Ciampi e Prodi ci hanno posto di fronte ad una scelta senza via di uscita

Di Emanuela Melchiorre , il - 2 commenti

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 12 maggio 2012

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Il settimanale tedesco Der Spiegel nel suo ultimo numero ha lanciato la bomba mediatica che in tempi di crisi deflagra con conseguenze spesso imprevedibili. Il settimanale, dopo aver consultato una massa di documentazione del governo Kohl (1994 e il 1998), gli anni in cui si presero le decisioni fondamentali riguardo alla moneta unica, ha affermato che l’Italia truccò i conti per entrare nell’euro, così come ha fatto la Grecia a suo tempo.

Tra il 1996 e il 1998 secondo il settimanale tedesco (tradotto da Il Giornale) Romano Prodi e il suo ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi hanno predisposto «misure di risparmio cosmetiche», che «si basavano su trucchi contabili». «L’Italia non avrebbe mai dovuto essere accolta nell’euro – ha decretato il periodico amburghese – anzi si creò il precedente per una decisione ancora più sbagliata presa due anni dopo: l’ingresso nell’euro della Grecia».

Ciampi e Prodi, definiti dalla stampa il gatto e la volpe, truccarono i conti, vendettero parte delle riserve auree e imposero una costosissima tassa di scopo pur di entrare nell’euro. Tuttavia, di fronte ad una accusa tanto diretta da parte di un settimanale tedesco, si può replicare che il ruolo della Germania in questa storia non fu certo secondario. Agevolò, infatti, l’ingresso del nostro Paese per interesse nazionalistico.

Secondo i piani tedeschi l’ingresso dell’Italia nell’euro avrebbe giovato al ruolo egemone della Germania nell’ambio europeo poiché altrimenti la lira debole avrebbe danneggiato l’economia tedesca con un marco forte. Imporre quindi un cambio lira euro che giovasse alla Germania è stata la strategia tedesca avallata dalla coppia Prodi – Ciampi. È stato così che le esportazioni italiane hanno sofferto dell’aumento per così dire forzoso dei loro prezzi a vantaggio del concorrente diretto: la Germania.

Che Prodi e Ciampi fossero in grado di comprendere le conseguenze delle decisioni prese, non è dato saperlo senza cadere nello scivoloso campo delle supposizioni. Certo è che oggi le conseguenze le stiamo pagando tutti, con una crisi economica senza precedenti, aggravata da una sostanziale latitanza della politica economica in particolare e della Politica in generale.

Con la scelta di entrare nella moneta unica si è sostanzialmente scelto di rinunciare al primato della politica sull’economia. La perdita della sovranità, non solo monetaria ed economica, non porterà fuori dal tunnel. Al contrario contribuirà a inviluppare la spirale di crisi economica e l’assenza di qualsiasi piano per la crescita e il ricorso ad ogni balzello per aumentare le entrate tributarie costituisce un acceleratore di decrescita. Gli altissimi costi che stiamo pagando in termini economici e umani per rimanere nell’euro hanno portato molte volte chi scrive a considerare se l’uscita dalla moneta unica sia una via possibile e auspicabile. La conclusione non è scontata. In primo luogo, occorre considerare che i Trattati consentono l’uscita dall’Unione Monetaria solamente con il verificarsi di due circostanze: uno Stato membro o un gruppo di stati possono decidere di abbandonare l’Unione europea; uno Stato membro o un gruppo di Stati possono essere espulsi dall’eurozona.

Non è prevista nessuna clausola che consenta la possibilità ed i modi, da parte di uno Stato, di abbandonare l’Unione monetaria europea. Questo comporterebbe dunque la negoziazione di un emendamento del Trattato, che aggiunga una clausola di uscita, condotta non solo con i Paesi dall’eurozona, ma con tutta l’Unione Europea. È prevedibile che un simile fatto politico comporti tempi estremamente lunghi e sicuramente incompatibili con la rapidità che richiede il precipitare della situazione. Vi è poi da considerare il processo di conversione dell’euro in valuta nazionale. Tale processo, se non concordato, comporterà una rottura unilaterale del Trattato di Maastricht, del Trattato di Lisbona e del Trattato di Roma e l’introduzione di controlli al movimento di capitali.

Sarà quindi improbabile che uno Stato possa lasciare l’euro e rimanere membro dell’ Unione Europea.Tra i costi da considerare vi è anche quello della conversione del debito pubblico italiano denominato in euro. La sua conversione in valuta nazionale comporterà sicuramente costi in termini di perdita di credibilità e di aumento del tasso di interesse, di rivalutazione del debito estero e di perdita di valore delle attività finanziarie in seno alle imprese. L’annuncio poi del ritorno alla valuta nazionale comporterebbe la corsa agli sportelli da parte dei risparmiatori che preferiranno detenere i propri fondi in euro e in contanti, equiparabili a riserve valutarie in valuta straniera, piuttosto che convertirli obbligatoriamente. Sicuramente la prospettiva di un ritorno alla valuta nazionale non è più rosea dello status quo.

Il blog di Emanuela Melchiorre

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