ADESSO BASTA… I COMUNISTI CHE CI SPIEGANO L’ECONOMIA

Di Leonardo , il - 12 commenti

di MATTEO CORSINI

Mi è capitato, leggendo una rassegna stampa, di imbattermi in un articolo a firma di Marco Bersani pubblicato sul Manifesto. Ho pensato: vediamo un po’ cosa si propone su un quotidiano che, nel 2018, ancora va fiero di dirsi comunista (sic!).

L’inizio è tutto un programma: “Mentre la giostra sul nuovo governo continua il proprio giro e Lagarde (Fmi) e Moscovici (Commissione Europea), a giorni alterni, ricordano a tutti l’obbligatorietà delle politiche d’austerità, nessuno sembra voler prendere atto dei nodi strutturali di una crisi che richiederebbe, finalmente e dopo decenni di accondiscendenza, di scontentare i famosi «mercati». Proviamo a farlo noi, indicando quattro proposte, necessarie anche se non esaustive”.

Come spesso accade, il termine austerità è del tutto fuori luogo, dato che negli ultimi anni è stato prodotto più deficit di quanto di volta in volta concordato a primavera con la Commissione europea, invocando, talvolta col cappello in mano e talvolta battendo i pugni sul tavolo (più la prima, a dire il vero), la cosiddetta “flessibilità”.

Ma veniamo alle quattro proposte: Istituire un audit partecipativo e indipendente sul debito pubblico nazionale, che definisca quali debiti sono illegittimi, odiosi o non sostenibili e, annullandoli, metta fine ad una trappola che ci ha visti pagare, dal 1980 ad oggi, oltre 3.400 miliardi di interessi su un debito che continua ad essere di 2.250 miliardi, in un circolo vizioso che, utilizzando il debito come “shock”, permette la deregolamentazione dei diritti sociali e del lavoro, la mercificazione dei beni comuni e la privatizzazione dei servizi pubblici”. Una sorta di tribunale del popolo che stabilisca quanto debito pubblico sia illegittimo. Potrebbe stupirsi un comunista nel sentire un libertario sostenere che tutto il debito pubblico è illegittimo. Il fatto è che il motivo per cui un libertario considera illegittimo il debito pubblico è agli antipodi del pensiero comunista. L’illegittimità è dovuta al fatto che il debito pubblico si accumula perché di anno in anno lo Stato spende più di quello che incassa. E quello che incassa è dovuto a un atto illegittimo, ossia la tassazione. Mentre la spesa in eccedenza di quello che incassa, che determina l’accumulazione del debito pubblico, presuppone tasse future, ossia altra illegittimità. In sostanza, non è per far correre di più la spesa pubblica che bisognerebbe abbattere il debito. Tra l’altro, in Italia la mercificazione dei beni comuni e la privatizzazione dei servizi pubblici è tale solo dal punto di vista di chi vorrebbe un sistema integralmente statalizzato.

Seconda proposta: Separare le banche commerciali dalle banche d’investimento, definendo in maniera netta l’impossibilità di commistioni fra le due tipologie. In questo senso, le banche commerciali devono divenire le sole istituzioni finanziarie autorizzate a ricevere depositi dai risparmiatori e ad avere accesso al sostegno pubblico per la liquidità e, nel contempo, devono avere il divieto assoluto a condurre ogni genere di attività sui mercati finanziari; al contrario, le banche d’investimento non devono avere titolo ad alcuna sottoscrizione pubblica, mentre dovranno avere una regolamentazione per legge in merito al rapporto tra fondi propri e attivi totali, al fine di limitare l’eccesso di leva finanziaria speculativa. Tra le due tipologie di banche dev’essere vietato qualsiasi rapporto creditizio, in modo che in nessun nodo del circuito finanziario vi sia connessione fra le stesse”. Quello della separazione delle banche commerciali dalle banche di investimento è un cavallo di battaglia dei nostalgici del Glass-Steagal Act (o della legge bancaria del 1936 in Italia) e, in generale, dei regolatori seriali. Che le banche non utilizzino i depositi per investimenti finanziari (la famigerata spekulazione!) può essere condivisibile, ma chi crede che la semplice separazione dell’attività commerciale da quella di investimento risolva i problemi delle banche non vede (o non vuole vedere) la realtà delle cose.

Il problema è l’utilizzo in sé dei depositi a vista, che genera il diritto in capo a più soggetti di prelevare a vista la stessa somma di denaro. E’ evidente che nella sostanza uno solo è il legittimo proprietario di quel denaro (il depositante). Altrettanto evidente è che non vi è alcuna certezza che la crisi sia generata da attività di investimento invece che di prestito a famiglie e imprese. Per di più i prestiti sono sovente illiquidi, a differenza di buona parte delle attività finanziarie. Se poi si volesse guardare alla realtà, i problemi delle banche italiane hanno tutti a che fare con l’attività di banca commerciale. In altri termini, non è che se una banca usa i depositi per fare credito non ci sia nessun problema, e i crediti deteriorati sono una dimostrazione abbastanza macroscopica. Nessuna delle banche italiane finite a gambe all’aria negli ultimi anni aveva problemi di finanza; erano tutte imbottite di crediti ammalorati.

Terza proposta: Vietare la socializzazione delle perdite, ovvero che autorità pubbliche garantiscano con fondi pubblici debiti privati, i quali devono essere al contrario posti a carico dei maggiori azionisti delle banche (ci sono Paesi come l’Ecuador che hanno inserito questo principio all’interno della Costituzione)”. Nulla in contrario, tenendo però in considerazione che dei debiti privati si fanno sì carico gli azionisti, ma se una società è involvente perdono soldi anche i creditori. Non prenderei l’Ecuador come modello di riferimento, tra l’altro.

Quarta proposta: Socializzare la gestione del risparmio postale. Le misure sopra accennate, per quanto impattanti, non intaccano tuttavia la posizione di predominanza del privato nel sistema bancario (assoluta nel nostro Paese, che è passato dal 74,5% di controllo pubblico del 1990 all’azzeramento attuale). Senza una nuova finanza pubblica, infatti, nessuna trasformazione del modello economico e produttivo sarebbe possibile e le decisioni di breve e lungo termine sulla società rimarrebbero comunque appannaggio delle lobby finanziarie. Il risparmio postale, gestito per oltre 150 anni con finalità pubbliche e sociali da Cassa Depositi e Prestiti, è oggi, con l’avvenuta privatizzazione di quest’ultima, utilizzato per favorire la svendita del patrimonio pubblico e la privatizzazione dei servizi pubblici locali, oltre che come “carburante” per operazioni finanziarie di tipo privatistico sui mercati. Risulta più che mai necessario scindere Cassa Depositi e Prestiti e destinare la parte relativa al risparmio postale -pari a 250 miliardi- al finanziamento a tassi agevolati degli investimenti territoriali –pubblici e sociali- decisi attraverso percorsi partecipativi delle comunità locali”.

Una prima contraddizione, oltre che inesattezza. Se le banche fossero ancora in prevalenza pubbliche, la socializzazione delle perdite sarebbe inevitabile. Quanto all’azzeramento, considerando che oltre i due terzi del capitale del Monte dei Paschi di Siena sono ora di proprietà del Tesoro, non mi pare un azzeramento. A meno che Bersani non intraveda un azzeramento del valore dell’investimento in MPS (da non escludere, dato che dal “salvataggio” a oggi, in meno di sei mesi è evaporato il 45% della capitalizzazione di mercato; ma quanto meno l’autore dovrebbe specificarlo).

Venendo a CDP, anche in questo caso la privatizzazione è di forma, ma non di sostanza. Il Tesoro controlla oltre l’80% e la formale privatizzazione avvenne solo per escludere il debito di CDP da quello pubblico. Quindi CDP non muove foglia che il Tesoro non voglia. Ciò detto, i finanziamenti a tassi agevolati di investimenti “pubblici e sociali” farebbero molto probabilmente finire i risparmi postali dalla padella alla brace.

Ed ecco la conclusione: Si tratta, di fatto, di porre l’accento su un’unica domanda di fondo: vengono prima i diritti fondamentali delle persone o i profitti delle lobby finanziarie multinazionali? Senza provare a dare una risposta, le forze politiche potranno continuare a litigare sul colore del pallone o la forma delle bandierine del calcio d’angolo, ma partita, punti e classifica continueranno ad essere stabilite dai soliti noti”.

Non vi è evidenza che le cose in Italia vadano male per colpa delle “lobby finanziarie multinazionali”, anche se non deve stupire che ne sia convinto chi crede ancora nel paradiso comunista.

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