Per Bannon, la guerra “è contro la Cina”. La stessa che tiene in vita gli USA? Ma occhio, arriva il botto

Di Mauro Bottarelli , il - 128 commenti


Per carità di Patria e antica adesione al sacro principio di non sparare sulla Croce Rossa, evito di addentrarmi a fondo nelle ultime, fantasmagoriche prestazioni del “governo del cambiamento”. Mi limito a enunciarle: una è questa,

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ovvero la svolta assoluta in fatto di politica migratoria. Dopo la regolarizzazione di qualche decina di migliaia di clandestini, presenti sul territorio e di rientro dall’estero (grande lascito di quel trionfo diplomatico che è stato il Consiglio UE di tre settimane fa), ecco che per superare l’impasse futura è stata abbandonata la linea dura dei respingimenti e del blocco (o, almeno, limitazione) delle partenze e ora si sposa quella della cabina di regia in sede europea. Ovvero, si delega a chi fino ad oggi ha lavorato per trasformare l’Italia in un campo profughi il potere di decidere come meglio proseguire il suo lavoro al riguardo (e che, tanto per gradire, proprio oggi rende noto il suo diktat contro Orban). Meraviglioso. E che dire della ri-nazionalizzazione di quel cesso di carrozzone con le ali di Alitalia? Cosa cambia, scusate, da quella pagliacciata che fu la cordata dei valorosi patrioti con cui Berlusconi evitò l’opzione Air France e caricò sulle nostre spalle qualche altro miliardo di debiti, garantendo però buone uscite d’oro a una trentina di amministratori delegati assortiti?
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E la RAI? Una battaglia storica dei 5 Stelle, la fine della lottizzazione? E chi è stato messo a capo della Commissione di Vigilanza? Un ex dipendente Mediaset! Quindi, dopo la Casellati a dirigere e calendarizzare i tempi di lavori al Senato, Forza Italia può contare su un altro pezzo da novanta, casualmente piazzato in una posizione strategica per gli interessi privati del suo presidente. Ma il conflitto di interessi non era una priorità del “governo del cambiamento”? Eccolo il cambiamento, evviva la Terza Repubblica! La chiudo qui, perché veramente chi ancora ha il coraggio di mettere sul tavolo la scusa ritrita del “con tutta la merda che hanno lasciato gli altri in 50 anni di mal governo” o è in malafede o è accecato dall’ideologia. In un caso come nell’altro, auguroni. Anche perché non so se lo avete visto ma in apertura dell’edizione delle 13 del Tg5 è andata in onda un’intervista-pompino, praticamente il contradditorio era baciare la pantofola all’interlocutore, a Matteo Salvini, dipinto come una via di mezzo fra il prefetto Mori e Metternich. Mi sa che la sabbia nella clessidra di questo governo sta per finire e ad Arcore stanno scaldando i motori…
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Ma attenzione, perché in quanto a dilettanti allo sbaraglio (che brutto abbaglio mi aveva fatto prendere la questione INPS-Boeri, stavo quasi per dare un minimo di fiducia al duo Salvini-Di Maio), gli inglesi non sono da meno, non a caso sono la patria de “L’ispettore Barnaby”. Guardate qui,

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a tre mesi dall’avvelenamento della ex spia del KGB e della figlia (miracolosamente guariti e spariti dalla circolazione), gli inquirenti hanno casualmente identificato proprio ora, dopo il vertice di Helsinki, i responsabili. E, squillino le trombe, sono due russi! E fin qui, normale cialtroneria da destabilizzazione continua. La cosa straordinaria è come sono giunti alla risoluzione del caso: DNA? Qualche tecnica futuristica vista finora solo in CSI? Seduta spiritica con piattino stile caso Moro?

No, guardando i filmati delle telecamere di sorveglianza esterne della zona! Dopo la bellezza di tre mesi li hanno guardati! E chissà quale genio dell’investigazione avrà proposto questa strada alternativa, avrà partorito questo colpo di genio! Merita come minimo la nomina a capo di Scotland Yard e un cappello alla Sherlock Holmes. Ma veniamo alla ciccia, alla roba seria. Perché la Russia non c’entra solo con questa ennesima figura di merda dei britannici, c’entra soprattutto con questo:
Bannon: Democrats have yet to embrace why they've lost

Bannon: We're at an economic war with China

sono due stralci dell’intervista concessa l’altra sera da Steve Bannon, gran visir di tutti i sovranisti e nume tutelare del governo che sconvolgerà gli equilibri del mondo ri-nazionalizzando Alitalia, alla CNBC. Un’intervista a tutto campo, dopo un periodo di quarantena mediatica che, infatti, aveva visto l’ex consigliere politico di Donald Trump sparire dalla scena interna per impiantarsi in Europa, Roma in particolare. E cosa dice Bannon? Di fatto, il concetto cardine è molto luttwakiano: ovvero, il vero nemico degli USA è la Cina, contro la quale è infatti già in atto una guerra per ora solo commerciale. La Russia “è soltanto una noia”. Ovvero, una scoreggina globale. Che, al netto delle risorse energetiche dui dispone, economicamente è pure vero. Come è vero che Bannon ammette però il profilo da statista di Vladimir Putin, non rinnegando quindi i suoi passati riferimenti politici in nome delle leadership forti e dichiaratamente di stampo nazionalista. C’è però un piccolissimo particolare che il nostro eroe non mette in conto, parlando della Cina come di un nemico cui è stato concesso troppo, a partire dalla presenza nel Mare cinese del Sud (guarda un po’):


questi grafici (sì, sbuffate pure e dite che sono puttanate, mentre il vostro governo è un simposio di premi Nobel dell’Economia) ci mostrano che la politica di guerra commerciale di Donald Trump non solo non serve a un cazzo di niente ma, anzi, l’intero sistema economico USA – Wall Street in testa – dipende proprio dalle mosse della Cina, svalutazione dello yuan in testa. E signori, per essere uno che in campagna elettorale tuonava come Bombolo dopo un piatto di fagioli contro la svalutazione monetaria di Pechino, pare strano il silenzio verso quanto sta accadendo in queste ore: lo yuan offshore si è svalutato del 9% sul dollaro dai massimi di marzo e a livello annualizzato il calo è di qualcosa come il 30%! Tanto per capirci, dopo la grande svalutazione del 2015, quel tasso annualizzato si fermò al 23%.

Ma Wall Street però non sembra affatto preoccupata. Anzi, nonostante i conti di merda di Netflix e la multa minacciata dall’UE contro Google (non sto a ricordarvi quanto pesino le FAANG sugli indici USA, già di per sé dipendenti al 90% dai buybacks permessi da tassi a zero e Banche centrali), viaggia relativamente serena. E questi grafici



ci spiegano perché: questa svalutazione andrà a impattare molto probabilmente sul dollaro, rendendolo ovviamente ancora più forte e questo si riverbererà di conseguenza su valutazioni di commodities, titoli azionari, assets dei mercati emergenti e reddito fisso a livello globale. Dando vita a un quell’impulso disinflazionistico che già abbiamo visto appunto nel 2015. La tabella sui “real drivers” del mercato mette la questione decisamente in prospettiva, mi pare.

E non basta, perché la stessa Cina che Bannon vorrebbe distruggere in nome di un americanismo da operetta degno dei Nativi di “Gangs of New York”, dopo aver tagliato i requisiti di riserva delle banche non più tardi di tre settimane fa, sta per lanciare una sorta di mini-QE attraverso le sue banche commerciali, le quali erogheranno credito con il badile sotto forma di Medium Term Loan Facility (MLF) verso soggetti pesantemente indebitati sul settore dei bond ad alto rendimento interni, quelli con rating da AA+ in giù. E, tanto per capirci, già in giugno attraverso la MLF erano entrati in circolo nel sistema 663 miliardi di yuan, circa 100 miliardi di dollari. Dopo tre settimane, non solo siamo da capo ma addirittura ci si prepara a un primo botto con finalità di sgonfiamento controllato della bolla interna e poi, attraverso l’impulso disinflazionistico della svalutazione dello yuan, al QE in piena regola e alluvionale della PBOC.

Insomma, il bancomat cinese sta per tornare in azione a livello globale con il suo impulso creditizio, servirà solo qualche scossone che ne giustifichi la necessità emergenziale. E Bannon vorrebbe fare la guerra a chi terrà in piedi per l’ennesima volta il casinò di Wall Street, così inviso e alieno all’amministrazione Trump da aver visto la Casa Bianca imporre alla FED – non più tardi di venti giorni fa – lo stralcio del Dodd-Frank Act voluto da Barack Obama, unica regolamentazione giusta di un’intera amministrazione? Davvero questo cazzone, che se la gioca con i poliziotti inglesi, è il guru e l’ideologo della rivoluzione sovranista che verrà? Perché se così fosse, Cirino Pomicino è Che Guevara.

Ma attenzione, perché qualcosa sta cambiando, sul serio. Il 21 aprile scorso intitolavo il mio articolo riguardo “il sacrificabile Macron” ed ecco che, casualmente, salta fuori, dal nulla e a freddo, questo:

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nel pieno del crollo dei consensi dell’inquilino dell’Eliseo, lo stesso che quel genio di Giuseppe Conte si è scelto come alleato al Consiglio UE, un bello scandalo che puzza lontano un miglio di avvertimento dall’alto, visto che parliamo del Paese che ha piazzato il segreto militare sul traffico d’armi che sarebbero finite nelle mani degli attentatori del Bataclan via servizi segreti (motivo per cui ci sono tante restrizioni europee che stanno rallentando l’iter, già politicamente polemico, sulla legge riguardante la legittima difesa): quindi, stante i poteri di cui gode l’Eliseo, se si voleva insabbiare, si insabbiava. Oltretutto, un atto di brutalità contro un manifestante durante il 1 maggio, vagamente simbolica come accusa, non vi pare?

E destinata a garantire argomenti per almeno una settimana ai rantoli della sinistra francese ancora in vita. C’è qualcosa all’orizzonte, serve il botto e l’elenco dei sacrificabili è arrivato sul tavolo di chi di dovere, di chi i fili li tira davvero. Ma se Macron è solo la punta dell’iceberg, ancorché una crisi in Francia avrebbe il medesimo impatto di quella sfiorata in Germania, a mio avviso siamo alla vigilia di qualcosa di grosso proprio in America, in vista delle elezioni di mid-term e strettamente legato non solo alle dinamiche di distruzione schumpeteriana controllata della Cina (la quale attende il casus belli globale per partire forza quattro) ma anche all’accusa di tradimento che è diventato il nuovo mantra contro Trump. Guardate qui,


a vostro avviso per quale motivo gli Stati Uniti stanno leccando il culo, via riempimento della casse statali, all’Ecuador? Chi protegge l’Ecuador da qualche anno presso una sua ambasciata? E dove, forse in un Paese dove la polizia ha appena dimostrato di essere super-sveglia e il governo vagamente ricattabile in questo momento? Ma tranquilli, io sono il solito visionario che non capisce un cazzo di economia, geopolitica, politica e finanza (aggiungerei calcio e donne, su quello garantisco e sottoscrivo), mentre qui abbiamo Giggino e Matteo, i quali si abbeverano alla fonte di Steve Bannon. A presto.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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