La verità sul commercio

Di Francesco Simoncelli , il - Replica

di Alasdair Macleod

L’unico tema principale di dibattito lo scorso anno, e che ha persino diviso gli esperti, è il commercio. Diventerà sempre più importante nel 2018 mentre gli Stati Uniti sviluppano la loro politica commerciale, in particolare per quanto riguarda la Cina, e mentre il Regno Unito negozia i termini della Brexit con l’UE.

L’ignoranza domina su questo tema. Si dice che sicuramente l’industria nazionale dovrebbe essere protetta contro pratiche commerciali sleali, come le merci fabbricate in negozi esteri, o il dumping sleale di merci, come l’acciaio. Se il presidente Trump può proteggere gli affari americani dalla concorrenza sleale, sarebbe positivo per l’economia americana. Poi c’è il business dei tassi di cambio. Una moneta più bassa non aiuta a ripristinare la bilancia commerciale, rendendo vantaggiose le esportazioni e svantaggiose le importazioni? E sicuramente la Gran Bretagna che lascia l’UE rischia l’imposizione di dazi commerciali alle imprese britanniche. Ciò significa che la sterlina deve scendere rispetto all’euro per riequilibrare il commercio.

Queste sono tutte idee sbagliate, smentite dalla storia tra l’altro. Perché prima dell’euro le eccedenze nelle esportazioni tedesche persistevano, nonostante un apprezzamento del marco, e perché dopo aver aderito ad un euro più debole le sue eccedenze non sono aumentate ulteriormente? E perché il Giappone, come la Germania, ha avuto una moneta forte dagli anni ’60 in poi e un persistente surplus commerciale? Perché la Gran Bretagna negli anni del dopoguerra ha avuto un deficit commerciale continuo nonostante una valuta in calo? E perché il protezionismo commerciale americano ha intensificato la depressione negli anni ’30?

Le risposte a queste domande sono rilevanti per lo sviluppo della politica commerciale statunitense e la politica commerciale post-Brexit. Non è una coincidenza se gli squilibri commerciali siano diventati una caratteristica significativa solo da quando le valute fiat hanno sostituito la disciplina monetaria dell’oro.

Lo scopo di questo articolo è quello di dire la verità sul commercio, affrontando il rapporto tra squilibri commerciali e tassi di cambio ed esporre il danno causato dall’imposizione di dazi.

Perché gli squilibri commerciali non possono persistere col sound money

L’errore più comune commesso dai neo-keynesiani è quello di dire che un deficit commerciale può essere alleviato attraverso un tasso di cambio più basso. Ciò contraddice tutte le prove empiriche, eppure il mito persiste. L’errore è nell’ignorare le conseguenze dell’espansione monetaria in un’economia con una capacità produttiva relativamente fissa. Ma in primo luogo, nell’interesse di comprendere perché l’espansione monetaria porti a deficit commerciali, dobbiamo stabilire il ruolo del denaro in un’economia.

Il denaro è il ponte temporaneo tra produzione e consumo in tutte le economie che si basano sulla divisione del lavoro. Ciò che intendiamo con questo è che tutti gli attori economici, comprese le imprese, i lavoratori dipendenti e gli autonomi, producono qualcosa con le loro capacità in modo che possano acquistare tutte le altre cose di cui hanno bisogno e desiderano. I disoccupati, che non prendono parte alla produzione, sono sovvenzionati da altri, dalle loro famiglie o dallo stato, quindi la loro produzione mancante è sempre coperta dalla produzione in eccesso di qualcun altro.

Tutti gli attori economici presuppongono che il denaro sia fondamentalmente buono ai fini delle loro transazioni, anche se si tratta di una valuta emessa dallo stato. Questo nonostante la consapevolezza comune che a lungo termine il suo potere d’acquisto cambierà. È una precondizione affinché una moneta possa facilitare la conversione della produzione in consumo e possa fungere da base per la contabilità.

Il consumo può essere immediato, l’acquisto giornaliero di articoli, o differito. Il consumo differito è un altro modo di descrivere il risparmio e la conservazione della liquidità in contanti, i cui ruoli verranno descritti più avanti in questo articolo. Tutti noi, come individui, gestiamo surplus commerciali o deficit tra la nostra produzione e la nostra spesa, la differenza è costituita dai cambiamenti nei nostri saldi di cassa e dai nostri livelli complessivi di risparmio. Quando consideriamo gruppi di persone, siano essi la popolazione di una città, di un paese, di una regione o addirittura di una nazione, ciò che vale per noi come individui è anche vero nel senso più ampio del termine.

Ciò era ovvio per gli economisti classici, in particolare quando l’oro era denaro, e i saldi in valuta e in banca erano, ai fini della teoria economica, pienamente coperti dall’oro. Diverse comunità e Paesi, essendo una massa di singoli attori economici, avrebbero sempre saldato i loro commerci con sound money, oro o suoi sostituti coperti dallo stesso.

Le variazioni dei saldi commerciali tendevano ad essere relativamente minori e non potevano mai costituire una tendenza, perché nessuno poteva spendere tanto a lungo oltre i propri mezzi e le persone avevano sempre bisogno di conservare un po’ di liquidità e risparmi. Quello che è successo a livello macro si è riflesso a livello micro, perché entrambi erano, e sono tuttora, governati dalle stesse regole di base.

Indubbiamente le comunità che utilizzano sound money, comprese quelle definite dai cosiddetti confini nazionali, possono avere standard di vita, abitudini di risparmio e requisiti monetari diversi. Ciò non influisce direttamente sulla bilancia commerciale complessiva, a causa dei vincoli di pagamento. Ma deve essere affrontato anche l’effetto sulla divisione tra consumo differito e consumo corrente.

A parte il possesso di liquidità in contanti, il consumo differito significa risparmiare i propri profitti, che attraverso banche e mercati finanziari sono messi a disposizione dei produttori che li utilizzano per finanziare i fattori di produzione. E quando un’impresa acquisisce la sua capacità produttiva, sia componenti acquistati localmente o all’estero, deve pagarli con denaro sonante proprio come chiunque altro che desidera comprare beni e servizi.

Una comunità o un Paese che aumenta il suo consumo diretto riducendo la sua preferenza al risparmio, limiterà la propria capacità produttiva. Limitando il capitale disponibile per la produzione e dirottando i risparmi in spese extra, le importazioni relative alle esportazioni aumenteranno. Questo è il motivo per cui i differenziali nei tassi di risparmio tra i partner commerciali possono portare a squilibri commerciali significativi se continuano nel tempo, che è attualmente la causa dell’eccedenza commerciale della Cina nei confronti degli Stati Uniti.

Tra economie monetarie sane, vi è in pratica un limite rigoroso alla deviazione del risparmio verso il consumo diretto. Quando il capitale diventa scarso, i tassi d’interesse si adeguano fino a quando non viene trovato un nuovo equilibrio. Se i livelli di risparmio in un Paese rispetto ad un altro cambiano, in un’economia basata esclusivamente sul sound money queste devono essere limitate a fluttuazioni di breve termine relativamente minori e non possono mai diventare una tendenza continua a causa dei fattori limitanti. Pertanto non può insorgere uno squilibrio commerciale persistente.

Una valuta scoperta cambia tutto

In un’economia in cui il commercio e i prezzi sono corrotti dalla moneta fiat, le cose sono molto diverse. La carenza di capitale che deriva da una diminuzione dei risparmi e un aumento dei consumi è coperto dall’espansione del credito bancario. In altre parole, il denaro è creato dal nulla, soppiantando le forze correttive del libero mercato descritte sopra. Poiché la capacità produttiva dell’economia richiede tempo per adeguarsi all’introduzione della valuta aggiuntiva, l’eccesso di domanda derivante dall’espansione monetaria è destinato a provocare un aumento delle importazioni.

Alla fine, si prevede che un aumento della quantità di moneta fiat in un’economia porti ad un aumento della produzione nel tempo, man mano che l’economia si adegua. I fattori per questa produzione aggiuntiva richiederanno del tempo per essere assemblati, con conseguente aumento della domanda di materie prime importate e di altri componenti che non possono essere facilmente acquistati sul mercato interno. Quindi, se l’aumento della moneta fiat è assorbito dai consumatori o dai produttori, ponendo da parte la questione dei risparmi, la conseguenza è sempre la tendenza ad un aumento delle importazioni rispetto alle esportazioni.

In una moderna economia, c’è l’ulteriore fattore dei flussi di capitali non collegati agli accordi commerciali. Le imprese e i governi spesso finanziano i loro squilibri prendendo in prestito dall’estero. La misura in cui le banche centrali e commerciali accolgono i flussi di investimenti verso l’interno attraverso l’espansione monetaria deve portare ad un eccesso di domanda interna rispetto alla produzione disponibile, tendendo ad un deficit commerciale.

A parità di condizioni, un deficit del bilancio pubblico si traduce anche in un deficit commerciale. I deficit pubblici sono finanziati a livello nazionale, da investitori esteri o da un’espansione monetaria. Abbiamo affrontato l’argomento degli afflussi di capitali da parte di investitori stranieri nella sezione precedente. Per quanto riguarda il finanziamento del debito interno, gli analisti monetari distinguono tra il debito pubblico finanziato dai risparmi esistenti e dall’espansione del credito bancario.

L’espansione del credito bancario è inflazione monetaria diretta. Attingere ai risparmi esistenti per finanziare la spesa pubblica è deflazionistico, fino a quando il denaro non viene speso di nuovo nell’economia, quindi in pratica una banca centrale renderà disponibile la valuta attraverso i mercati finanziari. Quindi, a tutti gli effetti, l’origine del denaro per gli acquisti interni di debito pubblico è irrilevante, in quanto è fondamentalmente inflazionistica. In alternativa, la banca centrale espande semplicemente la base monetaria attraverso meccanismi come il quantitative easing per acquisire il debito pubblico.

Come già mostrato, la domanda addizionale nell’economia interna generata dall’espansione monetaria tende a far aumentare le importazioni rispetto alle esportazioni. Questo è il motivo per cui si osserva spesso il fenomeno del doppio deficit, la coesistenza del deficit commerciale e quello di bilancio.

Pertanto gli squilibri commerciali hanno poco o nulla a che fare con il tasso di cambio esistente. Ovviamente quando un emettitore di moneta fiat si ritrova un deficit commerciale, la maggiore quantità della sua valuta rispetto ad un aumento minore di un’altra tenderà a far calare il tasso di cambio tra di loro. Il calo del tasso di cambio è il sintomo di un eccesso di valuta che porta ad un deficit commerciale: non è la cura. Ed ecco perché un tasso di cambio più basso non risolve i deficit commerciali.

Le conseguenze dei dazi

Il messaggio fondamentale è che i deficit commerciali possono nascere solo dall’espansione monetaria, che apparentemente non è più ben compresa dai macroeconomisti di oggi. Invece una comprensione del commercio e degli squilibri commerciali moderni ha le sue radici nella storia, e sotto questo aspetto la debacle dello Smoot-Hawley Act degli anni ’30 è esemplificativa. Tuttavia vengono ignorati i collegamenti di base che devono legare l’economia a livello micro con quella macro, nella convinzione che il comportamento umano nell’aggregato differisca da quello degli individui. In poche parole, la causa sottostante è il rifiuto della Legge di Say.

Ciò che è diventata nota come Legge di Say è il riconoscimento che, come individui, dividiamo il nostro lavoro, quindi dobbiamo prima produrre e poi consumare. E come gruppi di individui e imprese, la nostra produzione aggregata è la condizione preliminare per il nostro consumo aggregato.

Le imprese investono nella produzione e devono sostenerne i costi nel tempo per produrre i propri beni o servizi, e quindi venderli. A parte l’elemento temporale tra la pianificazione e la creazione della produzione fino alla vendita finale di beni e servizi, la produzione bilancia la somma dei consumi e dei consumi posticipati, e questi ultimi forniscono il capitale necessario per la produzione. Nella sua Teoria Generale Keynes screditò la Legge di Say definendola in modo errato (l’offerta crea la sua stessa domanda, una definizione falsa che ancora oggi viene citatai), e poi proseguì affermando che coloro che credono “che un atto di risparmio individuale porti inevitabilmente ad un atto di investimento generale, sono in preda ad un’illusione ottica”.

Davvero? In quale altro posto Keynes ci ha fatto credere che i risparmi siano distribuiti? Sono semplicemente detenuti nel bilancio di una banca, una passività per la banca che si limita a prestarli mentre paga gli interessi ai risparmiatori? Chiunque nel mondo reale sa che queste sono fesserie. È anche ridicolo pensare che le persone accumulino denaro contante oltre i loro bisogni di liquidità, a meno che la politica dello stato non li induca a farlo. Eppure questa era la base per la separazione della nuova scienza macroeconomica dall’economia classica.

Questo ci lascia con un problema: abbandonando la Legge di Say, l’intera struttura macroeconomica ha intrapreso un percorso che l’ha portata ad un vicolo cieco. Ha perso la strada riguardo la comprensione del perché si verificano gli squilibri commerciali. Gli economisti non sono ora in grado di stabilire le connessioni. Lo saprebbero fare se guardassero al disastro dello Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, il quale aumentò i dazi su circa 20,000 articoli importati. Inoltre dovrebbero ricordare che il commercio transfrontaliero è una parte importante del PIL globale, qualcosa che non vogliono vedere diminuire. Ma per quanto riguarda le vere ragioni su come emergono i deficit, sembrano esserne all’oscuro.

Questa mancanza di rigore intellettuale porta l’establishment economico a credere che una bilancia commerciale possa essere aggiustata attraverso un aggiustamento del tasso di cambio. Tutto quello che possiamo dire sulla manipolazione di una valuta nel tentativo di incrementare le esportazioni rispetto alle importazioni è che una classe di imprese è favorita rispetto alle altre, un vantaggio che dura solo finché i mercati non si adeguano ai prezzi più alti a causa della svalutazione. Quest’ultima è mirata specificamente a ridurre i costi dei salari o, in altre parole, il potere d’acquisto di ciò che i lavoratori guadagnano, senza che se ne accorgano.[1]

Perché i beni stranieri a buon mercato sono vantaggiosi per un’economia

Nel formulare la politica commerciale, i politici sono guidati da lobbisti e analisi macroeconomiche. Il vero beneficiario del libero scambio, il consumatore, non è preso in considerazione in questo dibattito. Abbiamo visto quali sono gli errori della macroeconomia, ora dobbiamo parlare dei lobbisti. Il lobbismo per i dazi commerciali e le restrizioni all’importazione è indirizzato a preservare gli affari locali, in genere le grandi imprese. Giocano la carta del nazionalismo, sostenendo che la concorrenza estera faccia male al Paese e porti alla disoccupazione nelle industrie nazionali.

La pericolosità del protezionismo moderno è simile a quella dello Smoot-Hawley Tariff Act del 1930. È solo una questione di grado. Lo Smoot-Hawley ha fatto tanti danni, come oggi il protezionismo, attraverso i dazi applicati non solo ai prodotti di consumo importati, ma anche alle materie prime importate, ai semilavorati e ai beni strumentali.

Non passò molto tempo prima che l’industria americana iniziasse a bloccarsi negli anni ’30. Il credito bancario si stava contraendo, le banche andavano in bancarotta, ma il denaro era sonante e chiunque poteva richiedere oro in cambio dei depositi in dollari, almeno fino al 1933. Quando i prezzi interni erano artificialmente supportati attraverso dazi sulle importazioni e altre politiche, la disoccupazione aumentò fino a livelli mai visti prima. I prodotti rimanevano invenduti. In altre parole, il potere d’acquisto dell’oro saliva, un fatto formalmente riconosciuto dalla svalutazione del dollaro del 40% a $35 l’oncia nel gennaio 1934 e dalla misura draconiana un anno prima (impedire agli americani di possedere oro).

Inoltre lo Smoot-Hawley Act provocò risposte protezionistiche da parte dei partner commerciali americani, i quali uccisero molti mercati delle esportazioni per le imprese americane. Non è esagerato dire che questa fu la legge americana più dannosa nell’era tra le due guerre. Anche prima dello Smoot-Hawley Act i dazi erano elevati, con una media di circa il 40% sui beni interessati. Si ritiene che il crollo del commercio in seguito all’introduzione dei nuovi dazi ridusse le entrate pubbliche e rappresentò un fattore importante nel ridurre il commercio mondiale da $5.3 miliardi nel 1929 a meno di $2 miliardi nel 1933.

Abbiamo imparato la lezione? Sfortunatamente no. La concorrenza viene classificata come ingiusta. Ad esempio, quando l’acciaio cinese è a buon mercato, il mercato deve ripulirsi. Qualcuno beneficerà dei prezzi d’occasione, quindi perché negarlo ai propri cittadini e alle proprie imprese? A breve termine si possono proteggere le acciaierie della propria nazione imponendo dazi elevati sulle importazioni di acciaio, ma ciò svantaggia le aziende a valle, nel settore automobilistico e in tutti i tipi di produzione di ingegneria pesante e leggera, perché i concorrenti stranieri avranno comunque accesso ad acciaio a prezzi più economici. E se i prezzi più alti non possono essere trasferiti ai consumatori, ci sarà disoccupazione.

I vantaggi di un commercio senza dazi

Finora abbiamo dimostrato perché una valuta svalutata è una conseguenza dei deficit commerciali e non una loro cura. Confrontando il funzionamento di un’economia monetaria sana con l’attuale economia a moneta fiat, abbiamo identificato che l’espansione monetaria è la causa dei deficit commerciali e abbiamo spiegato che i dazi non sono una soluzione e sono economicamente dannosi. Ora è tempo di guardare agli aspetti positivi del libero scambio.

Le migliori prove empiriche provengono dal Regno Unito, dopo che le leggi sul grano furono abrogate da Robert Peel nel 1846. L’effetto fu quello di ridurre i prezzi del grano e della farina, cosa che favorì in particolare i poveri. Significava che gli stipendi delle fabbriche erano andati un po’ troppo oltre, creando domanda per altri beni che a sua volta portò ad un aumento dell’occupazione nel settore manifatturiero.

Peel divenne primo ministro nel 1841, di fronte alla guerra in Cina e in Afghanistan e relazioni tese con l’America e la Francia. In patria, c’era l’agitazione proveniente dall’Irlanda per l’indipendenza, il movimento di riforma dei lavoratori e un accumulo di deficit di bilancio. Le somiglianze con la Gran Bretagna di oggi sono notevoli, ma almeno Peel aveva una ragionevole maggioranza tra i Comuni cosa che purtroppo manca a Theresa May.

Oltre a reintrodurre una modesta imposta sul reddito, Peel eliminò i dazi sui prodotti alimentari e sulle materie prime importati. Fu persuaso dalla Anti-Corn Law League che la rimozione di tutti i dazi avrebbe sostanzialmente giovato alla persona comune, e così fu. Il commercio senza dazi migliorò il tenore di vita della persona comune e consentì agli imprenditori di creare ricchezza personale attraverso la creazione di nuove imprese. L’agitazione dei cartisti e altri malcontenti si attenuò man mano che le condizioni di lavoro e di vita migliorarono.

La Francia seguì l’esempio britannico, rimuovendo tutti i suoi dazi commerciali nel 1860. Secondo l’economista francese Frederic Bastiat, il commercio senza dazi porta a:

“Abbondanza di beni e servizi a prezzi inferiori; più posti di lavoro per più persone, con salari reali più alti; più profitti per i produttori; un livello di vita più alto per gli agricoltori; più entrate per lo stato sotto forma di tasse; l’uso più produttivo del capitale, del lavoro e delle risorse naturali; la fine della ‘lotta di classe’ che si basa principalmente su ingiustizie economiche come dazi, monopoli e altre distorsioni del mercato; la fine della ‘politica suicida’ del colonialismo; l’abolizione della guerra come politica nazionale; e la migliore istruzione possibile, la casa migliore e l’assistenza medica migliore per tutte le persone”.[2]

Questo è proprio l’opposto di tutti i consigli che l’establishment ha dato per la Brexit.

Dalla nostra analisi di come emergono i deficit commerciali e gli effetti economici negativi dei dazi, sappiamo che la Brexit dovrebbe essere una rottura netta con l’UE (amante dei dazi) e che la rimozione di tutti i dazi è il miglior risultato. Tutte le normative sui prodotti, a parte forse quelle che riguardano la salute e la sicurezza, non sono necessarie e dovrebbero essere abrogate perché ostacolano il mercato. La Gran Bretagna può quindi replicare il suo notevole progresso economico nella seconda metà del XIX secolo. Inoltre, come sottolineò Bastiat nell’estratto qui sopra, il Tesoro potrebbe aspettarsi maggiori entrate fiscali se spazzasse via il persistente deficit di bilancio della Gran Bretagna.[3]

Per quanto riguarda l’America, sappiamo che se il Presidente Trump introdurrà nuovi dazi sulle merci importate, andrà a discapito della sua economia. Invece di seguire un corso ragionevole, l’America ora è pronta ad iniziare una guerra commerciale con la Cina. Il seguente grafico, pubblicato da Zerohedge, illustra la motivazione politica.

Sappiamo, dalla nostra analisi, che la causa del deficit commerciale americano è in parte dovuta all’eccesso di spesa del governo rispetto alle sue entrate fiscali. Inoltre i tagli fiscali di Trump amplieranno ulteriormente il deficit di bilancio, almeno nel futuro prossimo. I deficit commerciali con i partner commerciali dell’America sono quindi destinati ad aumentare, e se le importazioni cinesi saranno soggette a dazi punitivi, verranno semplicemente sostituite da importazioni provenienti da altrove.

Sembra probabile che gli errori di Trump in materia di commercio potrebbero portare ad un’escalation di misure protezionistiche da parte dell’America, e non ad una diminuzione del deficit commerciale complessivo. L’effetto si vedrà nei prezzi al consumo più alti per gli americani e nei prezzi più alti per i fattori di produzione. E come è stato spiegato in precedenza in questo articolo, la conseguenza sarà un dollaro in calo rispetto ad altre valute.

Niente potrebbe essere più sbagliato. Una tale politica sembra certamente indebolire l’economia americana, in un momento in cui l’imperativo geopolitico è quello di aumentare il commercio e assicurare che il dollaro continui ad essere la valuta preferita negli scambi commerciali.

Al contrario, la Cina, che è ugualmente colpevole di svalutazione monetaria, ha una popolazione che risparmia una parte sostanziale dei propri profitti e redditi. L’ultimo tasso di risparmio lordo registrato della Cina è stato superiore al 40%. Ciò significa che l’espansione del credito è finalizzata alla produzione e non al consumo. La capacità produttiva si mantiene al passo con i consumi interni e, mentre l’espansione della produzione porta all’importazione di materie prime e altri beni di produzione, l’espansione del credito non porta a deficit commerciali nella stessa misura di un’economia basata sul consumo. Inoltre una parte significativa del risparmio totale è destinata all’accumulo di ricchezza interna, come le proprietà, la cui costruzione è prevalentemente di tipo domestico.

Non vi è dubbio che le abitudini di risparmio della Cina rispetto a quella degli Stati Uniti, solo del 5%, è il principale fattore del surplus della Cina negli scambi con l’America, dato che entrambi i Paesi hanno deficit di bilancio (anche se gli Stati Uniti sono più grandi in termini nominali) ed entrambi hanno stimolato le loro economie espandendo il credito bancario. E infatti la forza delle eccedenze commerciali della Germania e del Giappone in passato avevano le stesse radici.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/

_________________________________________________________________________________

Note

[1] Un esempio classico fu la svalutazione britannica del 1967, quando il primo ministro Harold Wilson disse alla nazione che: “Da ora in poi la sterlina all’estero varrà il 14% in meno in termini di altre valute. Non significa ovviamente che le sterline qui in Gran Bretagna, nelle vostre tasche, nelle vostre borse, o nei vostri conti in banca, siano state svalutate”.

[2] Sofismi economici, Frederic Bastiat, tradotto dal francese (Irvington-on-Hudson, NY: Foundation for Economic Education 1966).

[3] Il beneficio per le entrate è negato da tutti gli economisti dell’establishment. Questa era la base del cosiddetto Progetto Terrore, in base al quale l’Office for Budget Responsibility del Regno Unito, la Banca d’Inghilterra, il FMI e l’OCSE hanno concluso che la Brexit avrebbe comportato un calo della crescita economica e quindi un calo delle entrate fiscali.

_________________________________________________________________________________

Shares
Grazie per avere votato! Ora dillo a tutto il mondo via Twitter!
Come ti senti dopo avere letto questo post?
  • Eccitato
  • Affascinato
  • Divertito
  • Annoiato
  • Triste
  • Arrabbiato

RC Twitter

Licenza

Creative Commons License Eccetto dove diversamente specificato, i contenuti di questo sito sono rilasciati sotto Licenza Creative Commons Attribuzione 2.5. In particolare la pubblicazione degli articoli e l'utilizzo delle stessi è possibile solo indicando con link attivo l'indirizzo di questo blog (www.rischiocalcolato.it) oppure il link attivo dieretto all'articolo utilizzato.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi