IL MODELLO CIPRO: UN CASO STUDIO CHE PUO’ ESSERE REPLICATO IN FUTURO

Di PIERO VALERIO , il - Replica

Sono quasi certo che il modello Cipro farà scuola. Fra qualche
tempo sui manuali più autorevoli di economia e finanza saranno dedicati interi
capitoli sul modo molto inusuale e sbrigativo con cui i ministri delle finanze
dell’eurozona hanno risolto la crisi
bancaria
dell’isola cipriota, stravolgendo in pratica tutto ciò che prima
sapevamo e davamo per scontato sulla gestione dei flussi finanziari. L’accordo
trovato in extremis domenica notte,
salutato con entusiasmo da tutti i mezzi della propaganda come il salvataggio di Cipro, presenta notevoli
punti oscuri che avranno sicuramente pesanti ripercussioni in futuro sulla
tenuta dell’intera area euro. Innanzitutto perché non si tratta assolutamente
di un accordo, ma di un diktat, di un ricatto o meglio,
usando la terminologia edulcorata dei tecnocrati europei: un memorandum d’intesa (MoU, Memorandum of Understanding). Il parlamento di Cipro stava infatti
lavorando ad una sua proposta di ristrutturazione interna del sistema bancario,
che è stata bruscamente ignorata per fare posto alle imposizioni dei tecnocrati.
Un eventuale rifiuto del MoU (che in ogni caso deve essere ancora ratificato
dal parlamento cipriota) avrebbe comportato il default di Cipro e la successiva
uscita dall’eurozona, dato che il
governatore della BCE Mario Draghi aveva
minacciato di interrompere l’erogazione di liquidità alle banche cipriote
prevista dal programma di emergenza ELA
(Emergency Liquidity Assistance)


Il MoU come sappiamo è uno strumento obbligatorio e coercitivo
associato a tutti gli aiuti forniti dal Meccanismo Europeo di Stabilità: per avere qualsiasi forma di sostegno finanziario,
sia al settore pubblico che al settore bancario, il governo del paese in
questione deve accettare una serie di
condizionalità
che possono cambiare da paese a paese, e in base al
prestigio e all’importanza strategica della sua economia. A giugno scorso, per
esempio, la Spagna ha ottenuto un
piano di aiuti da €100 miliardi per ricapitalizzare buona parte delle sue
banche fallite, senza controfirmare alcun memorandum d’intesa o garantire
ulteriori riforme strutturali. Ma la Spagna non è Cipro e il suo peso specifico
all’interno dei palazzi che contano non è di certo paragonabile a quello della
piccola isola mediterranea: questo modo di agire sarà sicuramente vincente per
la creazione di quello spirito europeo
dei popoli (il Sogno!)
con cui ci riempiono tanto la testa i tromboni della demagogia
europeista. Per un abitante di Cipro sapere che lui è un cittadino europeo di serie B rispetto ad uno spagnolo sarà
certamente gratificante, motivo di orgoglio e di vicinanza nei confronti degli
altri popoli del continente più disastrato del mondo. In quanto poi a
condizionalità imposte da Bruxelles, noi
italiani siamo invece i più furb
i, perché i nostri precedenti governi (Berlusconi e Monti) le hanno già accettate (ricordate la lettera della BCE dell’agosto del 2011? Non può quella missiva strettamente riservata
considerarsi l’antesignana di tutti i successivi MoU?), senza ricevere in cambio
alcun sostegno finanziario. Sarebbe troppo umiliante per noi italiani essere
accomunati a greci o ciprioti o irlandesi. Altro atteggiamento questo per
sentirsi più vicini e solidali nella stessa sorte.


E fin qui ci siamo limitati
a parlare delle questioni di forma, ma andiamo adesso alla sostanza del MoU,
cercando di capire punto per punto cosa può rappresentare e quali scenari può
aprire in futuro. Ovviamente partiremo dal modo alquanto bizzarro in cui è
stato strutturato il salvataggio delle due principali banche dell’isola (Bank of Cyprus e Laiki Bank), analizzando bene la sequenza dei passaggi:


1)  
La Laiki Bank verrà fatta fallire con
notevoli perdite per azionisti, titolari di obbligazioni e depositi non garantiti superiori a €100.000 (si parla attualmente
di un taglio del 40%, ma siamo ancora nella fase delle stime provvisorie)


Se, come abbiamo già detto,
per azionisti e titolari di obbligazioni la perdita può essere giustificata
perché si tratta di veri e propri investimenti che mantengono un fondo di rischio, non si capisce invece
come sia possibile considerare investimento un semplice deposito presso una
banca. Il titolare di un deposito ha
solo chiesto un servizio di custodia
ad un banca per cui paga delle commissioni e in caso di deposito vincolato o di
risparmio riceve degli interessi in base alle clausole pattuite (per esempio il
tempo di preavviso per il prelievo o il periodo minimo di mantenimento). Il
depositante è a tutti gli effetti un cliente
della banca e non un investitore. La manfrina di considerare dei ricchi
paperoni coloro che hanno un deposito superiore a €100.000 è solo qualunquismo
della peggiore specie, perché una famiglia di semplici impiegati o di
pensionati abituati a risparmiare può arrivare a simili cifre nel giro di una
decina d’anni (basta evitare spese inutili e mettere da parte poco meno di €1000
al mese). Anche perché sappiamo bene che per fare una vera patrimoniale e tassare la ricchezza
non si possono solo conteggiare i beni finanziari, ma bisogna anche includere
quelli reali e gli immobili. Io posso pure avere un deposito superiore a €100.000
ma non possedere una casa perché non ho voluto o potuto stipulare un contratto
di mutuo. E sarei quindi un nababbo, del tutto equiparabile a chi ha ville di
lusso, yacht, macchine sportive? Inoltre non è un mistero che i veri ricchi
mantengono pochi soldi sui conti correnti e preferiscono utilizzare le carte di
credito con vari livelli di plafond
per le proprie spese, impegnando il resto delle risorse in investimenti
fruttiferi.


Per assimilare i
risparmiatori, i clienti, ai veri responsabili della cattiva gestione di una
banca, al pari dei dirigenti, degli organi di vigilanza o degli stessi investitori che non hanno valutato
accuratamente il rischio, ci vuole davvero faccia
tosta
. Cosa che a quanto pare non manca ai tecnocrati europei. Solo per
fare un esempio, immaginiamo di trovarci in un negozio di scarpe insieme ad
altri clienti, ai commessi, al titolare. All’improvviso arriva il messo del
tribunale che consegna al titolare l’ingiunzione di fallimento. Normalmente cosa accade? Si fa una svendita
promozionale, si mettono all’asta i locali e si rimborsano quota parte i vari
creditori (senza entrare nel merito delle società a responsabilità limitata o
di capitali). Nel caso cipriota invece è come se il titolare avesse abbassato
le saracinesche del negozio, sequestrato
i clienti
e chiesto ad ognuno di loro di mostrargli quanti contanti custodiscono nel portafoglio: quelli che hanno meno di €100 euro possono andare via (anche se
appena fuori hanno posteggiato una Ferrari!), mentre quelli che hanno più di €100
euro devono pagare una penale del 40%, non si capisce a che titolo, se non estorsione o rapina


E gli oligarchi russi, per quanto possano stare antipatici
a qualcuno, sono pur sempre dei clienti uguali agli altri, che frequentavano
quelle banche da anni, senza che nessuno avesse mai alzato un dito o gridato
allo scandalo. Anzi erano gli stessi tecnocrati o analisti finanziari ad
osannare il modello di sviluppo di Cipro
come un esempio da seguire, perché attirava parecchi investimenti esteri. Solo
oggi si sono accorti che gli investimenti
esteri
non vengono dati gratuitamente ma sono sempre dei debiti privati che quando superano una
certa soglia o non possono essere remunerati adeguatamente minacciano l’equilibrio finanziario dell’intero sistema paese.
Alla faccia dei nostri indecenti sindacalisti o sinistrorsi vari che ancora
oggi implorano l’arrivo dei capitali e
degli investimenti esteri
come soluzione a tutti i problemi dell’Italia. 

  
2)  
Una volta accertato il fallimento la Laiki
Bank verrà suddivisa in una bad bank e in una good
bank
. Nella bad bank verranno
trasferite tutte le attività deprezzate o fuori mercato, dai cui proventi di
vendita (quando realizzabili), insieme a parte del fondo di salvataggio da €10
miliardi, si spera poi di rimborsare azionisti, obbligazionisti e depositanti
taglieggiati. Una volta conclusa la procedura di fallimento, la bad bank verrà eliminata.

3)  
La good
bank
(con le attività ancora buone e i depositi garantiti inferiori a €100.000,
che non sono stati toccati) verrà trasferita invece presso la Bank of Cyprus. Per rimettere però a
posto i bilanci della BoC, anche gli azionisti, gli obbligazionisti e i
titolari dei depositi non garantiti superiori a €100.000 subiranno delle perdite che oscillano fra il 30%-40%.
Inoltre i depositi non garantiti
verranno congelati
fino a quando non saranno concluse le operazioni di
ricapitalizzazione della banca.

4)  
Per raggiungere un rapporto di capitalizzazione del 9% (rispetto alle attività
ricalcolate per il rischio, come previsto dagli Accordi di Basilea III)
parte dei depositi non garantiti
verrà convertita in modo forzoso in azioni
della banca. Uno che solo il giorno prima era un semplice cliente viene in pratica obbligato con una pistola puntata alla tempia a diventare
un socio di una banca gestita da criminali, faccendieri, briganti. Istigazione a delinquere allo stato puro.
A termine di legge, questo giochetto si può fare con le obbligazioni strutturate che hanno il vincolo di convertibilità in
azioni, ma non con i depositanti. Ecco per quale motivo mi aspetto molti
ricorsi in tribunale e class action
nei prossimi giorni, settimane, mesi a Cipro.

5)  
I soldi del piano di aiuti da €10 miliardi non verranno quindi utilizzati per
ricapitalizzare le banche, ma serviranno al governo per coprire le prossime perdite delle banche, il cui
calvario non è ancora finito (siamo proprio sicuri che alla riapertura degli
sportelli, prevista per il prossimo lunedì, i clienti inferociti e spaventati
non si presenteranno in massa per chiudere i loro depositi garantiti inferiori
a €100.000?) e per gestire i propri fabbisogni
fiscali
, nonché il rimborso o il rinnovo dei titoli di stato in scadenza,
visto che ormai Cipro non può più finanziarsi tramite i “mercati” a causa degli alti rendimenti richiesti.

Le limitazioni al prelievo dei contanti (si parla di un massimale
intorno a €100-120 al giorno) e alla circolazione
dei capitali
verranno applicate per evitare le fughe di liquidità dall’isola, che manderebbero in poco tempo
all’aria il delicato piano di ristrutturazione. Il governo, in collaborazione
con la banca centrale cipriota, si impegna a mantenere queste restrizioni per tutto il tempo
necessario. Il governo cipriota inoltre dovrà seguire pedissequamente il classico programma di austerità fatto
di consolidamento fiscale (tagli alla
spesa pubblica e tasse), riforme
strutturali
(licenziamenti nel settore pubblico, che si sommeranno a quelli
del settore privato, soprattutto nel comparto bancario alla deriva) e privatizzazioni (il vero boccone
prelibato da spolpare dato che sui giacimenti di gas naturale di Cipro
avrebbero già da tempo puntato gli occhi cinesi, russi e gli stessi tedeschi).
Secondo le ambiziose e quanto mai deliranti previsioni dei tecnocrati europei,
il sistema bancario di Cipro
dovrebbe allinearsi alla media europea entro il 2018 e il debito pubblico del paese rientrare entro la soglia del 100% (dal
140% circa attuale) entro il 2020.


Come al solito, gli analisti
di Bruxelles non considerano la caduta
del PIL
cipriota che si avrà nei prossimi anni in conseguenza del piano di
salvataggio (secondo le ultime stime, visto che gran parte del PIL dell’isola
era in qualche modo legato alle attività finanziarie, si avrà una contrazione
superiore al -10% quest’anno, e superiore al -8% nel 2014), che renderà sempre
più difficile il raggiungimento degli obiettivi previsti. Inoltre non sono
stati minimamente considerati gli effetti geopolitici che si avranno in futuro,
dato che la Russia ha mostrato
parecchio fastidio dal metodo adottato che penalizza soprattutto i grandi
magnati russi, avvantaggiando invece le solite banche europee che avevano investito
in titoli di stato ciprioti e non subiranno alcuna decurtazione del valore
nominale (in pratica, come già sperimentato con la Grecia, la maggior parte dei
€10 miliardi di aiuti serviranno appunto a rimborsare i grandi possessori di
titoli di stato ciprioti, mentre poco o nulla si fermerà sull’isola per favorire una qualche forma di politica economica espansiva, indispensabile per sperare nella ripresa). Considerando che
la Russia rifornisce di gas e petrolio quasi tutti i paesi dell’eurozona, non
valutare gli effetti collaterali di un possibile ostruzionismo russo potrebbe
essere una mossa molto azzardata.


Ma l’intera operazione
cipriota presenta notevoli criticità non solo per il modo unico e speriamo
irripetibile con cui sono state ricapitalizzate le banche, ma anche perché in
maniera molto palese e sprezzante l’eurozona ha mostrato al mondo tutti i
limiti della sua fragilissima costruzione bizantina. La pretesa del mercato unico e della libera circolazione dei beni e dei capitali
è fallita perché si fondava sul principio che l’estrema deregolamentazione avrebbe consentito un raggiungimento di una
qualsiasi condizione di equilibrio
per via naturale e spontanea. Una credenza
dogmatica
che ormai è stata smentita più volte dai fatti e dalle evidenze
sperimentali e gli stessi economisti del FMI giudicano stantia, dimostrando dati alla mano che laddove sono state applicate restrizioni e controlli ai
movimenti dei capitali, il sistema
finanziario interno
è stato di gran lunga più sostenibile, stabile,
equilibrato. Ma c’è un altro fattore che è emerso in tutta la sua evidenza nel
caso Cipro: la mancanza di una banca
centrale
. Sappiamo che la nascita delle banche centrali è stata spesso
necessaria per evitare le crisi di
panico, le corse agli sportelli
e fornire una garanzia di supporto all’intero
sistema bancario e indirettamente a tutti i depositanti.


Siccome nell’eurozona non
esiste una vera banca centrale che faccia da prestatore di ultima istanza (non
solo per il settore pubblico, ma anche per quello privato, come vedremo dopo),
questi pericoli sono e saranno sempre incombenti. Come si può notare dal
grafico sotto, i finanziamenti concessi
dalla BCE
alle banche cipriote dal 2008 ad oggi sono molto ridotti e circoscritti,
limitandosi in pratica alla sola fornitura di liquidità operativa prevista dal
programma di emergenza ELA. Nulla in confronto ai fiumi di liquidità forniti
per esempio alle banche spagnole e italiane. In una simile occasione di
dissesto finanziario ci saremmo aspettati un intervento
più massiccio della BCE
, che invece non c’è stato perché osteggiato dai
soliti tedeschi, che non solo considerano scorretto qualsiasi finanziamento
diretto ai governi nazionali ma anche il sostegno eccessivo alle banche private,
persino quelle sull’orlo del fallimento. Per un’ovvia ragione: la BCE è la loro
banca, una costola della Bundesbank,
che non può rischiare di esporsi più di tanto nelle operazioni di rifinanziamento
e deve centellinare la distribuzione dell’euro-marco in giro per l’Europa per
mantenerne inalterato nel tempo il potere di
acquisto
e apprezzato il valore di
cambio
. Al contrario di ciò che accade nel resto del mondo, in Europa i salvataggi delle banche devono avvenire
a spese dei contribuenti (il
meccanismo MES), gravare sui bilanci pubblici o come abbiamo
scoperto da poco a Cipro, essere sostenuti dagli stessi clienti. Tutto fuorché l’utilizzo di una banca centrale. Cosa che
come potete immaginare ha fatto sussultare gli analisti di quei paesi (Stati
Uniti, Canada, Gran Bretagna, Australia) dove esiste una “normale” banca centrale.





Infine un altro principio è
stato velatamente o sfacciatamente affermato nel caso cipriota: le banche possono utilizzare qualsiasi mezzo o
strumento per salvarsi
, non esistono limiti a riguardo. Qualsiasi
innovazione in questo campo, come più volte ribadito dal presidente olandese
dell’eurogruppo Jeroen Dijsselbloem,
è sempre gradita. E soprattutto, avendo il modello di Cipro rappresentato un
precedente, tale bizzarra strategia di salvataggio può essere replicata in futuro in
altri paesi, perché ognuno deve farsi carico di una parte di rischio che affrontano gli eroici
banchieri per investire i capitali nel turbolento oceano della finanza
mondiale. Anche qualora questa soglia di rischio si spingesse fino all’azzardo
morale. Banche e società civile ormai
sono due entità praticamente inscindibili
e noi tutti dobbiamo sentirci
coinvolti nelle alterne fortune in cui navigano le nostre banche nazionali. I
diritti umani o quella cosa ottocentesca chiamata Carta Costituzionale sono poco cosa rispetto ad un bilancio in
salute di una banca o alle plusvalenze degli azionisti. Avere dei bravi e
intraprendenti banchieri è molto più importante per il benessere collettivo che
allevare buoni e onesti politici o men che meno statisti che abbiano una
visione più allargata e lungimirante dei problemi complessi da affrontare. Se poi
come a Cipro, o in Grecia, o nella stessa Italia non hai né gli uni né gli altri,
il tuo paese è spacciato e prima o dopo affonderà. Diventando una colonia di
chi invece può contare su banchieri e politici affiatati, compatti, coesi,
intenzionati a difendere in tutti i modi i propri
interessi nazionali
(la Germania vi ricorda nulla?)


Se queste sono le premesse, i
principi e gli scenari verso cui si sta dirigendo a grandi passi l’eurozona, i
tecnocrati (politici e banchieri inclusi) non si devono stupire se presto o
tardi nascerà una forte opposizione
organizzata di resistenza civile e democratica
in tutto il continente.
Dalla Spagna, alla Francia, alla Germania, passando dall’Italia per arrivare
fino a Cipro. Se solo la stampa e l’opinione pubblica in generale riuscisse a
svincolarsi dalla sudditanza e dall’asfissiante oppressione della tecnocrazia si
riuscirebbe in breve tempo a coalizzare tutti i movimenti di protesta che
rifiutano categoricamente questa minacciosa
impostazione totalitaria ed oligarchica
dell’eurozona. Movimenti e idee che
per il momento sono costretti a muoversi nell’ombra e in clandestinità, ma che
cominciano a suscitare sempre più interesse nei partiti più euroscettici o nel
popolo vessato ed umiliato. A tal proposito, mi pare degna di nota questa presa
di posizione del giornalista cipriota Emmanuel
Lioudakis
del quotidiano O
Phileleftheros
(Il Liberale), pubblicata sul sito Presseurop. Se queste voci disperse cominceranno ad unirsi sotto un’unica bandiera democratica europea
saranno dolori per i tecnocrati, visto che i loro veri nemici siamo proprio
noi. 


Di Emmanuel Lioudakis

Traduzione di Andrea De
Ritis

Oggi sento più che mai il bisogno di scrivere qualche
riga per esprimere quello che provo, per cercare di mettere insieme i pezzi
della dignità di questo popolo,
distrutto dall’imposizione da parte dei nostri partner dell’Unione europea (Ue)
di misure inammissibili
Oggi migliaia di persone si sono svegliate e invece di
pensare ai loro problemi quotidiani hanno provato un
immenso vuoto. Sì, perché il loro paese, Cipro, non esiste più. La nostra isola è scomparsa qualche
settimana prima di Pasqua, all’inizio della quaresima, con
l’abdicazione ai diktat della troika (Fmi, Ue e Bce). Provo un
sentimento di disgusto, di vergogna e di delusione.
Che cosa è rimasto del nostro orgoglio, della nostra dignità e della
nostra forza di opposizione?

In realtà se ci troviamo sull’orlo del precipizio
è in gran parte a causa dei nostri sbagli. Siamo responsabili di questa
situazione perché abbiamo lasciato la gestione
dei nostri affari alla troika e ai tecnocrati dell’Eurogruppo
. La
distruzione del sistema bancario avrà come conseguenza la scomparsa del nostro
Stato. La gente perderà il lavoro e
saranno cancellati tutti gli sforzi fatti per avere una vita migliore. Le pensioni, ottenute grazie ai sacrifici
di tutta una vita, subiranno la stessa sorte dei depositi bancari e saranno
duramente tassate dai nostri “amici
europei. Amici del genere è meglio
perderli che trovarli
.

E che cosa sarà dei migliaia di lavoratori che
perderanno il posto e il cui stipendio è ormai ostaggio dei debiti? La maggior
parte di loro riceverà un benservito senza alcun indennizzo. E cosa sarà delle
banche? Riapriranno? Quante riusciranno a sopravvivere a questa settimana da
incubo? Gli interrogativi sono numerosi e siamo ormai allo stremo, stanchi di
aspettare che altri decidano il nostro
futuro al nostro posto
.

È per questo motivo che attraverso queste righe voglio
rivolgermi ai miei connazionali, alla gente
comune
, e chiedere loro di cercare di risanare il nostro sistema
bancario per mandare via la troika e per ridefinire i nostri legami di solidarietà. È adesso che bisogna mostrare il
nostro patriottismo, bisogna
mostrare che l’anima degli elleni non si sottomette così facilmente ai diktat stranieri. La nostra anima è in
fermento e i nostri pugni sono serrati. Stiamo già cercando i responsabili e
sono certo che li troveremo.

In questo momento cruciale dobbiamo essere uniti,
aiutare il nostro paese e resistere al nemico.
Come se fossimo di nuovo in guerra.
Perché quella che stiamo vivendo è una guerra,
anche se assume altre forme. I nostri connazionali della diaspora potranno
aiutarci mettendo mano al portafoglio. Bisogna aiutare il nostro stato a
rialzarsi, perché siamo solo all’inizio di una lunga via crucis. Forza e coraggio!

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