Missione impossibile: stabilizzare ciò che è instabile


di Francesco Simoncelli

C’è un fascino particolare in ciò che sta avvenendo all’interno del panorama economico. Ciò che rende intriganti i problemi economici è racchiuso tutto in poche frasi che vengono sovente ripetute dai pianificatori monetari centrali e dai politici. Due anni fa ho analizzato una di queste parole in particolare, “fiducia”, in una serie di tre articoli (1, 2, 3). In essi cercavo di sottolineare come in realtà, in un mondo economico dominato dal denaro fiat, la merce più commerciata non sono le banconote bensì la fiducia. L’ampio spettro in cui questa parola va ad incasellarsi nel panorama economico non è materia per cui indagare, ciò che invece sorprende è la capacità degli attori di mercato di basare le proprie preferenze individuali sulla consistenza effimera di un parametro altamente volatile. La cosa che poi fa sorridere è che le stesse persone che gestiscono il sistema bancario centrale, ad esempio, condannano le criptovalute come asset pericoloso e instabile. Davvero? E quale credibilità può invece avere un sistema economico che sfoggia $238,000 miliardi in indebitamenti?

Ecco che quindi entra in gioco la cosiddetta “nuvola di parole” a supporto di quella principale che mai deve smettere di circolare. Questa nuvola di parole viene ripetuta in modo così insistente e sistematico, che praticamente viene considerata vera. Pertanto, a supporto della parola fiducia, viene sventolata la parola “stabilità” per puntellare il castello di carte traballante rappresentato dall’impianto pianificatore dell’attuale sistema economico. È a dir poco curioso come il verbo stabilizzare sia in netto contrasto con il grafico qui sopra e soprattutto con la vagonata di interventismo da parte delle banche centrali scaricato nei mercati finanziari. L’obiettivo della politica monetaria è diventato la stabilizzazione del livello dei prezzi. Gli economisti mainstream sostengono che le banche centrali devono gestire la creazione di moneta per impedire un aumento o una diminuzione del livello generale dei prezzi. Ciò richiederebbe l’iniezione di maggiori quantità di denaro nell’economia quando in base ad un indice generale dei prezzi.

In primo luogo, tutti gli indici dei prezzi non sono altro che finzioni statistiche che non hanno alcuna validità scientifica o precisione assoluta. Il denaro è il mezzo di scambio più utilizzato e generalmente accettato, facilita uno scambio di beni e servizi e lo rende meno costoso tra una moltitudine di attori di mercato. Ma il denaro non ha un prezzo unico o rapporto di cambio sul mercato, a differenza di altri beni. In un’economia monetaria è la norma scambiare prima il bene o il servizio in cui si è specializzati in cambio di una determinata somma di denaro. Quindi ogni bene offerto sul mercato tende, in modo competitivo, ad avere un prezzo di mercato in ogni momento: il suo prezzo in denaro.

Gli individui, una volta guadagnato denaro in veste di produttori e venditori, lo spendono in veste di consumatori, comprando ai prezzi di mercato quei beni e servizi che altri attori di mercato offrono. Ma il denaro, a differenza di tutti gli altri beni, non ha un prezzo unico. Possiede tanti prezzi quanti quelli dei singoli beni rispetto al quale viene rapportato. Quindi il valore generale del denaro, o il potere d’acquisto, è rappresentati dalla struttura dei prezzi relativi, e non da un prezzo unico circoscritto da un indice.

I dettagli e la costruzione dei vari indici dei prezzi potrebbero essere diventati più sofisticati e complessi (per esempio, tecniche “ponderate in catena” per ridurre l’impatto di eventuali cambiamenti nel paniere facendo una media di questi ultimi in base a diversi periodi di tempo), ma le critiche di base restano le stesse: la diversità dei pattern di acquisto degli attori di mercato le cui scelte e decisioni costituiscono il processo di mercato, senza che nessuno possa minimamente avere anche alcune delle caratteristiche riflesse nella costruzione degli indici statistici. Anche perché non tutti i prezzi cambiano allo stesso modo quando la banca centrale manipola l’offerta di denaro. C’è un lag di tempo durante il quale il denaro creato ex-novo si fa strada nell’economia più ampia e successivamente influenza i prezzi di beni e servizi. L’aumento dell’offerta di denaro non si riflette automaticamente nei prezzi, ma dopo un certo periodo di tempo inconoscibile, ma nel frattempo le manomissioni da parte della banca centrale continuano. Qual è quella peggiore? Quella riguardante il prezzo più importante in un’economia capitalista: il tasso d’interesse.

Esso rappresenta il prezzo intertemporale a cui i risparmiatori scelgono di accantonare una parte del loro reddito precedentemente guadagnato, il quale viene messo a disposizione di altri che desiderano accedere a mezzi di produzione scarsi per scopi d’investimento ma che non potevano permettersi col loro reddito. Pertanto i tassi d’interesse hanno lo scopo di facilitare il trasferimento e l’accesso alle risorse economiche (lavoro, macchinari, input di produzione), deviandole dagli usi presenti a quelli futuri. Pertanto il tasso d’interesse riflette l’offerta e la domanda di risparmi reali e la bilancia in modo che gli investimenti siano limitati a periodi di tempo coerenti con la volontà di coloro che rinunciano all’uso dei loro risparmi per periodi di tempo equivalenti. Il tasso d’interesse coordina i risparmi e gli investimenti nel tempo. I piani d’investimento tendono ad essere compatibili con le scelte dei risparmiatori disposti a rinunciare ai prodotti finiti nel presente in cambio di altri e diversi beni di consumo in futuro.

Espandendo artificialmente l’offerta di moneta attraverso il sistema bancario e, di conseguenza, riducendo il tasso d’interesse nei mercati finanziari, si genera una domanda in eccesso rispetto all’offerta. Se si imposta artificialmente o si manipola un prezzo al di sotto del livello di compensazione del mercato, ciò tende a provocare una carenza. L’espansione monetaria crea un’illusione che ci siano più risparmi reali disponibili per intraprendere investimenti più dispendiosi in termini di tempo. I mutuatari sono in grado di ottenere più prestiti, ma essi non rappresentano risparmi reali accantonati da risparmiatori reali. I mutuatari possono presentarsi sui mercati e rivendicare risorse reali per intraprendere progetti d’investimento che in un mercato non ostacolato sarebbero stati rigettati data la loro impossibilità di realizzazione.

Con un aumento della quantità di denaro disponibile, nel tempo ci sarà una tendenza ad un generale aumento dei prezzi, i quali non aumentano simultaneamente o allo stesso modo: il sistema bancario funge da “punto di entrata” da cui viene avviato il processo inflazionistico. Lo step successivo, ovviamente, è lo scorrere verso quegli asset o beni per cui viene speso il denaro creato ex-novo. Che siano asset finanziari o case, il prezzo di tali beni aumenterà artificialmente; man mano che tale processo continuerà, le distorsioni invaderanno sempre più settori dell’economia e sedimenteranno sempre più quelle nei settori in cui il denaro creato ex-novo fluisce per primo.

In questo processo inflazionistico alcuni prezzi necessariamente salgono prima degli altri e ciò influenza la redditività relativa delle diverse attività economiche, che a loro volta influenzano l’allocazione e l’uso di risorse materiali, lavoro e beni capitali in modi diversi in tutti i settori dell’economia. L’intera struttura dell’economia è orientata verso progetti d’investimento più lunghi che, in realtà, i risparmi effettivi nell’economia non possono sostenere, dati i desideri reali della gente per i beni di consumo rispetto alla loro volontà di risparmiare per sostenere progetti d’investimento.

Le distorsioni indotte dall’inflazione risulteranno insostenibili nel lungo periodo. L’uso di risorse nel tempo andrà fuori equilibrio con il desiderio e la volontà degli attori di mercato di consumare e risparmiare. La “crisi” arriva quando questi squilibri raggiungono un punto di rottura e si scopre che la redditività degli investimenti a lungo termine non esiste, quindi devono essere abbandonati. L’economia deve affrontare un periodo di aggiustamento, un processo di “ribilanciamento” dei prezzi e dei costi, nonché una riallocazione del lavoro e delle risorse materiali tra i vari settori dei mercati.

UN ESEMPIO DI SPRECO DI CAPITALE: INGEGNERIA FINANZIARIA

Il problema con questa tesi è che il libero mercato viene costantemente distorto dagli interventi delle banche centrali, i cui effetti ricadono a cascata nell’ambiente economico più ampio. Il risultato è l’alimentazione dell’ingegneria finanziaria la quale trova terreno fertile nei finanziamenti a buon mercato, permettendo il persistere di entità economiche che sarebbero dovute fallire piuttosto che rimanere sulla scena imprenditoriale. Utilizzando la loro storia e il nome che si sono costruite nel tempo, riescono ad ottenere più facilmente prestiti a buon mercato che poi vengono impiegati non per potenziare settori come quelli della Ricerca & Sviluppo, bensì per spingere i titoli azionari di tali aziende nei mercati. I riacquisti di azioni proprie sono un escamotage per rendere appetibili le azioni di una determinata azienda quando alla sua base non c’è nient’altro che possa trasmettere valore. Allora si genera una scarsità artificiale tra i titoli azionari legati ad essa in modo che il suo listino in borsa salga artificialmente.

Tale aziende rimane in attività e pare quindi in salute, poiché inonda i suoi azionisti ed i possessori delle stock option con dividendi imprevisti. La produzione non segue tale “successo”, poiché i prodotti sfornati non hanno praticamente mercato, ciononostante continua ad impiegare risorse reali (lavoro e materiali) per fabbricare ciò che produce. Questo spreco influisce sul bacino della ricchezza reale, poiché aziende che invece avrebbero potuto soddisfare in modo genuino la domanda dei consumatori non possono avervi accesso e quindi non nascono per niente. Peggio ancora, le nuove realtà imprenditoriali possono finire per essere acquisite dai grandi pachidermi che impongono il loro modello di business e alla fine ne distruggono l’essenza. Ma può anche capitare che le piccole realtà imprenditoriali possano fare di tutto per farsi notare solo per essere acquisite da una grande e basta. In un panorama economicamente distorto, si vuole emergere solo per guadagnare facilmente.

Ma i problemi non finiscono qui, perché quando invece sono due grandi realtà imprenditoriali a fondersi, l’ingegneria finanziaria permette l’emersione di prezzi spropositati e fuori mercato. Ecco che quando le politiche delle banche centrali s’invertono emergono i problemi e l’improduttività dell’affare. Il costo del capitale è parte integrante di queste assunzioni. Più basso è il tasso d’interesse, o il costo del capitale, maggiore è il prezzo dell’acquisizione che i modelli giustificheranno. Una volta che i tassi d’interesse salgono, questi modelli di valutazione saranno fatti a pezzi.

Mises disse che il socialismo non può funzionare perché non ci sono prezzi di mercato in un’economia socialista per distinguere usi più o meno preziosi delle risorse sociali. Peter Klein scrive nel suo libro The Capitalist and the Entrepreneur che Mises non parlava solo di socialismo, ma del ruolo dei prezzi per i beni capitali. Gli imprenditori ipotizzano i prezzi futuri e allocano le risorse di conseguenza per soddisfare le esigenze dei clienti e ottenere un profitto. Se non c’è mercato per i beni capitali, le risorse non saranno allocate in modo efficiente, sia che si tratti di un’economia socialista o meno. L’economia di mercato richiede mercati degli asset ben funzionanti. Senza questi prezzi, il processo decisionale viene distorto.

Negli ultimi due decenni la politica monetaria della Federal Reserve non ha prodotto una crescita economica reale, ma piuttosto una bolla dopo l’altra: ogni bolla (o ogni gruppo di bolle contemporanee) è più grande in termini aggregati e più dannosa di quella che l’ha preceduta. Queste bolle distruggono parte del capitale abilitando usi economicamente ingiustificati. I tassi d’interesse artificialmente bassi della banca centrale rendono gli investimenti più redditizi di quanto non siano in realtà, e questo è particolarmente vero per gli investimenti con orizzonti a lungo termine.

Queste distorsioni e le conseguenti perdite si amplificano ulteriormente una volta che una bolla scoppia: il risultato finale è un sacco di investitori rovinati ed enormi sovraccapacità nei settori interessati. Questo è successo ancora e ancora, in un settore dopo l’altro: tecnologia, immobiliare, titoli del Tesoro e ora titoli finanziari, titoli spazzatura e commodity. I risparmiatori sono puniti e incoraggiati a rischiare capitali su iniziative che non hanno senso economico. E gli amministratori delegati, ingannati dalle supposizioni errate sepolte nei loro modelli di valutazione, vedono i soldi a buon mercato come la strada per costruire imperi.

Alla fine questi imperi si sgretolano, distruggendo capitale prezioso nel processo.

LA CRISI “INFINITA”

Nonostante questi evidenti effetti collaterali causati dalla stampa monetaria per tenere in piedi realtà economiche decotte, le banche centrali hanno perseguito nel loro obiettivo di disintegrare le valute. Stanno rischiando grosso, perché sventolando il feticcio della “stabilizzazione” stanno trasformando quella che inizialmente era una crisi del debito in una crisi della valuta. Un esito decisamente peggiore. Non a caso il dollaro, ad esempio, è stato in netto declino negli ultimi 17 mesi.

Ma ecco il problema: non si può semplicemente svalutare la propria valuta per ottenere una crescita senza fine. Non esiste qualcosa come un pasto gratis. F. A. Hayek disse: “La svalutazione del dollaro aiuta solo temporaneamente il PIL. E più a lungo va avanti, più i prezzi aumenteranno in tutta l’economia, influenzandola negativamente.”

Ciò significa che la crescita delle esportazioni degli Stati Uniti, che si traduce in PIL, non è sostenibile. E mentre l’inflazione inizia ad invadere l’economia più ampia (perché non tutti i prezzi aumentano allo stesso ritmo), l’intero panorama economico sarà influenzato negativamente. Nel 2017 circa il 70% del PIL degli Stati Uniti proveniva dai consumi, mentre il -4% derivava dalle esportazioni nette (questo significa che gli Stati Uniti hanno importato più di quanto hanno esportato). Una valuta più debole dissuade le importazioni e promuove le esportazioni, aumentando così le esportazioni nette. Ma con il 70% della crescita degli Stati Uniti guidata dal consumo, l’inflazione in atto finirà per danneggiare l’economia.


Gli Stati Uniti non possano sostenere tassi più alti, l’economia è ancora molto fragile e si avvia verso un brutto periodo, noto come stagflazione: alta inflazione e bassa crescita, barcollando dentro e fuori dalle recessioni. L’ultima volta che abbiamo visto una stagflazione è stata durante gli anni ’70. L’unico modo in cui gli Stati Uniti riuscirono a scapparvi senza implodere è stato grazie a Henry Kissinger che creò il “petro-dollaro” con i sauditi e il presidente della Federal Reserve, Paul Volcker, aumentò i tassi fino al 20% circa.

Immaginate oggi se gli interessi sui prestiti per auto, per il college, sui mutui e sul debito delle carte di credito aumentassero fino al 15-20%… Per non parlare del debito dello stato. Infatti non è un caso che quest’ultimo stia iniziando a vedere i propri rendimenti salire, non solo sulla scia della posizione monetaria più ristretta da parte della FED, ma anche sulla scia di una perdita di fiducia globale. Tale fato, comunque, non è esclusivo degli Stati Uniti ma di tutto il mondo laddove le banche centrali hanno risucchiato al loro interno montagne di pattume obbligazionario degli stati per tenere in piedi quelle realtà protette dal loro cartello (grandi banche commerciali e stati). Solo che perseguire nel lungo termine questa strada porta inevitabilmente a quella conseguenza che tale intervento mirava ad evitare: default.

Tra l’altro questo è il caso per eccellenza dell’Italia. Questo Paese doveva fallire già nel 1995, a seguito delle continue campagne di svalutazione monetaria che praticamente avevano annientato la Lira. Venne graziata con l’entrata nell’euro. Ma rappresentando ormai un “malinvestment” ha continuato a risucchiare risorse reali dall’intera Europa, senza adoperarsi per risolvere problemi che avrebbero dilatato ancor di più i tempi di un default. Insieme agli altri Paesi del Club Med, ha sfruttato la tragedia dei beni comuni europea per prolungare la sua vita economica poggiandosi sulla reputazione economica di altri Paesi fiscalmente più responsabili (es. Germania). L’Italia ha fatto registrare una delle crescite economiche a livello mondiale più lente dal 2000 e non ha visto una creazione di nuovi posti di lavoro netti per un decennio. Nel frattempo il debito nazionale è aumentato dal 102% del PIL nel 2008 a oltre il 132% di oggi.

Nonostante l’aumento dell’indebitamento dell’Italia e la debolezza dei fondamentali economici, i tassi d’interesse sui titoli di stato italiani sono rimasti notevolmente bassi, fino a poco tempo fa, grazie al QE della BCE. Come mostrano i grafici seguenti, a partire dalla fine del 2015, la Banca d’Italia è stata l’unico acquirente netto del debito italiano. Ha acquistato un ammontare di debito italiano superiore al 100% di tutto il debito italiano emesso dalla fine del 2015. Infatti la BdI è ora il maggiore acquirente netto del debito pubblico italiano dall’introduzione dell’euro nel gennaio 2002.

La BCE intenda terminare il suo programma di QE entro la fine di questo anno e poi, molto probabilmente, affidarsi per uno o due anni alla “forward guidance” per tenere sotto controllo la situazione. Tuttavia il settore privato non è stato e non è disposto a prestare all’Italia ai tassi d’interesse estremamente bassi. Considerando che il neoeletto governo italiano prevede di aumentare drasticamente la spesa in deficit, è doppiamente improbabile che gli investitori inizino a concedere prestiti al governo italiano a tassi bassissimi. E come abbiamo visto di recente, gli investitori stanno già scaricando obbligazioni italiane, i tassi d’interesse stanno aumentando e la paura di un’altra crisi del debito sta crescendo.

Dati i già elevati livelli di indebitamento dell’Italia, anche un modesto aumento dei costi di finanziamento potrebbe devastare le finanze del Paese e porre fine alla sua quasi inesistente ripresa economica. Come abbiamo visto nelle sezioni precedenti, però, lo spreco di risorse economiche reali è andato avanti a passi spediti, quindi politica monetaria o non politica monetaria ci sarà una recessione. L’ingegneria finanziaria dilagante negli Stati Uniti ed i tumulti finanziari in Europa sono la prova. Questo manderà un segnale a tutti nel mondo: la pianificazione monetaria centrale ha definitivamente perso il suo potere d’illudere, non può stabilizzare nulla. In realtà, non ha mai stabilizzato nulla. Ha semplicemente permesso ad un gruppo sempre più ristretto di persone di saccheggiare gli altri.

TUTTI SULLA STESSA BARCA CHE AFFONDA

La frenesia e l’impellenza di voler stabilizzare eventuali fenomeni improvvisi di panico, ha portato le varie banche centrali del mondo a creare un mostro abnorme fatto di credito facile e debiti impagabili. Ci si attacca strenuamente alle apparenze perché altrimenti verrebbe a galla l’inganno a cui sono stati sottoposti fino ad oggi la maggior parte delle persone. Il problema è che se una nave sta per affondare, non basterà bloccare le falle nello scafo con le dita. Di recente ho visto il film Dunkirk e in una delle scene chiave del film, un gruppo di soldati americani si nasconde in una nave abbandonata aspettando l’alta marea e prendere così il largo dicendo addio alla guerra. Sfortuna vuole che un gruppo di cecchini tedeschi stia facendo “pratica” con quella bagnarola e inizia a sparare a casaccio sullo scafo. L’alta marea arriva e i soldati, credendo di poter resistere alle onde incessanti del marea, cerca di tappare i buchi con il solo aiuto delle loro dita.

Inutile dire che il loro piano fallisce miseramente, ma la “forza” della disperazione porta ad aggrapparsi anche al più stupido dei piani. Questo perché tutti si trovavano sulla stessa barca e quest’ultima stava affondando. Le nazioni del primo e secondo mondo, così come i Paesi emergenti, hanno seguito tutte le stesse politiche monetarie e adesso si trovano tutte sullo stesso piano: una crisi del debito che si trasformerà in una crisi della valuta. La FED ha trascinato con sé il resto del convoglio delle banche centrali del mondo, spingendole a seguire le sue politiche monetarie sconsiderate. Così mentre gli Stati Uniti hanno incamerato beni reali dal resto del mondo inondandolo di dollari, il resto del mondo ha stampato denaro per accumulare asset denominati in dollari e potenziare il settore dell’export.

Per un certo periodo di tempo le cose sembrano andare bene, fino a a quando non vanno più bene. Questo perché, come ripeto spesso, si possono aggirare le leggi economiche ma non le si possono violare. Prima o poi si paga il conto delle sconsideratezze economiche. Per un po’ la barca rimane a galla nonostante i buchi, ma lentamente l’acqua allaga lo scafo fino a farla affondare definitivamente. Tapparli con le dita non aiuterà.

La presunta prosperità che fuoriesce dalle stampanti monetarie ha un costo: a spese del bacino dei risparmi reali. Tenere in piedi industrie improduttive che sfornano beni di consumo senza domanda, impedirà agli individui di soddisfare i loro desideri e li lascerà a corto di risorse nella loro vita quotidiana. Non è un caso se i risparmi personali sono colati a picco. Questo perché Main Street ha raggiunto un Picco del Debito e ha cercato strenuamente di avviarsi lungo un percorso di deleveraging in questi ultimi dieci anni. Quindi il vecchio canale della trasmissione della politica monetaria è rotto e, come abbiamo visto all’inizio di questo articolo, il presunto “effetto ricchezza a cascata” s’è fermato alle grandi imprese che non hanno fatto altro che ingolfare i loro bilanci offrendoli in sacrificio sull’altare dello stimolo keynesiano. Inutile sottolineare come le azioni ed i mercati finanziari siano stati gli unici a beneficiare di questa manna una tantum.

Una determinazione onesta dei prezzi ha lasciato del tutto i mercati obbligazionari con l’arrivo del QE delle banche centrali, spingendo sempre di più gli investitori di tutti i tipi in asset più rischiosi. Soprattutto i gestori dei fondi pensione, i quali devono tirare fuori dai loro investimenti un 6-8% annuale pena una perdita netta. Ma con la fame di rendimenti decenti che ha imperversato in questi anni nei mercati finanziari, quei numeri erano utopici e anche la spazzatura finanziaria è diventata attraente. La rotazione dalle obbligazioni alle azioni ne ha spinto i prezzi, i quali hanno attratto più acquisti. Il ciclo di feedback è continuato praticamente così.

La persistenza di questo feedback ha praticamente eliminato la volatilità, poiché le azioni sembravano solo salire e non scendere mai. I trader ed i robo-trader hanno interpretato questa assenza di volatilità come un segno che questi mercati erano meno rischiosi, poiché la volatilità è una misura standard del rischio nei modelli prevalenti di gestione del rischio. Utilizzando approcci di “parità di rischio”, i trader ed i robo-trader hanno quindi acquistato ancora più titoli azionari perché offrivano una combinazione ottimale di rendimento elevato e basso rischio.

Ma ora siamo di fronte alla Grande Inversione, la cui causa principale è il restringimento monetario delle banche centrali: iniziato negli Stati Uniti e presto arriverà nell’area Euro e in Giappone. Il risultato sarà che i rendimenti dei titoli di stato a basso rischio dei Paesi sviluppati appariranno relativamente allettanti per gli investitori istituzionali rispetto all’aumento della volatilità nei mercati azionari degli Stati Uniti e dei Paesi emergenti. Il denaro uscirà dalle azioni e si muoverà nelle obbligazioni statali, dove lo attende rendimenti più elevati aggiustati al rischio.

I deflussi dai titoli dei mercati emergenti sono appena iniziati e dovrebbero accelerare drasticamente nei prossimi mesi. Ciò potrebbe portare ad una crisi del debito in questi mercati col potenziale di trasformarsi in una crisi di liquidità globale, una cosa già vista l’ultima volta nel 2008. E infatti ne abbiamo la conferma con “l’improvvisa evaporazione” dei finanziamenti in dollari di recente lamentata dai Paesi emergenti. L’esempio migliore per entrare nel cuore dei problemi dei mercati emergenti è rappresentato dall’Argentina. Questo blog già in tempi non sospetti ha messo in guardia dai problemi di quel Paese, andando controcorrente in un periodo in cui i boccaloni seguivano le idee economiche squinternate dei Cinque Stelle il cui capo spirituale gridava al “miracolo economico argentino”. In Argentina il governo di Cristina Fernández de Kirchner ha lasciato un buco monetario intorno al 20% del PIL e un’inflazione (dopo anni di tentativi di coprire squilibri strutturali con aumenti dell’offerta di moneta) superiore al 30-35% all’anno.

Così come accaduto in altri mercati emergenti, le riforme strutturali importanti sono state abbandonate ed è stata applicata una formula alternativa: emettere grandi quantità di debito e continuare a finanziare una spesa pubblica in crescita con la stampa di moneta. Questo cosiddetto “aggiustamento soft” è stato giustificato dall’enorme liquidità nei mercati internazionali e dal continuo indebolimento del dollaro. Molte economie latinoamericane ed emergenti sono cadute nella trappola. Ma quando questa giostra si ferma, e il dollaro USA recupera parte della sua debolezza, diviene economicamente e finanziariamente devastante. Deficit fiscali e commerciali elevati finanziati dagli afflussi di dollari a breve termine diventano bombe finanziarie a tempo.

La straordinaria domanda di obbligazioni e altri asset in Argentina era giustificata dalle aspettative di riforme e da un cambiamento che, col passare del tempo, non è avvenuto. L’Argentina non è riuscita a controllare l’inflazione, ha mostrato una crescita inferiore alle attese e gli squilibri sono saliti alle stelle proprio mentre gli Stati Uniti hanno iniziato a vedere un po’ di inflazione ed i suoi tassi hanno iniziato a salire. All’improvviso il differenziale di rendimento tra il decennale USA e quello dei mercati emergenti non è più risultato interessante, e la liquidità si è prosciugata alla velocità della luce, anche con una modesta diminuzione del bilancio della Federal Reserve. L’illusione di un mondo senza fine (un dollaro più debole, una crescita globale più alta) è infine caduta in mille pezzi, insieme ai sogni deliranti di tanti riformatori monetari.

Ciò non ha impedito all’Argentina di continuare a scavarsi la fossa: ha continuato ad aumentare la base monetaria al 28% all’anno, cercando di finanziare la spesa pubblica stampando denaro (ottenendo come conseguenza un’inflazione dei prezzi al 23%). Ma niente cambia il fatto che la liquidità in eccesso e la debolezza del dollaro USA sono finite e man mano che il dollaro USA riprende vigore, ed i tassi statunitensi aumenteranno a causa di un aumento dell’inflazione, il flusso di denaro a buon mercato nei mercati emergenti s’invertirà. La crescita sincronizzata e alimentata dal debito ha gettato i semi di un crollo sincronizzato.

Ma non stiamo parlando solo di Argentina, nella stessa condizione ci sono anche Cina, India, Brasile e Turchia.

UNA FARETRA VUOTA

Quindi, adesso, le banche centrali si trovano a corto di strumenti per contrastare la prossima recessione. La FED sta disperatamente cercando di “rialzare” i tassi, ma questa volta non basterà. Come dimostrato in precedenza in articoli come questo e questo, la FED non sta “rialzando” i tassi d’interesse poiché è in grado di controllarli. La parte introduttiva di questo saggio è chiara: il tasso d’interesse reale può essere solo gestito dai singoli individui nei mercati che agiscono in base alle loro preferenze temporali. Ecco perché definisco le dichiarazioni della FOMC un gioco di prestigio. Ma anche volendo credere all’onnipotenza del loro metodo, sappiamo dalla storia recente che ci vorrebbe un taglio dei tassi di circa 600 punti base per “tenere a bada” una recessione. Al momento attuale il tasso di riferimento della FED è a 175 punti base. Capite benissimo che l’arsenale della FED è vuoto, mentre l’economia più ampia sta lanciando segnali pericolosi come il deterioramento della bolla dei prestiti per automobili (la nuova bolla subprime secondo il sottoscritto), il deterioramento dell’attività di ricomprare le azioni proprie (attività necessitante di credito facile per sopravvivere, pena il default delle imprese di cui ne hanno fatto ampiamente uso), il deterioramento del mercato dei junk bond, lo spike dei rendimenti dei titoli di stato statunitensi e, più importante per la gente comune, prezzi reali molto più alti di quello che dicono le statistiche annacquate del governo.

Questo significherebbe la discesa nel territorio dei tassi negativi, ma come ci hanno insegnato Svezia, Svizzera, Giappone e la UE in generale, non servono a niente. Le persone verrebbero spinte verso metodi alternativi di conservazione dei propri capitali e lo stimolo keynesiano non vedrebbe mai la luce. Questo a riprova del fatto che la teoria Austriaca ha ragione nel focalizzare l’inizio di tutte le sue analisi dall’azione umana. Un altri giro di quantitative easing allora? Nessun errore economico commesso in passato è stato ripulito, anzi ne sono stati commessi altri e quelli esistenti sono stati ingigantiti. Infatti sin dall’ultima crisi non c’è stato alcuno spazio per il deleveraging.

Tutto quello che la FED può fare è “rialzare” i tassi (lentamente), ridurre il bilancio (lentamente) e pregare che una recessione non arrivi prima che riporti i suoi conti alla normalità, probabilmente intorno al 2021 (la FED attualmente ha un capitale di $40 miliardi rispetto ad un bilancio di $4,400 miliardi, con un rapporto di leva di 110 a 1). Quali sono le probabilità che la FED sia in grado di arrivarci prima che arrivi la prossima recessione?

Pochissime.

Come vediamo da quest’ultimo grafico la curva dei rendimenti dei titoli di stato si è appiattita e una sua inversione significa sempre recessione. Nessuna banca centrale del mondo è in grado di affrontarla, poiché dopo la follia del quantitative easing, della ZIRP e della NIRP, nessuna di esse ha nella sua faretra frecce da scoccare.

SI CHIUDE IL SIPARIO

La prossima recessione potrebbe essere nell’effettivo il prossimo “buffer” raffigurato nel seguente schema.

Ecco la morale della favola: quando i gruppi con interessi particolari non possono estrarre altre ricchezze attraverso il saccheggio politico, la politica cercherà di conservare il livello di saccheggio esistente. Ma questo non sarà possibile dal punto di vista fiscale e allora la politica dibatterà su quali vacche sacre sarà possibile sacrificare. Quando il governo federale staccherà la spina ai vecchi, questi ultimi staccheranno la spina alla legittimità politica del governo federale. Sebbene diventi più flebile col passare del tempo, esiste ancora il dogma: lo stato siamo noi. Questa fede è stata più volte messa in discussione dagli eventi e continuerà ad esserlo in futuro: incapacità degli stati di mantenere le loro promesse, almeno non in denaro col potere d’acquisto di oggi. Questo è il motivo per cui continuo a riproporre ogni anno la lettura di questo articolo. Gli eventi economici alla fine raggiungeranno l’immutabile premessa morale: non rubare. È una questione di posizionamento: colui che suona l’allarme in anticipo e fornisce una testimonianza convincente della sua tesi, è in una posizione migliore per esercitare la leadership nel bel mezzo della crisi che “ha predetto”.

Gli uomini non possono prevedere il corso futuro degli eventi, ma possiamo dire con fiducia: se certe pratiche continueranno, ne seguiranno determinate conseguenze. Viviamo in un universo di causa/effetto morale. Le cattive politiche finiranno per produrre risultati negativi. Questo esito richiede tempo, ma è la legge della libertà. Le società la infrangono a loro rischio e pericolo.

Chi di noi ha iniziato a rifiutare la religione di uno stato salvatore? Chi ha iniziato a staccare la spina alla sua dipendenza dallo stato? I seguenti gruppi:

  1. genitori che non mandano i loro figli nelle scuole pubbliche;
  2. investitori che ritengono che la previdenza sociale andrà in default prima della loro morte;
  3. utenti di Internet che hanno iniziato ad esplorare fonti d’informazione alternative;
  4. chi non accetta l’agenda del vangelo sociale;
  5. coloro che cercano di mostrare alle persone un modo migliore di vivere ed interagire (a livello sociale ed economico);
  6. piccoli imprenditori che sono stanchi della burocrazia che li strangola e che sono pronti a rinunciare ai sussidi statali per uscire dalla trappola.

I membri di questi gruppi sono coloro che hanno compreso come la soluzione individuale sia il primo passo per liberarsi dal giogo dello stato e dai suoi recinti di consenso.

E questo i “poteri” non possono cambiarlo. Nessuno può cambiare le leggi apodittiche dell’economia. Si possono aggirare, ma non cambiare. Alla fine si paga il prezzo degli eccessi e quando il bacino dei risparmi reali è in contrazione a causa della zombizzazione economica preponderante a causa di saccheggi prolungati e insistenti, non ci sono “poteri” che tengano. Soprattutto quando si abbandonano quei recinti che sono stati accuratamente posizionati per tenere al lazzo il pensiero generale. Cos’è essenzialmente il voto se non una conferma indiretta di come si vogliano cambiare le cose nel modo più aggregato possibile? È così che la stasi sociale si ripercuote sulla stagnazione economica andando a prolungare il dolore economico. È così che le masse riescono ad essere influenzate in modo soddisfacente. La soluzione è individuale, è così che si esce dal recinto. L’arma migliore in mano agli individui non è la X da analfabeti, ma l’imprevidibilità. Ecco alcuni esempi:

  • Si fa un bagno di umiltà, si abbandona il senso di onnipotenza novecentesco e si accetta serenamente di non poter influenzare gli eventi storici in qualsiasi occasione. In certi casi, occorre semplicemente aspettare con pazienza che le condizioni internazionali siano propizie prima di poter intervenire. Agitarsi, tanto per far vedere che si sta facendo qualcosa, non serve a niente e ciò priva delle energie che potrebbero essere utili in seguito.
  • Mentre si attende il momento propizio, non si resta con le mani in mano: si rafforza la propria posizione personale (es. Bitcoin), si intessono relazioni, si creano contatti con persone che potranno servire quando i tempi saranno maturi per intervenire.
  • Soprattutto si studia e si tenta di capire come funziona, nel concreto, il sistema su cui si conta di intervenire al momento opportuno.
  • Se si continua a credere di poterlo fare con le crocette e le passeggiate in piazza, quando il momento sarà propizio (e secondo me non manca molto) ci ritroveremo ancora una volta impreparati, del tutto privi di strumenti adeguati e lo lasceremo passare senza aver concluso nulla.
  • Per quanto possibile si cerca di capire com’è fatta la geografia del potere, quali sono i punti chiave o quali punti, pur non essendo centrali, presentano una rilevanza tale da essere vitali per l’intero sistema. Sono i più preziosi, perché è ad essi che sarà più facile accedere. Per fare ciò, bisogna liberarsi dell’illusione sciocca che nelle dinamiche storiche e politiche esistano i “loro” e i “noi”, i buoni e i cattivi, e che “noi” siamo i buoni. Se siamo i buoni, il nostro destino è segnato (per fortuna non lo siamo affatto, nonostante le favole che amiamo raccontare a noi stessi). Da cui deriva l’ultimo punto:
  • Prepararsi ad essere il meno buoni possibile (sarà indispensabile).

E POI C’È BITCOIN…

Come menzionato nella sezione precedente, Bitcoin è una soluzione in grado di rafforzare la propria posizione personale. La blockchain da sola è lenta e poco utile, serve solo come registro temporale e come registro condiviso per una tecnologia, quella del Bitcoin, che ha bisogno di altri due elementi fondamentali: la PoW e gli incentivi monetari dati dalla creazione di nuove unità di BTC. La grande intuizione di Satoshi Nakamoto è proprio questo escamotage da teoria dei giochi: l’incentivo economico che in abbinamento alla PoW risolve in maniera statistica il problema del consenso distribuito. L’innovazione e il cambiamento di paradigma introdotto da Bitcoin, di cui la blockchain è solo una parte, non è la velocità o il numero di transazioni, nemmeno la trasparenza (altrimenti non sarebbero nate criptovalute come Monero e Zcash, e, soprattutto, non avrebbero avuto successo), ma la decentralizzazione.

Si può trasferire ricchezza, scarsità e valore senza un ente centralizzato. Siamo in una rete di pari e si possono trasferire soldi a chi si vuole, quando si vuole, senza chiedere il permesso a nessuno. È questa la rivoluzione che ancora la maggior parte delle persone non comprende, è questa la rivoluzione libertaria che si cerca di mettere da parte per idolatrare un falso mito, quello della blockchain, che da struttura dati serve a ben poco laddove si tratti di un servizio centralizzato, perché lo stesso servizio lo si può ottenere con un database che utilizzi la crittografia asimmetrica, con meno costi e più efficienza.

Se guardiamo a ciò che sta succedendo, invece, le cose interessanti sono tante: il Lightning Network di Bitcoin inizia a funzionare e questo può portare l’adozione reale ad un livello superiore rispetto a ciò che abbiamo visto finora; l’apertura di soluzioni per investitori istituzionali può innescare una nuova spinta verso l’alto; i grossi fondi pensione potrebbero decidere di allocare una parte in BTC andando a ridurre il rischio dei loro portafogli dato che le criptovalute sono poco correlate con gli altri mercati. Il prezzo è frutto di aspettative e di scelte da parte degli investitori, su Bitcoin ciò è amplificato perché molti trader non hanno l’esperienza necessaria per tenere a bada l’aspetto emotivo. Gran parte dell’energia del bear market è già stata dissipata, ma ho affrontato questo discorso dal punto di vista tecnico in questo articolo: https://www.yours.org/content/analisi-del-bottom-di-bitcoin–ichimoku—shorts-long–26-6-2018-7cbb3720abe3

I più grandi indirizzi al mondo aumentano le loro posizioni sempre di più, accumulando piano piano nei momenti di ribasso. A tal proposito è interessante osservare la Top 100 degli indirizzi più ricchi di Bitcoin, potendo analizzare in questo modo suddetto accumulo. Gli indirizzi oltre i 10,000 BTC sono aumentati parecchio, mentre è diminuita la quantità di BTC in mano agli indirizzi piccoli. Un altro fattore sono gli indirizzi oltre i 100,000 BTC: fino a dicembre ce n’era solo 1, mentre ora sono 4.

Altro fattore sono i “last in”, dove si può vedere le ultime volte che a quegli indirizzi sono stati accreditati dei BTC, e tutti in questo periodo hanno aumentato le loro posizioni. Cliccando sugli indirizzi si possono vedere quanto hanno accumulato e quando. Molto pochi indirizzi vendono, senza contare che c’è addirittura una buona parte che ha accumulato sin dal 2013 senza mai vendere un solo BTC, mentre l’ultimo “last in” è di qualche giorno fa. I grossi player sanno cosa c’è in ballo e stanno accumulando, aspettando ben oltre i $20,000. Infatti gli indirizzi senza “last out” accumulano da anni e lo scorso dicembre non hanno venduto. Le vendite, invece, sono state molto spesso fatte da indirizzi minuscoli, che vendono per paura di perdere i pochi spiccioli investiti.

Molti indirizzi sono in fase di accumulo, entrano e non escono mai. Molti invece vendono quando sale un po’ e ricomprano basso guadagnandoci. I bitcoin che arrivano da gente poco esperta sono i più facili da sottrarre, molta gente è infatti entrata a $20,000, comprando magari 0.1 BTC. Quindi facendosi prendere dal panico ora, vendono, e i grossi player che li avevano venduti ai massimi oggi ci guadagnano. Il gioco è chiaro, mentre gli indirizzi grossi si ingrassano, quelli più piccoli diminuiscono abbondantemente. È decisamente vero il detto “Buy on rumors, sell on news“: adesso siamo in un periodo in cui ci sono voci che si rincorrono riguardanti Nasdaq, investitori istituzionali, Wall Street ecc. Quando queste diventeranno realtà, i prezzi schizzeranno alle stelle e chi si è fatto prendere dal panico (poiché non ha compreso le potenzialità vere delle criptovalute) tornerà a comprare.

Con questi numeri si dimostra che chi compra oggi 1 BTC, sarebbe nel 2.5% delle persone più ricche dell’ecosistema. Inoltre, come abbiamo visto abbondantemente in questo articolo, la situazione è molto peggiore nel mondo della moneta fiat, dove con una ammontare di $6,500 non si è affatto nel 2.5% delle persone più ricche del mondo. Le cosiddette whales acquistano peer to peer, ecco perché i flussi grossi non si vedono sugli exchange; tengono il prezzo basso e possono accumulare.

CONCLUSIONE

La spasmodica ricerca della stabilità finanziaria da parte delle autorità monetarie ha letteralmente portato l’attuale sistema economico/finanziario sull’orlo del baratro. La causa della perdita di fiducia nelle monete fiat sarà incarnata principalmente dalla ricerca nevrastenica della stabilità a tutti i costi. Non esiste niente di tutto ciò in economia, essendo essa un ambiente in costante divenire. Tutti quei tentativi per far riuscire un determinato esito non faranno altro che ritorcersi contro coloro che presumibilmente dovrebbero essere “onniscienti” dal punto di vista economico. Non è così. Lo stiamo vedendo accadere sotto i nostri occhi: l’ingegneria finanziaria ha fatto marcire i fondamentali economici fino al punto in cui le banche centrali non hanno più idea di cosa fare. Sono a corto di frecce nel loro arco. La prossima recessione le coglierà di sorpresa, come accaduto ogni volta; questo perché esse ritengono di essere la panacea di tutti i mali economici. Invece non hanno fatto altro che acuirli.

In questo nuovo ambiente, fioccheranno occasioni e opportunità. Siate preparati. Questo saggio vi ha indicato come e perché, in modo che non possiate essere spaventati ma piuttosto affrontare eventuali venti contrari con audacia e determinazione.


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