Lasciate che Trump spari puttanate a uso interno, AfD è secondo partito. E la Germania ora traballa



Non commetterò l’errore di giudicare un qualcosa che, nei fatti, è ancora unicamente un proclama, temo a uso interno. Il presunto “asse dei volenterosi” nella lotta all’immigrazione clandestina creatosi ad Innsbruck fra i ministri dell’Interno di Italia, Germania e Austria può essere tutto e niente: dipende da troppi fattori, in primis le necessità politiche contingenti di ogni Stato. E temo che, al netto del comportamento delle autorità libiche (le prime, di fatto, sulla linea del fronte del contrasto del fenomeno in loco), il buon Horst Seehofer dovrà compiere più di un salto mortale, se dopo la pagliacciata della crisi di governo e delle dimissioni annunciate e poi ritirate a tempo di record (di fatto, ottenendo poco più che un impegno formale alla creazione dei centri di transito in Baviera per dar vita a espulsioni lampo in 48 ore), ora vorrà davvero salvare la baracca politica da qui alle elezioni in Baviera dell’autunno.

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Il perché lo dirò tra poco, prima occorre fare i conti con una pressione mediatica sempre crescente e con un effetto collaterale del vertice NATO che ha proprio nella Germania il suo epicentro. Mentre si trovava a Innsbruck, infatti, Seehofer ha dovuto fronteggiare un inconveniente decisamente sgradevole, vista la sede in cui si trovava: il suicidio di un cittadino afghano appena espulso dalla Germania. “Non è colpa mia”, ha dichiarato il leader bavarese, quasi a voler mettere le mani avanti rispetto a un problema la cui complessità e serietà sta travalicando i meri calcoli politici e di consenso. Al tedesco medio, infatti, di quel suicidio non frega un cazzo. Non arrivo a voler credere che la maggioranza dei cittadini lo reputi un problema in meno cui lo Stato deve far fronte ma, attenzione, l’opinione pubblica tedesca sta mutando in maniera radicale e repentina, molto più rapida dei tempi biblici e ottocenteschi della sua politica rappresentativa. Un esempio, ci arriva appunto dal vertice NATO di Bruxelles.

Prima del quale, Donald Trump ha fatto il diavolo a quattro, come da copione. Dopo aver strigliato a dovere i membri occidentali dell’Alleanza, imponendo immediatamente il pagamento del 2% del PIL come contributo e poi rilanciando con il raddoppio di quella percentuale, è partito lancia in resta proprio contro la Germania, definita schiava della Russia in fatto energetico, nemmeno troppo velato riferimento al progetto Nord Stream 2. Baracconate. Donald Trump se ne fotte di vendere il suo LNG ai tedeschi al posto dei russi, tanto più che è conscio dell’aggravio dei costi che soltanto il trasporto via nave comporterebbe e quindi della non redditività della scelta per Berlino: magari sarà un obiettivo da perseguire da qui a 30 anni, non certo ora.

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Donald Trump vuole solo imporre il pugno di ferro da azionista di maggioranza atlantico stanco di pagare e garantire sicurezza per tutti, quindi vuole soltanto eccitare da un lato gli animi dell’America profonda in vista delle elezioni di mid-term di ottobre che potrebbero consegnare il Partito Demcratico definitivamente alla storia e, dall’altro, operare lobbying per il comparto bellico-industriale USA nel mondo, in nome e per conto di quel benedetto moltiplicatore del PIL chiamato warfare. Pensateci: se anche gli alleati principali dicessero a Trump di andare a fare in culo, visto che il 2% del PIL basta e avanza a fronte di situazioni di disagio economico interne sempre più gravi in Europa, cosa farebbe il capo della Casa Bianca, esporterebbe loro un po’ di democrazia?

Bombarderebbe la Germania, ad esempio? Ovvio che no. Tanto più che, dopo una prima reazione stizzita (tra l’altro del ministero degli Esteri, non del Cancellierato), Angela Merkel è immediatamente addivenuta a più miti consigli, ribadendo la sua amicizia e quella del suo Paese con l’alleato America: tutto serve alla Mutti tranne che un casuale ritorno in scena dell’ISIS proprio ora che la crisi di governo, almeno nella sua imminenza, pare scongiurata. E si sa, certi malati psichici radicalizzati in carcere e noti alle autorità, a volte saltano fuori quando meno te lo aspetti. Complottismo? Forse, però ditelo anche a lui allora,
US Hegemony in Middle East with Danny Sjursen

non a me. Il lui in questione è il maggiore Danny Sjursen, analista, scrittore e fiore all’occhiello di quella fucina di guerrafondai che è West Point, il quale ha parlato chiaramente di “guerra al terrorismo come battaglia per l’egemonia base degli Stati Uniti in Medio Oriente, un carattere questo che la renderà perpetua nel tempo. Non vedo all’orizzonte la sua fine”. Di più, in uno slancio di realismo e onestà, il militare ammette che esiste sì un problema con la questione terroristica ma che si tratta essenzialmente di percezione, di modo in cui viene raccontata e comunicata: “I nostri soldati stanno morendo in nazioni che gli americani medi non sanno nemmeno pronunciare, che non sanno indicare su una cartina. Parte del problema sta proprio qui e un’altra parte è consequenziale, ovvero gli americani non sono educati a questo”. Quindi, per il pupillo di West Point non occorre smettere di destabilizzare ed esportare democrazia in mezzo mondo per evitare di fornire copertura ideologica al terrorismo, occorre educare gli americani alla geografia e alla geopolitica: posso immaginarmi con quale equidistanza ed equilibrio verranno insegnati i rudimenti di queste scienze umane nei licei dei Wisconsin o dell’Idaho.

Ora, partendo da qui, torniamo alla Germania. Questa cartina

mi pare che parli da sola, garantendoci la puntuale descrizione grafica del concetto di colonia. Ecco, mi pare che parli altrettanto chiaro questo,

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cioé il fatto che, stando a un sondaggio YouGov, il 42% dei tedeschi vuole che le truppe statunitensi di stanza nel loro Paese se ne vadano, contro il 37% che vuole che restino e il 21% che si è definito “indeciso”. Non stupisce nemmeno la ripartizione delle risposte fra i vari partiti, visto che il 67% degli elettori dell’estrema sinistra della Linke è favorevole all’addio dei militari USA, seguiti dal 48% dei Verdi. Più “atlantisti” gli elettori dei partiti governativi, con solo il 35% di chi vota CDU e il 42% dei supporter della SPD. E Alternative fur Deutschland? Il 55% dei suoi sostenitori vuole che le truppe statunitensi se ne vadano. Ma c’è di più rispetto alla destra tedesca, molto più. C’è questo:
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stando all’ultimo sondaggio della “Bild”, ora Alternative fur Deutschland ha scavalcato – seppur dello 0,5% – a livello nazionale la SPD, diventando il secondo partito di Germania. Il tutto, con parole d’ordine sull’immigrazione che vanno ben oltre le minacce a vuoto di Horst Seehofer e i suoi “patti dei volenterosi”: quella gente vuole frontiere chiuse ed espulsioni di massa, altro che accordi di mutua assistenza e ricollocamenti a livello UE. E quella gente, ormai anche numericamente, non è più ascrivibile al mondo più o meno variopinto dell’estrema destra naziskin, quella gente ormai vive e lavora nelle fabbriche, negli uffici, nei negozi, nelle piccole e medie imprese. A volte, anche nelle grandi imprese. Compresi membri del CDA. Perché parliamo di un Paese che, in un evocativo parallelo con l’Italia, nel febbraio 2016 vide il “Frankfurter Rundschau”, quotidiano liberal di Francoforte, pubblicare un editoriale dal titolo “I rifugiati pagheranno le nostre pensioni”.

Balle, è lo ha confermato lo Spiegel il 10 aprile di quest’anno con un’inchiesta, dalla quale è emerso che i richiedenti asilo sono i principali percettori e beneficiari dei sussidi legati alla riforma del lavoro e dello stato sociale nota come Riforma Hartz 4 (http://www.spiegel.de/wirtschaft/soziales/hartz-iv-haelfte-der-hartz-iv-empfaenger-hat-migrationshintergrund-a-1202179.html). Il tutto senza scordare che, al netto dei ponti d’oro promessi dalla Merkel alla Confindustria tedesca, affinchè le aziende assumessero richiedenti asilo, le principali ditte tedesche hanno offerto lavoro solo a 54 (54!) profughi in tutto, come confermato dal “Financial Times” (https://www.ft.com/content/d5d0bb96-49a8-11e6-8d68-72e9211e86ab). Il motivo? Totale impreparazione, a livello sia educativo che di specializzazione. In parole povere, non solo rappresentano un costo sociale e non una ricchezza futura (qualcuno avvisi Tito Boeri) ma sono anche, nella gran parte, mano d’opera di infimo livello professionale, quindi non un valore aggiunto per l’economia e la produttività in una sfida ormai globale e a colpi di dazi.

Al netto di questo e dei livelli di povertà e disparità sociale cui è giunta la Germania di oggi, come testimoniato dal bellismo numero monografico dell’Economist dello scorso 14 aprile intitolato “Cool Germany”, vi stupisce quel risultato di AfD? A me sì, nel senso che pensavo fosse già oggi sopra al 20%. Ma, attenzione, avanti di questo passo non ci vorrà molto. L’autunno, più di mille meeting e incontri fra capi di Stato, ci dirà molto: le elezioni in Baviera e quelle di medio termine negli USA saranno altrettanti banchi di prova per gli equilibri che verranno. Ammesso e non concesso che qualcosa non faccia il botto prima: il 3 settembre, si decide infatti la nuova composizione dell’Euro Stoxx 50 e se per caso Deutsche Bank dovesse essere cacciata dall’indice benchmark europeo a favore di Unicredit, la situazione potrebbe – anche solo psicologicamente – precipitare.

Attenti, quindi, a liquidare la questione tedesca con facili sciovinismi contro la “culona” o il surplus commerciale: abbiamo lasciato, anche per nostra colpa, che Berlino diventasse l’architrave stesso dell’Unione. Se cade, nessuno sa chi e quanto resterà in piedi dell’Europa. Il professor Paolo Savona, non a caso, ha parlato di uscita dall’euro come evento che può essere deciso da terzi…

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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