IL PARADISO INTERVENTISTA ITALIANO: SERVE SEMPRE UNA NUOVA LEGGE

Di Leonardo , il - 6 commenti

di MATTEO CORSINI

Negli anni scorsi le risorse delle Casse previdenziali di diversi ordini professionali sono state più volte al centro di veri e propri casi di malagestio (per non pensare di peggio), con conseguenti perdite a danno degli iscritti.

La tipica reazione italiana consiste nell’invocare un intervento normativo. Lo fa, per esempio, Marco Lo Conte sul Sole 24 Ore, che evidenzia come “le regole che presiedono alla gestione di questo denaro assomigliano a un far west, in cui vige una blanda moral suasion da parte dei ministeri vigilanti”. Ovviamente per “far west” si intende, in senso spregiativo, una situazione in cui il legislatore non abbia disciplinato nei minimi particolari come debbano essere gestiti quei soldi.

Infatti: Manca un dispositivo normativo che definisca criteri e limiti degli investimenti, così come i conflitti di interesse. Un decreto in questo senso, annunciato da anni, affiora periodicamente all’orizzonte per poi eclissarsi dietro le schermaglie e le polemiche tra i vertici delle Casse stesse e dei ministeri”. Un problemone: Eppure non mancano motivi validi per dare regole certe all’allocazione di 80 miliardi di euro di patrimonio. La crisi ha colpito le Casse e molti strumenti finanziari strutturati si sono rivelati inefficaci a garantire una rivalutazione adeguata degli attivi; non sono mancati i prodotti costruiti in modo complesso e linkati a titoli Lehman Brothers. La discrezionalità ha offerto il destro alla sottoscrizione di proposte finanziarie non sempre funzionali con gli obiettivi delle Casse, con flussi di denaro transitati in taluni casi attraverso paradisi fiscali. Operazioni oggetto di indagini e sentenze da parte della magistratura, tanto da alimentare negli anni più di un sospetto sull’uso disinvolto degli asset previdenziali dei professionisti italiani”.

La posizione di Lo Conte la dice lunga, a mio parere, sulla mentalità, molto diffusa in Italia, per cui ogni problema richiede l’intervento dello Stato. E dire che, nel caso dei professionisti, si tratta mediamente di persone ben istruite, che non dovrebbero avere particolari difficoltà nel tutelare i propri interessi a livello associativo, individuando gestori professionali in grado di allocare adeguatamente le risorse degli iscritti.

E invece no: qualcuno ha gestito male (o ha fatto di peggio) i denari versati nelle Casse previdenziali? Non basta l’autoregolamentazione, occorre una legge che introduca obblighi e divieti.

Questo è il paradiso interventista italiano.

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  • AnonimoSchedato

    E’ il solito caso di legge scritta per difendere i gestori. Si dichiara che gestiscono “disinvoltamente”, che hanno troppa “discrezionalità”, quando il problema è che alcuni dovrebbero stare in galera, e molti dovrebbero fare un altro lavoro.
    I burocrati non possono gestire denaro. Chi raggiunge certe posizioni di potere senza averne le capacità non può che cercare qualcuno che gli dica cosa è giusto fare.
    Ed ecco il legislatore che gli viene in aiuto (una mano lava l’altra, tutti della stessa pasta).
    Poi la colpa della gestione “poco performante” sarà del legislatore che ha interferito con i suoi “lacci e lacciuoli”, non del figlio di papà senza talento ne merito. E il danneggiato non potrà fare nulla perchè “abbiamo seguito la legge”.
    Questo si che è molto italiano.

    • Svicolone61

      Sbagliato.
      Il problema non è dei gestori che fanno il proprio interesse, o sono disonesti, ma, piuttosto, che tantissime cose/settori, soprattutto economici, non hanno assolutamente bisogno di essere gestite.
      Il non intervento, la libera concorrenza, il mercato, sono la risposta.

      • AnonimoSchedato

        In linea di principio siamo d’accordo. Specie per i fondi pensione dei professionisti, i singoli professionisti avrebbero tutte le capacità per scegliere da soli come farsi la pensione, e se far da soli o tramite gestore di loro scelta.
        Ma il problema della mentalità italica resta, volevo metterla in evidenza in questo caso specifico.
        Vorrei evidenziare anche che una delle grandi in-voluzioni legali (e sociali) degli ultimi millenni è stato passare dall’obbligo di agire in buona fede presente nel diritto romano al “caveat emptor” introdotto nel codex mercatorum (non a caso scritto dalla corporazione dei mercanti) che è il fondamento del pensiero che tu esprimi (“i gestori fanno il proprio interesse”). Tale pensiero non è la soluzione ottima per molti problemi, e apre la strada alla proliferazione di regole che cercano di sostituirsi alla possibilità di colpire la mala fede attraverso un sistema legale dotato di grande discrezionalità.
        Le società avanzate si basano sulla fiducia, quando questa viene a mancare, tipicamente collassano. Gli antichi romani lo sapevano, ed erano implacabili nel punire quando necessario, dovremmo imparare da loro.

        • Svicolone61

          Concordo.
          Le societa’ avanzate si possono basare solo su poche regole basilari e punire severamente i trasgessori.
          Prevenire tutto è una utopia che crea solo più controllori che produttori e alla fine, come dici, il collasso.
          Una bella legge che preveda i punitive damages, per esempio, renderebbe del tutto inutili quelle fesserie delle autorità per la protezione dei consimatori

          • AnonimoSchedato

            Pienamente d’accordo. In un paese dove fare causa è una pena, controbilanciare lo sforzo con un “premio” (i punitive damages) per chi si assume un onere per far funzionare meglio il sistema è saggio.
            Perchè un sistema in cui i “furbi” non la fanno franca funziona meglio.

  • Svicolone61

    Purtroppo.

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