Senza guerra dichiarata in atto, il “warfare” salva di fatto l’economia USA. E quando sarà vera crisi?

Di Mauro Bottarelli , il - 232 commenti


I giornali italiani non ne parlano e anche i telegiornali sono restii a trattare il tema, salvo qualche stringato servizio della Botteri a “LineaNotte” dedicato alle proteste contro la politica sull’immigrazione di Donald Trump, ovviamente impreziosito dall’arresto dell’attrice Susan Sarandon, tanto per garantirsi il tocco glamour che piace alla gente che piace, per scomodare uno slogan degli anni Ottanta. Eppure le strade d’America da qualche settimana stanno bruciando. E non solo di passione politica per abbattere il fascismo che si starebbe impadronendo della Casa Bianca ma proprio di botte, cazzotti e calci. Per ora, solo questo. Questi video

Portland Antifa Knocked Out in One Punch BEST QUALITY

[4K] Battle of Portland: Antifa vs Proud Boys

sono relativi a una manifestazione tenutasi sabato a Portland, Oregon e degenerata in scontri fra antifascisti e sostenitori del presidente. Come vedete, i primi le hanno prese di santa ragione, senza che nemmeno dovesse mettercisi la polizia. Per carità, per gente come noi europei – e italiani soprattutto – che ha vissuto gli Anni di piombo, queste sono bazzecole, scaramucce fra adolescenti. Ma occorre tenere a mente due cose: primo, gli USA non sono l’Europa e l’ultima grande sollevazione di massa fu quella post-crisi di Occupy Wall Street, mai giunta a livelli di violenza degni di nota. Secondo, gli USA – sempre a differenza dell’Europa – vedono la stragrande maggioranza dei loro cittadini possedere un’arma. O più di una. E spesso non la 22 da borsetta per difesa personale. Nel caso in questione, poi, c’è una terza variabile: come ci mostra questo video,

Portland Tackles Opioid Epidemic With New Solutions | NBC Nightly News

Portland Heroin & Opioid Overdose Crisis

Portland è l’epicentro della crisi legata all’abuso di farmaci a base di oppiacei, una vera e propria emergenza nazionale a livello non solo di numero di morti e ricoverati per overdose ma anche di esplosione della criminalità legata proprio a questo tipo di dipendenza. E in una nazione dove una città simbolo nel mondo come Chicago può vantare un record poco edificante come questo,

capite da soli che la tentazione di porre in essere dei laboratori di controllo sociale può diventare forte se, in seno ai corpi intermedi del potere, qualcuno necessita di alzare la tensione in vista delle elezioni di medio termine a novembre. Magari, alzando il livello di violenza a un grado di sistematicità tale da portare l’America profonda, il mitico Mid-West ad esempio, a chiedere misure drastiche per riportare l’ordine. Magari, un bel Patrioct Act 2 in autunno. O magari prima, nel pieno dell’estate che, stando al sociologo Michael Snyder. “potrebbe tramutarsi rapidamente in una vera e propria estate di rabbia, un qualcosa che io vedo crescere giorno dopo giorno nel Paese profondo e che rappresenta la schermaglia iniziale di una nuova guerra civile americana”.


Eccessivo? Forse ma sentite cosa dice uno che di contropotere se ne intende come il regista Michael Moore, ospite alla trasmissione “Overtime” condotta da Bill Maher sulla HBO: “I militari si schiererebbero al fianco dei progressisti in caso di una guerra civile contro Donald Trump”. Anche in questo caso, un’esagerazione? Moore ha molti difetti ma è molto più interno a certi circoli di potere di quanto posso sembrare, lo stesso potere che millanta di denunciare nei suoi lavori.

Obamas, Civil War, Civility | Overtime with Bill Maher (HBO)

Ora, poi, alla questione immigrazione che finora ha garantito benzina all’incendio liberal contro l’amministrazione Trump potrebbero unirsene un’altra, potenzialmente ancora più infiammabile e infiammante: stando a quanto riportato ieri dal “Wall Street Journal”, il presidente vorrebbe infatti eliminare del tutto il pacchetto di politiche per l’educazione introdotto da Obama e noto come “affermative action”, consistente di fatto nell’imposizione di “quote” di ammissione in scuole e università in base alla razza, formalmente per facilitare l’integrazione e la coesione sociale. Trump vorrebbe stracciare l’intero impianto e garantire ai presidi e ai consigli scolastici di potere tornare a prendere decisioni in base ai cosiddetti criteri “race-blind”, ovvero fregandosene altamente del lato etnico e basando le loro scelte su altri criteri, dal merito al reddito e così via.

Nemmeno a dirlo, i Democratici hanno già gridato allo scandalo segregazionista e classista, ricordando non solo come fu un “retrogrado” come George W. Bush a imporre il modello che ora la Casa Bianca vorrebbe riportare in auge ma anche la causa intentata da un comitato contro la prestigiosa università di Harvard per discriminazione verso gli studenti di origine asiatica. La sentenza al riguardo è attesa per il mese di ottobre: sarà quella la molla per garantire a chi ne fosse interessato un mese finale di campagna elettorale con il botto in vista del voto di mid-term? Attenzione, perché più di un commentatore avvicina di molto il potenziale detonatore della rivolta in grande stile: per l’esattezza, oggi. Ovvero quel 4 luglio festa nazionale sacra per ogni americano e pretesto perfetto per le due parti al fine di riaffermare la loro idea di America, magari emulando i vivaci scambi di opinione vissuti a Portland la scorsa settimana.

Ma la di là della mera questione di controllo sociale e repressivo che una legge di emergenza potrebbe garantire, cosa cova il seno al Deep State? Cosa potrebbero aiutare a coprire scontri in grande stile per le strade, a cosa sarebbe strumentale una contrapposizione destra-sinistra negli USA? Ad esempio a silenziare notizie come queste,

ciò l’ennesimo segnale prodromico del fatto che una parte di Pentagono, quella stessa istituzione che a detta di Michael Moore vedrebbe i suoi uomini schierarsi contro Trump – ovvero il loro commander-in-chief, configurando l’alto tradimento – , sarebbe deciso ad andare fino in fondo con l’agenda Bolton per il Medio Oriente, ovvero puntare tutto sul regime change in Iran. In tal senso, la pace con la Russia in vista del meeting fra Putin e Trump a Helsinki parla abbastanza chiaro, non fosse altro per il fatto che lo stesso Bolton ha mandato in pensione la retorica del mantra “Assad deve andarsene” per sposare la linea de “l’Iran deve andarsene dalla Siria”.

Esattamente come faranno a breve i soldati USA, altro segnale di disimpegno da leggersi come atto di buona volontà verso Mosca e atto di ostilità verso Ankara, visto che i curdi si sarebbero già alleati con le forze di Assad nel rimescolamento degli equilibri, godendo quindi di fatto della protezione di Mosca. Ma c’è anche dell’altro, paradossalmente ancora più importante. Perché a fronte di questo,




ovvero della continua follia autodistruttiva del casinò finanziario, quasi gli ultimi rantoli di una politica dell’azzardo morale che potrebbe presto presentare l’ennesimo, salatissimo conto, abbiamo questo:




ovvero, la prova provata non solo che il concetto di moltiplicatore bellico del PIL conosciuto come “warfare” esiste ma che è vivo e lotta insieme agli USA già oggi, in assenza formale di una guerra dichiarata che giustifichi spese militari straordinarie (gli stanziamenti record al Pentagono in sede di Budget 2019 presentato dalla Casa Bianca qualcosa facevano già intuire, a dire il vero). Il complesso bellico-industriale, vero motore del Paese, ringrazia e comincia a mettere lo champagne in fresco. I numeri parlano chiaro: a salvare letteralmente il dato degli ordinativi industriali dallo sprofondo, facendo segnare un +0,4% a maggio su base mensile, ci hanno infatti pensato le spese per la difesa con il loro sobrio +21,1% su base mensile, a fronte di un tonfo che non si vedeva dal gennaio 2015 dei produttori di automobili, la vera dinamo della cosiddetta ripresa obamiana, grazie a salvataggi statali e incentivi federali a pioggia, con stazioni di polizia di provincia che oggi possono vantare 8 auto di servizio a fronte di 6 agenti.

Insomma, arrivato il bust dopo il boom del mal-investment da denaro gratis della FED e con le piazzole dei concessionari piene, ecco che a salvare l’economia reale USA arriva come al solito la guerra, i missili, le bombe e gli aerei. Parlano le cifre, non la retorica. E questo dovrebbe portarci a due interrogativi: primo, se già oggi siamo a questi livelli di dipendenza dal warfare (stante anche le continue revisioni al ribasso del PIL del secondo trimestre, ultime quelle della FED di Atlanta e di Dallas), cosa accadrà quando la crisi finanziaria manderà fuori giri Wall Street, innescando di fatto dinamiche pre-recessive? Cosa servirà a quel punto, affinché il moltiplicatore bellico possa quantomeno tamponare il danno, visto anche l’appuntamento elettorale di novembre? Secondo, il fatto che si punterà sempre più strutturalmente sul “warfare” è confermato proprio dalla dinamica di quei grafici, poiché non appare una coincidenza che la prossima mossa della Casa Bianca nella guerra commerciale globale pare sarà quella contro l’import di automobili straniere, tedesche in testa.

In parole povere, ad oggi la guerra dei dazi di Trump ha sortito l’unico paradossale risultato di far ricomparire segnali di stagflazione nell’economia, stante l’aumento dei prezzi alla produzione dato proprio dai dazi sui metalli esteri che ha colpito l’industria interna con costi maggiori. E in un Paese che ancora si basa sul motto in base al quale ciò che va bene per la Ford, va bene per l’America, quei grafici parlano chiaro. Inoltre, un bel clima da stato di emergenza sarebbe perfetto per spaventare quell’America profonda e lontana dalle metropoli, quel Mid-Wst industriale e manifatturiero che non solo ha spedito Trump alla Casa Bianca ma che crede ciecamente nel mantra dell’America First e dei dazi a protezione del lavoro statunitense. Meglio distrarli con altro, soprattutto prima delle elezioni di novembre.

Per finire, attenzione a questo:


ieri notte due quartieri di Nantes sono stati messi a ferro e fuoco da gruppi di giovani, dopo che la polizia ha ucciso un 22enne nel corso di un controllo. Il giovane avrebbe reagito dopo la richiesta di documenti e per tutta risposta un agente avrebbe estratto la pistola e sparato: non a una gamba o a una spalla, alla carotide. Morto sul colpo. Una dinamica che ricorda molto alcuni incidenti simili accaduti in America e sfociati in violente manifestazioni, capitanate da associazioni come Black Lives Matter che gravitano nell’universo di Soros e dei suoi accoliti. Emmanuel Macron, dopo l’inserimento in Costituzione dei poteri d’emergenza conferiti all’Eliseo post-Bataclan, vuole americanizzare del tutto il suo Paese, in ossequio al ruolo di referente USA che cerca in seno alla nuova UE de-germanizzata che è nei progetti statunitensi?


La Francia del buon viso diplomatico a cattivo gioco alle frontiere, ha cercato e trovato il suo Rodney King, magari per utilizzare l’accaduto come combustibile per infiammare le banlieau di mezzo Paese proprio durante il periodo estivo, notoriamente foriero di rivolte nei quartiere urbani degradati? Magari così da poter risolvere in un colpo solo – stante il carattere d’emergenza della situazione – anche la questione sempre più rognosa rappresentata da università occupate ma, soprattutto, da scioperi nel comparto trasporti in piena stagione turistica? D’altronde, con gli indici di gradimento al minimo storico, soprattutto fra l’elettorato imprenditoriale che l’ha spedito all’Eliseo, qualcosa il buon Macron deve pur inventarsi. E cosa c’è di meglio che prendere ad esempio il modello già ampiamente sperimentato dal maestro e padrone?

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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