso di crescita anemico sia in gran parte composto da lavori part-time a bassa produttività).

In confronto, dal picco del giugno 1990 fino al picco pre-crisi del novembre 2007 (due cicli economici completi), l’economia statunitense ha generato 136,000 posti di lavoro al mese (28.4 milioni in totale), con un tasso di crescita annuale dell’1.33%. Il doppio del tasso di crescita post-crisi di cui Jerome stava parlando nel suo discorso.

E se si torna indietro di un altro ciclo nell’espansione Reagan/Bush del giugno 1981-giugno 1990, la crescita dell’occupazione è stata in media di 170,000 unità al mese. Inoltre, date le minori dimensioni della forza lavoro negli anni ’80, il tasso di crescita era del 2.05% all’anno.

Quindi, piuttosto che un mercato del lavoro “forte”, quello che abbiamo adesso è un mercato del lavoro “debole”. Come Jeffrey Snider ha sottolineato, ci sono 16.6 milioni di lavoratori “dispersi”. Infatti dopo 24 milioni di crescita della popolazione sin dal novembre 2007, gli Stati Uniti hanno generato solo 5 milioni di posti di lavoro a tempo pieno.

In realtà, è peggio quando si guarda alla composizione dei 5 milioni di lavori “a tempo pieno” mostrati qui sopra. Dal giorno in cui Bill Clinton è uscito dall’Ufficio Ovale (20 gennaio 2001), l’economia statunitense ha generato solo 606,000 nuovi posti di lavoro “da capofamiglia”. Si tratta di lavori a tempo pieno con la capacità di sostenere una retribuzione annuale di $50,000.

Gente, se questo è “forte”, avete apparentemente inventato una nuova lingua perché stiamo parlando solo di 2,914 nuovi posti di lavoro da capofamiglia al mese!

Detto in modo diverso, dal gennaio 2001 gli Stati Uniti hanno generato appena 15.4 milioni di nuovi posti di lavoro e il 96% di essi sono stati nell’economia part-time (tempo libero, ospitalità, vendita al dettaglio, concerti, ecc.) o nel Complesso HES (salute, istruzione e servizi sociali).

Vale a dire, la crescita dell’occupazione è stata in gran parte nella bassa retribuzione e nell’occupazione a bassa produttività che sicuramente non alimenta il potenziale di crescita sostenibile dell’economia di Main Street; e che è anche fortemente dipendente dalla generosità fiscale di un governo che invece sta precipitando nel collasso fiscale.

E questa non è nemmeno la metà della storia. I capi della FED sono stati ridotti a guardare ossessivamente i rapporti del mercato del lavoro del BLS, perché gli altri indicatori economici sono ancora più deboli su base tendenziale.

Ad esempio, la produzione manifatturiera è ancora ben al di sotto del livello di novembre 2007, e la produttività del lavoro è cresciuta appena dell’1.0% all’anno, ovvero meno della metà del 2.2% registrato tra il 1954 e il 2000.

Poi c’è il punto risibile su una presunta ripresa delle esportazioni. Le esportazioni statunitensi hanno semplicemente fatto “andata e ritorno” durante il mini-ciclo globale delle commodity, dai massimi di metà 2014 al minimo nella primavera 2016 e poi sono ritornate di nuovo dove hanno iniziato; e questo nonostante la recente ondata (2016-2017) di una domanda alimentata dal credito scaturita dallo Schema Rosso di Ponz1 la quale ha accompagnato la corsa verso l’incoronazione di Xi lo scorso autunno.

La verità è che le esportazioni durante il mese più recente erano quasi esattamente dove erano 6 anni fa, nel settembre 2012, e non c’è stato alcun rimbalzo!

Infine vi è la disastrosa performance della metrica economica più importante di tutte: il tasso d’investimento netto in asset fissi. Non sappiamo cosa Jerome abbia fumato per sostenere che l’investimento netto abbia recuperato con forza, ma qualunque sia la sostanza, è chiaramente allucinatoria.

Infatti nel 2016 gli investimenti netti reali delle imprese erano ancora inferiori del 28% rispetto al livello del 2000, e lo scorso anno (2017) il numero (che la FED di St. Louis non ha ancora pubblicato) è effettivamente diminuito.

Chiamate il discorso di Powell come volete, ma pensiamo che siano solo sciocchezze keynesiane progettate per razionalizzare una banca centrale illecita che è marcia fino al midollo.

Inutile dire che quando un braccio dello stato non eletto e onnipresente mente sistematicamente alle persone, state attenti perchè siete vittima di un grosso raggiro.

E questa volta anche Wall Street ha perso traccia della truffa.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/

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