KRUGMAN, IL MINISTRO IDEALE PER UN GOVERNO A 5 STELLE

Di Leonardo , il - 29 commenti

di MATTEO CORSINI

Più leggo interviste a Luigi Di Maio, più mi convinco che il ministro dell’Economia ideale in un governo M5S sarebbe Paul Krugman. Il quale, probabilmente, non accetterebbe l’incarico, perché si tratta di un movimento comunque fuori dal mainstream. Un po’ come è successo in Francia, quando Marine Le Pen ha fatto sue alcune sciocchezze economiche e un gruppo di premi Nobel (padri o padrini di tali sciocchezze) ha protestato, senza chiedersi se non fosse il caso di mettere in discussione le proposizioni e non chi le condivideva.

Alla giornalista che gli ricordava i numeri evocati dal governatore della Banca d’Italia in merito all’avanzo primario e alla riduzione del rapporto debito/Pil (peraltro un esercizio da studente di prima media, a maggior ragione se non si dice come raggiungere un certo avanzo primario), Di Maio ha risposto:Surplus primario significa che le entrate dello Stato superano le uscite se da queste ultime si toglie la spesa per interessi. Un Paese vicino al 12% di disoccupazione ufficiale (il dato reale è molto più alto) non può permettersi di sottrarre risorse all’economia per altri 10 anni a un ritmo del 4% del Pil ogni anno. L’Italia è in surplus primario da 25 anni e abbiamo visto i risultati. La teoria economica dominante che crede nell’“austerità espansiva” è in profonda crisi e ha fallito nel rispondere alla crisi iniziata nel 2008. Serve un nuovo approccio: il rapporto debito/Pil si abbatte se cresce il Pil. Torniamo a investire nei settori produttivi, ad esempio con una banca pubblica d’investimento, e sosteniamo i redditi più bassi. In questo modo il debito si ripagherà da sé producendo crescita dell’occupazione e dell’economia. L’austerità è una medicina che sta uccidendo il paziente Italia.”

Questo è Krugmanismo irpino allo stato puro. Posto che l’austerità di cui tanti (stra)parlano non è nei numeri, quanto meno a livello di riduzione della spesa pubblica, la “banca pubblica d’investimento” suona tanto come un baraccone pronto a finanziare i progetti cari al preponente (magari selezionati tramite consultazione sulla piattaforma del signor Casaleggio). Ma se la banca è pubblica, pubblico è anche il debito che emette. Finora la storia dimostra che i cosiddetti investimenti pubblici non si sono mai ripagati da soli, prove ne sia che il debito è cresciuto molto più del Pil. Sarà stata solo sfortuna?

Risparmiandovi il passaggio sul reddito di cittadinanza, nel quale Di Maio cerca di correggere il tiro per allinearsi ai pronunciamenti di un noto esperto di economia, Papa Francesco, ecco cosa pensa il giovane pentastellato in merito alle liberalizzazioni: “Sulle liberalizzazioni siamo favorevoli, a patto che non si traducano in privatizzazioni di fatto. Vedremo caso per caso dove intervenire, ma si tratta di un altro tema prioritario.”

Ora, può darsi il caso in cui ci sia una privatizzazione senza che vi sia una liberalizzazione, il che si traduce nel passaggio da un monopolio (od oligopolio) pubblico a uno privato. Ma se una qualsiasi attività deve essere liberalizzata, non si può prescindere dal fatto che vi operino soggetti privati in concorrenza. Altrimenti non avrebbe senso parlare di liberalizzazione.

Per quanto possa apparire arduo, nel passaggio da Princeton ad Avellino perfino le sciocchezze di Krugman riescono a essere peggiorate.

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