Non cadete nel tranello della retorica al contrario, perché al buonismo non si risponde con l’ottusità

Di Mauro Bottarelli , il - 80 commenti


Se c’è una cosa che mi ha sempre ripugnato, in anni che faccio questo lavoro, è il cosiddetto “sottobosco romano”, ovvero il crocicchio clientelare di apparati e corpi intermedi che, in realtà, è il cuore pulsante dello Stato. Al centro di questa “terra di mezzo” si trova quel rituale laico e molto italiano delle nomine, una sorta di megariffa fra paraculati e raccomandati di Stato cui i partiti danno vita ogni qualvolta ci sono da rinnovare cariche in aziende a controllo o partecipazione statale. E, attenzione, oggi in ballo c’è il cda della RAI, oltre ai vertici dei servizi, che un’azienda non sono ma hanno un valore ben superiore.

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Per quanto sia sgradevole farlo sapere, l’impasse in atto fra Lega e M5S è da Prima Repubblica, tanto che tutto appare bloccato: poco male, certe brutte abitudini non è che possono cambiare di colpo, non fosse altro per il giardino zoologico di interessi incrociati con cui ci si trova ad avere a che fare. Inoltre, non facciamo le verginelle: chi governa deve anche pararsi il culo e mettere persone di fiducia nei gangli portanti dello Stato, quindi appare non peregrino lanciarsi in battaglie di retroguardia per tutelare un certo nome o una certa personalità. Ovviamente, le opposizioni – le quali quando erano governo hanno fatto lo stesso, se non peggio – ci inzuppano il biscotto della polemica sterile e di quel vizio tutto italiano del pressapochismo cialtrone: il mantra accusatorio, da pubblico ludibrio di piazza, del “sono tutti uguali”. Perché questo preambolo? Perché stavolta scricchiola davvero qualcosa nel governo. E non mi riferisco a questo,
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ovvero alla mossa – ovviamente da confermare – del ministro Tria, la quale ha una duplice lettura critica: primo, questi grafici



ci mostrano come la Cina sia impegnata in un’operazione isolazionista per operare deleverage interno, quindi per quale motivo dovrebbe investire – e massicciamente, viste le nostre necessità di rifinanziamento – nel debito italiano, al netto di un 13% in più di rendimento su quello spagnolo ma comunque sotto scacco potenziale dello spread ad ogni stormir di fronda? Secondo, se Pechino decidesse di finanziarci, come la prenderebbe l’UE? Ma, soprattutto, come la prenderebbero i nostri precettori, ovvero gli USA? Al netto di questo, un chiaro segnale di indipendenza politica del MEF che parla la lingua di oggettive necessità di finanziamento dei provevdimenti-bandiera (reddito di cittadinanza per M5S, flat tax per la Lega e superamento della Legge Fornero per entrambi). Anche alla luce di questo:
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l’offensiva lancia in resta della stampa berlusconiana verso Matteo Salvini, un po’ attaccato e un po’ blandito, come si fa con le fidanzate riottose che non si sa se è meglio lasciar sbollire per i fatti loro o corteggiare per evitare che cerchino conforto altrove. E qui si apre il capitolo più critico: il ministro dell’Interno, alla luce del caso della nave fatta attraccare a Pozzallo e della visita di Giuseppe Conte alla Comunità di Sant’Egidio, ha capito che il limone dell’emergenza immigrazione è stato strizzato anche troppo e ora tocca cambiare condimento dell’azione di governo, prima che l’autunno porti con sé il redde rationem sui conti pubblici e sul finanziamento dei provvedimenti, come pare far intuire la mossa del MEF? Se un segnale doveva arrivare, in tal senso, è la Commissione giustizia a offrircelo, dove domani – con settimane di anticipo – sbarcherà il ddl della Lega sulla legittima difesa, altra materia di grande impatto mediatico ed elettoralmente emotivo e, soprattutto, a costo zero.
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E, soprattutto, molto appetita anche in casa Forza Italia e Fratelli d’Italia, disperati nel tentativo di drenare voti e consensi in libera uscita, direzione Carroccio. Di più, stando alle denunce come al solito vagamente allarmistiche di “Repubblica”, saremmo di fronte a un vero patto segreto pre-elettorale fra Matteo Salvini e la lobby dei produttori di armi, la quale ha storicamente sede nel bresciano, territorio leghista a livello quasi feudale. Poteva mancare l’indignata denuncia di un parallelo con il cordone ombelicale che lega Donald Trump alla NRA negli USA? Ovviamente no. D’altronde, il periodo è poco fecondo per l’emergenza fascista, chissà che nei prossimi giorni non salti fuori un’altra “spiaggia nera” come quella di Chioggia che lo scorso anno ci ha allietato l’estate.
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E qui, spiego il titolo dell’articolo di oggi e la fotografia che ho scelto per la copertina. Oltre alla stucchevole contrapposizione tra Francia multietnica e Croazia autarchica, condita dall’odi collettivo per Emmanuel Macron, la finale dei Mondiali è stata accompagnata anche dalle polemiche per gli incidenti scoppiati durante le celebrazioni sugli Champs Elysée, con i casseurs in azione e la polizia costretta agli straordinari per limitare danni, incendi e vandalismi. Scene che non sono affatto nuove in Francia, è dagli anni Novanta che i cosiddetti “spaccatutto” a intervalli regolari danno vita ad azioni di vandalismo urbano, spesso infiltrandosi in cortei autorizzati e trasformandoli in guerriglia. Sputtando così, più o meno indirettamente, le istanze spesso sacrosante di chi protesta e i loro referenti.

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E’ altresì vero che molti di questi devastatori arrivano storicamente dalle banlieue ma parliamo, appunto, di riferimenti quasi da era geologica: oggi sono i black bloc, come d’altronde in mezza Europa, a menare le danze (e non solo quelle) e tra loro è sempre più frequente trovare studenti di buona famiglia, spesso stranieri (molti in Erasmus, il vero collante della meglio gioventù liberal ed europeista) e gente che una periferia-ghetto la vista solo nei film come “L’Odio”, facendosi affascinare e cercando di emularne lo spirito ribellistico, come certi tamarri di periferia fanno con la serie di “Romanzo criminale” o “Gomorra”. Insomma, come vedete nella foto di copertina e nei due video che ho postato (entrambi rigorosamente di media francesi),
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parlare come ho letto sui social ma anche su stampa “di area” di “negri e marocchini” che spaccano tutto, “alla faccia della loro società multirazziale”, non è solo miope e ottuso ma anche controproducente a livello politico. E culturale. Per una ragione semplice: abbiamo visto tutti dove le bugie del politicamente corretto hanno portato elettoralmente i loro alfieri, al tracollo per quanto riguarda il PD e alla pressoché irrilevanza parlamentare LeU. Perché, giustamente, la gente ne ha pieni i coglioni e non si fa più prendere in giro, sa riconoscere le balle ma, ancora di più, sa riconoscere ciò che è prioritario per i propri bisogni di cittadino, lavoratore, contribuente. Ed essere umano, in molti casi. E questo vale anche per la questione sbarchi dei migranti e, soprattutto, per la retorica dell’aver cambiato l’approccio europeo in materia, solamente alzando un po’ la voce: guardiamoci negli occhi, non è cambiato pressoché un cazzo. Certo, gli sbarchi sono calati. Addirittura crollati. Ma lo erano anche dopo che Minniti aveva raggiunto l’accordo con le tribù libiche, un bel -72% su base annua.

Per quanto ci si ostini a spacciare come un trionfo quanto ottenuto da Giuseppe Conte al Consiglio Europeo di 3 settimane fa, quel “su base volontaria” rispetto ai collocamenti pesa come un macigno sul proseguo dell’azione del governo Lega-M5S, basti vedere la risposta arrivata l’altro giorno dal “Gruppo di Visegrad” dopo lo sbarco a Pozzallo dei 447 clandestini: “La linea Conte ci porterà all’inferno”. E pensate che quanto sta accadendo, non ultima la doccia fredda europea rispetto alla proposta (alquanto disperata) di Matteo Salvini di riconoscere come “porti sicuri” gli attracchi libici, non porterà con sé un irrigidimento da parte dei governi formalmente più vicini alle posizioni del Viminale, leggi Austria e Germania? Oltretutto, con Francia e Spagna che ci hanno dichiarato silenziosamente guerra sul tema, quindi decise a farci pagare ogni conto che si possa presentare. Pensate che basti gridare ai “negri” e ai “marocchini” che spaccano tutto per garantirsi il consenso? Magari sì ma per quanto? Quanto rischia di essere durata la narrativa dell’invasione, a fronte di numeri oggettivamente ridotti ma, soprattutto, di continue deroghe, non fosse altro per un atteggiamento quantomeno ambiguo da parte del primo ministro sul tema?

Come mai questa accelerazione verso il tema della legittima difesa, altrettanto sentito e viscerale (elemento, quest’ultimo, fondamentale per il modo di fare politica di Matteo Salvini), quando la battaglia sugli sbarchi sembrerebbe entrare proprio ora nel vivo, non fosse altro per la stagione climatica e per stessa rivendicazione di Viminale e Palazzo Chigi, i quali ci vendono da settimane la narrativa dell’aria nuova arrivata in Europa con il loro avvento? Ma come, cambia aria, arrivi a ottenere una svolta epocale e proprio adesso cambi priorità? Forse perché, oggettivamente, sarà dura convincere gente come tedeschi e austriaci della determinazione ferrea dell’esecutivo sull’argomento, quando il tuo primo ministro va in visita alla Comunità di Sant’Egidio e parla della necessità di “umanità” e “corridoi umanitari”, non vi pare? Attenti a cadere nel tranello di comportarci, ovviamente con impostazione differente di 180 gradi, esattamente da ultras dell’immigrazionismo come la Boldrini o Saviano o compagnia cantante e indossante magliette rosse: loro il prezzo, alto, alle loro cazzate ideologiche e di buonismo col culo altrui l’hanno pagato ma le lune di miele non sono eterne, nemmeno per chi finora pare averle azzeccate tutte.

Guardate questi grafici,


dentro c’è tutto e niente ma c’è anche una parte di verità, incontrovertibile in una Paese come la Francia che vede i sindacati dei trasporti – SNCF e Air France in testa – in stato di agitazione da mesi e mesi: la rabbia c’è, è palpabile. E spesso e volentieri si sfoga in maniera sbagliata. O, peggio ancora, viene manovrata da chi di dovere per proprie finalità. Vi invito a riflettere: per il 14 luglio, festa della Repubblica e vigilia della finale, in Francia erano stati schierati qualcosa come 110mila fra poliziotti e gendarmi per garantire la sicurezza, anche memori dell’attentato di due fa a Nizza. Il giorno della finale, il numero differiva di poco. A Parigi, era identico. Pensate che non fosse in parte prevenibile o, comunque, enormemente tamponabile quell’ondata di odio, andata in diretta su tutte le televisioni del mondo?

E noi, furbi come volpi, tutti a gridare contro la società multirazziale, i “negri” e i “marocchini” che vi avranno fatto vincere la Coppa ma poi vi devastano le città e via con sproloqui millenaristici rispetto a quanto ci attende a breve, se non bloccheremo l’invasione? Pensate che Emmanuel Macron, il cui indice di popolarità prima della finale se la giocava con quello di Erode in un asilo nido, sia stato colpito negativamente a livello politico dall’accaduto? O, forse, quel caos in diretta globale, stile “Truman Show”, gli tornerà utile e gli garantirà ancora di più mano libera contro sindacati, lavoratori, casseurs e chiunque abbia da mettere in discussione il suo ruolo di novello Re Sole per conto dei Rothshield e dell’agenda sociale di Attali? Perché questi grafici




ci dicono che il redde rationem post-QE (ammesso e non concesso che sia arrivi davvero a un post, quantomeno nei tempi previsti) per la Francia sarà decisamente duro, forse più duro del nostro che cerchiamo compratori di debito in Cina. Perché la nostra carta sovrana fa si riferimento a un debito pubblico enorme ma anche storicamente gestibile e stabile, quasi giapponese. Nel caso francese, invece, trattasi di aziende che sono sopravvissute – e in molti casi hanno prosperato, facendo anche shopping all’estero a prezzo di saldo – grazie al finanziamento a costo zero garantito dalla BCE. Ora, invece, al netto del cuscinetto di sicurezza creato nei bilanci, dovranno tornare al sistema bancario e alle sue richieste di garanzia per finanziarsi: a quale prezzo, stante anche la montagna di BTP che giace nei bilanci della banche d’Oltralpe? E con quale magnitudo di liquidità, soprattutto, in piena era di guerra commerciale degli USA contro l’Europa?

Sicuri che il massimalismo e la cecità ideologica, gli stessi peccati originali che abbiamo imputato per mesi e mesi ai buonisti e che sono costati loro la ghirba politica, alla faccia delle fake news, siano armi su cui fare totalmente affidamento, se si intende davvero governare per anni e cambiare le cose e non capitalizzare unicamente a livello elettorale in vista delle europee del prossimo maggio, salvo magari tornare fra le braccia del Cavaliere ma ancor più in posizione da leader della coalizione, in punta di percentuali? Datemi pure del menagramo, del cercatore di peli nelle uova, di eterno insoddisfatto e critico. Ma guardate un po’ in faccia la realtà, a partire dal quei filmati parigini: che le banlieue siano un cesso e una fucina di devianza potenziale non lo scopriamo oggi, così come non serve Nostradamus per dirci che l’immigrazione fuori controllo che abbiamo vissuto fino all’estate dello scorso anno è un fenomeno socialmente destabilizzante ma non è strepitando ricette inattuabili o slogan da ubriachi al bar che si risolvono i problemi.

Quanto accaduto nelle ultime 72 ore in tema immigrazione nel nostro Paese dovrebbe averci fornito l’ennesima conferma: dall’altra parte c’è gente furba e che si muove su tavoli internazionali, non nel chiuso di feste estive di partito. Gente che ciò che noi riteniamo conferma della bontà delle nostre tesi, lo utilizza a proprio favore senza che nemmeno ce ne accorgiamo. E spesso, fa in modo che le cose accadano. Tanto, dietro i disordini di Parigi, la gente vedrà solo “negri” e “marocchini” che sputano sulla nazione che li ha ospitati e mantenuti. E farà girare quell’odio sui social, come merda nel ventilatore acceso.

E gli Emmanuel Macron di turno, non a caso nemici giurati di Matteo Salvini, capitalizzeranno a costo zero. Ma lo faranno rispetto a una battaglia molto più importante di quella del semplice calciare in avanti il barattolo, di emergenza in emergenza, rispetto alla scadenza delle coperture finanziarie o delle clausole di salvaguardia. Una battaglia che, se verrà persa, ci vedrà servi a vieta. E con un bello stato di polizia, che noi stessi avremo chiesti a gran voce per difenderci dai casseurs di turno, a garantirne l’intangibilità, pistole in mano.

Come a Nantes, non più di una settimana fa. Il poliziotto che ha ucciso il ragazzo maghrebino ha ritrattato, ammettendo di non essere mai stato assalito: “E’ stato un incidente”. Un brutto incidente. Un colpo solo. Mortale. Alla giugulare. Notizie sui tg o i giornali? Zero. All’Eliseo godono di poteri speciali, dopo il Bataclan. Vi pare il caso di fornirne degli altri, gratis oltretutto, solo per il piacere idiota di gridare all’apocalisse multietnica francese su un social o al bar? Ragioniamo. Perché se “negri” e “marocchini” sono il nemico, i Macron e gli Attali del mondo, cosa sono?

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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