La giornata: Buffon fulminato e i messaggi di Visco-Draghi a Monti

Di Federico Punzi , il - Replica

Che si tratti di un avvertimento o di una ritorsione, lo stile è quello “mafioso”. Il tempismo è davvero troppo sospetto. E’ passato un giorno dalla denuncia di Buffon sulla «vergogna» della giustizia-spettacolo, dei processi mediatici, del rapporto marcio, perverso tra procure e media, con le fughe di notizie e i blitz con telecamere al seguito, ed ecco che il circuito mediatico-giudiziario passa al contrattacco. Corriere e Repubblica tirano fuori un'”informativa” (con tanto di documenti in copia pdf) della Guardia di Finanza di Torino in cui si segnalano alcune movimentazioni di denaro “sospette” da un conto di Buffon ad una ricevitoria di Parma. Movimenti che fanno presto a diventare «puntate», «scommesse milionarie». La vicenda dovrebbe essere vecchia e già chiusa. Il fatto che Buffon non risulti indagato, nonostante l’informativa risalga al 2011 e i fatti al 2010, significa che le procure di Torino e Cremona non l’hanno ritenuta rilevante penalmente, o che il caso è stato chiarito. Ma tanto basta a sputtanare Buffon che aveva osato toccare i fili che legano procure e giornali.

Al di là del merito, che Buffon abbia o meno scommesso (e quindi commesso un illecito sportivo), l’intento gogna mediatica è chiaro. E vergognoso. Com’era? L’anomalia era Berlusconi? Uscito di scena lui tutto sarebbe tornato a posto, ognuno al suo ruolo? Berlusconi passa, ma il cancro procure-media ce lo teniamo. Dovrebbe intervenire il presidente Napolitano, che come presidente del Csm è responsabile di come certi documenti escono dalle procure e arrivino alla stampa così “ad orologeria”.

VISCO-DRAGHI – Intanto, mentre lo spread è stabile a livelli da allarme rosso (oggi a 467 punti), Monti mette in guardia sul «rischio contagio» e si appella alla Merkel chiedendole di «riflettere profondamente, ma anche rapidamente su questo» aspetto. L’alto debito è colpa dei governi del «passato» e lo spread resta elevato per «la mancanza di una linea precisa per la crescita».

Ma c’è qualcosa nelle parole di oggi di Draghi e del governatore della Banca d’Italia Visco che chiama direttamente in causa anche le scelte chiave del governo Monti: solo tasse, zero tagli alla spesa e niente dismissioni. Il problema è una politica fiscale sbagliata, ma continuiamo diabolicamente a perseverare.

Visco ha avvertito che un calo del Pil dell’1,5% nel 2012 corrisponde ad uno «scenario non troppo sfavorevole» e che la pressione fiscale è «a livelli ormai non compatibili con una crescita sostenuta». «L’inasprimento non può che essere temporaneo», è ora che «la sfida si sposti» sui tagli alla spesa: «Occorre trovare, oltre a più ampi recuperi di evasione, tagli di spesa che compensino il necessario ridimensionamento del peso fiscale». E smentisce che anche tagliare la spesa avrebbe effetti recessivi: «Se accuratamente identificati e ispirati a criteri di equità, i tagli non comprometteranno la crescita e potranno concorrere a stimolarla se saranno volti a rimuovere inefficienze dell’azione pubblica, semplificare i processi decisionali, contenere gli oneri amministrativi». Dal governatore della Banca d’Italia arriva anche un caldo invito a «utilizzare pienamente i margini disponibili per ridurre il debito con la dismissione di attività in mano pubblica». Insomma, il messaggio a Monti è chiaro: è ora di tagliare spesa e tasse e di abbattere lo stock di debito con le dismissioni.

Draghi avverte che la Bce «non può sostituirsi ai governi nel fronteggiare la crisi, nella quale il debito di alcuni Paesi non è più percepito come sostenibile». La Bce ha fatto già tutto quello che poteva nell’ambito dei suoi compiti e «non può riempire il vuoto e la mancanza di azione da parte dei governi europei, né per quanto riguarda le politiche di bilancio, né per le riforme strutturali, né in altri campi». Anche qui il messaggio è chiaro: devono agire i leader, su bilanci e riforme.

Il governatore della Bce avverte poi che per i mercati «è importante chiarire la visione per l’euro nei prossimi dieci anni», ma anche questo spetta ai leader degli Stati membri, come fecero nel 1988 con il rapporto del Consiglio europeo che poneva l’obiettivo dell’unione monetaria. Un nuovo obiettivo di questo genere, per esempio per l’unione politica, ha lasciato intendere Draghi, farebbe «diradare la nebbia» sull’altra riva del fiume che stiamo attraversando, e che oggi non è ancora visibile. «Prima verrà presentata questa visione e meglio sarà». Sulla stessa linea europeista Visco, che ha chiesto «un percorso che abbia nell’unione politica il traguardo finale». Percorso che ad oggi «non c’è» e ciò «rende alla lunga l’unione monetaria più difficile da sostenere».

LAVORO E PRESIDENZIALISMO – La riforma del lavoro Monti-Fornero (Pd-Cgil) intanto ottiene il via libera del Senato, ma nonostante i miglioramenti resta una riforma sbagliata, come insistono a dire Sacconi e Cazzola. Chiude per molti anni il capitolo articolo 18 mentre rischia di essere controproducente sulla flessibilità in entrata. Sul piano politico, dal Pd si registrano delle aperture alla proposta presidenzialista del Pdl. I favorevoli al modello francese escono allo scoperto: cinque senatori, tra cui Morando e Tonini, chiedono a Bersani di aprire un confronto sul semipresidenzialismo, insomma di andare a vedere le carte di Alfano, Parisi propone di incalzare il Pdl e il senatore e costituzionalista Ceccanti invita a non nascondersi «dietro la tecnica», perché volendo una soluzione sarebbe già «pronta e matura».

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