LA NATURA CLASSISTA DELLA COSTITUZIONE ITALIANA

Di Leonardo , il - 12 commenti

di GUGLIELMO PIOMBINI

In questo libro davvero meritevole di lettura, Costituzione, Stato e crisi. Eresie di libertà per un paese di sudditi,lo studioso padovano Federico Cartelli disseziona con cura la nostra carta costituzionale, rilevando tutti i suoi caratteri illiberali, statalisti, accentratori. Le sue critiche trovano piena conferma nell’inarrestabile processo di espansione dello Stato avvenuto dal dopoguerra a oggi sotto l’egida di una Costituzione che non ha mai frenatol’aumento della tassazione, della spesa pubblica, del debito pubblico, della burocrazia, dell’alluvione legislativa.

A cosa dovrebbe servire, invece, una Costituzione? A proteggere coloro che sono senza potere da coloro che esercitano il potere pubblico. Storicamente i ceti operosidella società (il “Terzo Stato”) hanno visto nelle costituzioni uno strumento per difendersi dalla spogliazione dei frutti del proprio lavoro da parte delle classi politico-burocratiche parassitarie. Infatti, come testimonia la storia dei regimi socialisti, quando l’esercizio del potere politico non conosce limiti legali, le nomenklature che controllano le leve fiscali e redistributive dello Stato possono procurarsi ogni genere di privilegio sfruttando in maniera illimitata i produttori di ricchezza.

L’esistenza di uno Stato, democratico o meno che sia, divide sempre la società in due grandi classi: quella dei pagatori di tasse che si guadagnano da vivere producendo beni e servizi richiesti dal mercato, e quella dei consumatori di tasse mantenuti dalle imposte. Nella regolazione dei rapporti fra questi due ceti sociali, come ha operato fino a oggi la Costituzione italiana? Se escludiamo i primi decenni del “miracolo economico”, quando gli apparati fiscali e burocratici non avevano ancora avuto il tempo di ampliarsi e organizzarsi, la Costituzione ha di fatto ha sempre funzionato a vantaggio della classe che vive di trasferimenti statali, e a svantaggio della classe che opera nel settore privato dell’economia.

Questa tendenza ha avuto un’accelerazione negli ultimi decenni, durante i quali si è avuto un colossale travaso di ricchezze dal settore privato al settore statale. Nel 1996 le entrate dello Stato italiano ammontavano a più di 450 miliardi di euro, nel 2003 hanno raggiunto i 600 miliardi, e nel 2013 i 760 miliardi. L’aumento della spesa è stato ancora più rapido di quello delle entrate. La spesa pubblica, che nel 1996 superava di poco i 500 miliardi di euro, ha raggiunto i 600 miliardi nel2001, ha quasi toccato i 700 miliardi nel 2005, per poi superare gli 800 miliardi nel 2013.

Questi numeri rivelano che nell’arco di una ventina d’anni, caratterizzati da una bassissima crescita economica, i privati sono stati costretti a suon di campagne intimidatorie e denigratorie orchestrate dall’alto (“evasori”, “bottegai”, “parassiti”) a versare nelle mani dei membri dell’apparato statale 300 miliardi aggiuntivi all’anno, oltre ai 500 miliardi che già pagavano! Se escludiamo le esperienze storiche delle rivoluzioni comuniste, probabilmente non si è mai verificata un’espropriazione di ricchezze private così rapida e imponente. Grazie dunque alla “Costituzione più bella del mondo” il peso fiscale complessivo sulle imprese ha raggiunto, nel corso degli anni, il 70 per cento degli utili: un livello di depredazione che non ha eguali al mondo.

Questo processo è stato favorito dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, la cui linea interpretativa sembra infatti congegnata apposta per favorire, sempre e comunque, gli interessi di coloro di coloro che vivono di spesa pubblica. Le recenti dichiarazioni di incostituzionalità del mancato adeguamento delle pensioni più elevate o degli stipendi dei dipendenti pubblici, ad esempio, seguono una linea che favorisce, per partito preso, le categorie dei consumatori di tasse a danno delle categorie dei pagatori di tasse.

Per la Corte i benefici che il potere politico attribuisce, anche una tantum, ai consumatori di tasse rimangono tali per sempre. Poiché è impossibile trovare nel testo della Costituzione questo principio, la Corte ha dovuto creare una dottrina su misura, quella dei “diritti acquisiti”, che sancisce ufficialmente una pesante discriminazione a danno dei produttori privati di reddito. La Corte infatti non riconosce un analogo diritto in capo ai pagatori di tasse privati, perché se il governo riduce un’imposta o aumenta una detrazione fiscale, questa non diventa mai un “diritto acquisito” in capo al contribuente. Il governo può tranquillamente revocarla in qualsiasi momento, anche retroattivamente, senza incorrere in censure di incostituzionalità.

Nell’ordinamento italiano, quindi, non c’è nessuna previsione che possa anche solo rallentare la progressiva invadenza del settore pubblico a danno del settore privato. Le imposte, la spesa pubblica, il debito pubblico e la burocrazia possono solo aumentare, mai diminuire, mentre le misure di segno opposto rischiano sempre la bocciatura per incostituzionalità, dato che danneggerebbero questo o quel “diritto acquisito”. Vitalizi, pensioni retributive e stipendi degli statali sembrano dunque diventati variabili indipendenti dall’economia. Se anche il prodotto interno lordo italiano dovesse dimezzarsi, i ceti produttivi dovranno saldare questi impegni fino all’ultimo euro. In questo modo l’Italia è diventata un inferno fiscale, uno stato di polizia tributaria nel quale fare attività d’impresa è diventato molto pericoloso. Aprire la partita IVA significa diventare un bersaglio dello Stato, che può saltarti addosso con tutto il suo apparato e un po’ alla volta portarti via la tranquillità personale, i risparmi, l’attività, la casa e nei casi più tragici anche la vita.

Sfogliando le pagine economiche dei quotidiani si possono trovare appaiate quasi ogni giorno due generi di notizie: da un lato nuovi privilegi, aumenti e benefit concessi a questa o quella categoria statale; dall’altra nuove tasse, multe, sanzioni e restrizioni imposte alle categorie private. Le pagine di cronaca riportano frequenti casi di sanzioni stratosferiche a imprenditori, professionisti, artigiani o commercianti per questioni formali della minima importanza, e numerosi casi di totale impunità per i dipendenti statali responsabili di mancanze gravissime o addirittura reati: pare che nemmeno chi venga scoperto commettere furti o rapine sul luogo di lavoro possa essere licenziato. Queste misure discriminatorie hanno determinato una situazione fortemente sbilanciata.

Fino a qualche decennio fa, invece, c’era un certo equilibrio tra le condizioni di impiego nel settore privato e nel settore pubblico. Soprattutto nelle regioni del nord il settore privato garantiva gli stipendi più elevati, tanto che, negli anni Sessanta, un operaio della Fiat guadagnava più di un impiegato pubblico. Oggi una situazione del genere è diventata impensabile. In Italia, come ricordava Oscar Giannino in una recente trasmissione radiofonica, la retribuzione lorda è mediamente di € 33.000 nel settore pubblico e di € 23.400 nel settore privato; in Francia è di € 35.000 nel pubblico e di € 34.000 nel privato; in Gran Bretagna è di € 34.000 nel pubblico e di € 38.000 nel privato. Anche per quanto riguarda le pensioni, in Italia quelle degli statali sono del 72 % più alte rispetto a quelle dei privati, malgrado la crescente esosità dei contributi previdenziali imposti a questi ultimi.

Solo in Italia esiste una distinzione di rango così marcata tra chi lavora dentro e chi lavora fuori dal perimetro della pubblica amministrazione. Al vertice della casta statale si trovano circa un milione di persone retribuite mediamente cinque volte di più rispetto agli altri paesi occidentali, con redditi e pensioni superiori dalle 10 alle 30 volte quelle di molti lavoratori privati. Sono queste le persone che nel corso degli ultimi decenni hanno edificato il debito pubblico attraverso sperperi e folli deficit, e che si sono assicurate un flusso crescente di entrate personali per mezzo di metodi fiscali incivili e vessatori sanciti dalla legge a danno dei lavoratori non garantiti: solve et repete,accertamenti induttivi fondati su semplici presunzioni, spesometro, redditometro, tassazione su redditi non conseguiti, ecosì via.

Questa persecuzione fiscale delle attività private ha arricchito notevolmente le categorie che vivono di spesa pubblica, ma ha prodotto delle conseguenze rovinose sull’economia del suo complesso. Negli anni ’50 e ’60, quando le tasse erano basse e i controlli fiscali molto blandi, l’economia cresceva a due cifre e gli italiani sono passati dalla miseria al benessere; negli anni ’70 e ’80 le tasse e la spesa pubblica sono aumentate e la crescita è diminuita; negli anni ’90 e 2000 tasse e spese sono ulteriormente aumentate e la crescita si è arrestata; oggi l’imposizione fiscale e la spesa pubblica sono elevatissime, il paese è in recessione perenne e gli italiani si stanno impoverendo.

Questa guerra scatenata dallo Stato contro l’apparato produttivo del paese, tuttora in pieno svolgimento, non ha alcuna giustificazione razionale, né dal punto di vista politico, né dal punto di vista economico. La spesa pubblica italiana era considerata eccessiva già negli anni Novanta; pochi ne chiedevano l’ulteriore aumento, nessuno chiedeva di raddoppiarla in meno di vent’anni. Nella società italiana non è mai esistita una domanda di “maggior Stato” tale da giustificare quell’elenco interminabile di nuove tasse introdotte negli ultimi anni.

Anche dal punto di vista economico questa offensiva fiscale non sembra avere una legittimazione plausibile. La decisione delle classi governanti di dare il via all’escalation di tasse e spesa pubblica non ha migliorato il livello qualitativo di nessun servizio pubblico rispetto a vent’anni fa, ma ha aumentato a dismisura le occasioni di spreco e di corruzione, la corsa ai privilegi odiosi e ingiustificati, ha distrutto una larga fetta del tessuto produttivo privato costringendo alla chiusura centinaia di migliaia di piccole imprese, ha provocato l’aumento della disoccupazione e più in generale l’abbassamento del tenore di vita delle famiglie.

Quando la tassazione supera un certo livello, l’equilibrio pacifico tra la classe dei pagatori di tasse e quella dei consumatori di tasse si rompe, e i ceti produttivi diventano le vittime sacrificali delle caste legate allo Stato. Oggi infatti viviamo in uno Stato classista che perseguita e depreda i lavoratori del settore privato, cioè gli unici che di fatto producono ricchezza e sopportano per intero il carico fiscale, per tutelare e mantenere legioni di statali improduttivi supertutelati, pensionati d’oro o baby, membri privilegiati della casta e altri sprechi colossali. Ma quando il numero dei consumatori di tasse diventa troppo alto rispetto a quello dei produttori, la società muore.

In definitiva, è difficile chiamare “Costituzione”, almeno nel senso classico del termine, una carta che tutela solo i membri dell’apparato statale a scapito del resto della popolazione. Fino ad oggi la Costituzione della Repubblica Italiana non è mai stata intesa dei politici, dei magistrati e dei giuristi come uno strumento di protezione della società civile dal potere, ma come base di partenza ideologica per la sua progressiva espansione. Tutto questo non dipende solo da un’interpretazione deformante del testo costituzionale, ma anche dai difetti genetici del dettato costituzionale, così nitidamente messi in luce da Federico Cartelli.

Postfazione del libro di Federico Cartelli, Costituzione, Stato e crisi. Eresie di libertà per un paese di sudditi, StreetLib, 2017, p. 138, prefazione di Carlo Lottieri, postfazione di Guglielmo Piombini.

Il libro è ordinabile presso la Libreria del Ponte

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  • Mister Libertarian

    La Costituzione italiana tutela solo le categorie che vivono di spesa pubblica e autorizza ogni forma di opprressione verso i ceti produttivi privati?

    A me appare evidente!

  • ilDemiurgo

    La generalizzazione (oltre alla prolissità) nuoce gravemente alla credibilità di chi scrive.
    Prendersela sempre e con acredine con “settore pubblico” e “dipendenti pubblici” è ormai un mantra, ma privo di reali contributi utili alla discussione sulla “spesa pubblica”.
    Chi latra contro, dove è nato, dove ha studiato, dove si è curato? Finge di non vedere, o è in malafede? Mi fanno ridere (mi fanno anche pena, però) quelli che abbaiano “io vivo all’estero” oppure “vorrei che scuola-sanità-ordine fossero privati”: dove hanno partorito le loro madri? dove sono stati curati, dove hanno studiato fino al diploma o alla laurea (o al dottorato), a chi si sono rivolti quando hanno subito un reato?
    Se si vuole risultare credibili, si deve prendere posizione contro specifiche storture del Sistema: non contro tutti e contro tutto, senza fare le necessarie distinzioni.
    Quelli che non hanno avuto problemi di salute (per ora) forse non lo capiscono, ma chi ha avuto necessità di cure ospedaliere lo sa: esistono medici encomiabili (ma anche infermieri e o.s.s.) che si fanno letteralmente in 4 per assolvere ai loro doveri. La vergogna è che il neurochirurgo che mi ha operato e che mi ha visitato più volte sempre col sorriso, e che quel giorno ha operato dalle 8 alle 24 (“facciamo quello che dobbiamo” ha risposto al mio “ma siete stoici ed eroici!”) probabilmente viene pagato come (o poco più, se va bene) del medico di Crotone (locus puramente casuale…) che magari ha avuto la laurea regalata dalle “conoscenze familiari” e ignora cosa sia il pancreas, uccidendo per imperizia pazienti in serie!
    Lo stesso dicasi per gli insegnanti (ma ci siete andati a scuola, o avete cazzeggiato fino al diploma agrario?), che a fronte di autentiche eccellenze scontano deficienze indicibili (come ci sono arrivati, in cattedra, i deficienti… e magari a scapito degli eccellenti?); idem per i dipendenti amministrativi, che se trovi quello volonteroso ed efficiente risolvi la pratica velocemente, ma se trovi (se lo trovi!) quello messo lì dal sindacato o dal politicozzo locale puoi scordarti la pratica; e potrei proseguire.
    Si specifichino gli obiettivi della critica: e li si selezioni con onestà e intelligenza!
    Si denunciano le decisioni (auto-protettive) della Corte Costituzionale, e si finge di non sapere che lo fa per tutelare i propri stipendi/pensioni e quelle dei propri “amici”? Infatti la decisione non è stata estesa ai dipendenti “normali” della P.A.: ma chi scrive se la prende con tutto il “settore pubblico” e le “legioni di statali improduttivi supertutelati”, per facilità (probabilmente dovuta a pigrizia, o a incapacità di approfondire il discorso).
    Si vadano a denunciare gli enti nati dal nulla per sistemare “i soliti noti”; o, in modo mirato, i dipendenti (ma soprattutto i dirigenti) che non svolgono il proprio lavoro; oppure i (tanti) magistrati che non assolvono (o volutamente stravolgono) la propria fondamentale funzione.
    I casi censurabili sarebbero tanti: ma capisco che, per vendere un libro, sia più facile sparare sulla Croce Rossa che andare a stanare i terroristi…

    • maboba

      Giusto quello che dice sul distinguere, ma la critica al pezzo è eccessiva. Lo scandalo della CC che è il culmine e il simbolo della cupola parassitaria che ci affligge sta lì in tutto il suo splendore. Purtroppo un certo grado di semplificazione o generalizzazione è inevitabile. Se è vero che ci sono settori del pubblico che meritano quel che prendono e che magari è troppo poco, la realtà dello stesso (che viene ben descritta) dove qualunque cosa tu faccia stipendio e posto sono assicurati mentre nel privato si rischia la catastrofe esistenziale quasi ogni giorno non può essere sotto stimata. Una realistica (secondo me) rappresentazione del nostro paese è questa:

      http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=0000002266079

      • ilDemiurgo

        Quella linkata è una rappresentazione realistica, proprio perché distingue chiaramente tra livello alto-dirigenziale e livelli sottostanti, oltre che pubblico/privato. E delimita l’appello agli assurdi benefici di chi non li merita, né per il disvalore produttivo nè per quello etico.
        Ma leggendo quasi tutti i cosiddetti “liberisti” (a partire dal pesantissimo Piombini) si coglie solo un astio feroce verso tutto il “settore pubblico”: lo vorrebbero forse eliminare (coerentemente con le loro invettive generalizzate)? Ma si rendono conto delle conseguenze? E poi sempre a dire che “chi produce” è il privato che lavora (mentre il pubblico, che fornisce “servizi”, fondamentali, sembra non lavori): ma un consulente cosa produce? e “produce” più di un lavoratore della scuola o della sanità o della sicurezza pubblica? Siamo sicuri? Un idraulico o un elettricista cosa “produce”? Se cominciamo con queste distinzioni, a “produrre” sarebbero solo agricoltori e operai, e (indirettamente) i loro datori/imprenditori. Ma senza una scuola che li formi, una sanità che li mantenga sani o li curi, una forza di sicurezza pubblica che li protegga, quanto produrrebbero anche loro?
        Sono pure elucubrazioni vuote e pretestuose. Inutili e dannose, per la reale risoluzione dei (tanti e gravi) problemi della nostra società.

        • Mister Libertarian

          Non mi sembra giusto mettere sullo stesso piano i “servizi” pubblici, pagati con le tasse (cioè con la costrizione) e quelli offerti dal settore privato, pagati su base volontaria.

          I “servizi” pubblici mi sembrano vere e proprie imposizioni, arroganti e mafiose.

          Infatti:
          – Li paghi prima ancora di utilizzarli
          – Li paghi anche se non li utilizzi
          – Non puoi contrattare i costi ed eventualmente rifiutarli.
          – Non puoi rivolgerti altrove , se non pagando due volte.
          – Non puoi scegliere l’operatore che te lo fornisce.

          Il servizio di un privato invece si’, permette tutto questo.

          Sono quindi due cose non paragonabili, sono sostanzialmente diverse.

          Se un privato si mettesse a erogare “servizi” con le stesse modalità degli statali, verrebbe considerato un mafioso e un estorsore. Probabilmente verrebbe arrestato.

          Come si può allora attribuire valore a un “servizio” del genere?

          • ilDemiurgo

            Dove hai studiato, tu?
            Dove ti sei curato (o ti curerai), tu?
            Chi ha completato le tue pratiche amministrative?
            Ci sono servizi (che rimangono tali, nonostante tu li provi a sminuire) che possono essere solo pubblici.
            E’ così in ogni Paese civile. Il fatto che in Italia (e soprattutto in alcune zone d’Italia) non funzioni tutto come dovrebbe, è un altro discorso.
            Ma le tue obiezioni sui servizi pubblici sono sciocche:
            – Li paghi prima ancora di utilizzarli (se li pagassi “al bisogno” li pagheresti il quadruplo, probabilmente)
            – Li paghi anche se non li utilizzi (prima o poi li utilizzi tutti: qualcuno più, qualcuno meno)
            – Non puoi contrattare i costi ed eventualmente rifiutarli (sì, non siamo in un suk)
            – Non puoi rivolgerti altrove , se non pagando due volte (puoi rivolgerti altrove: se ti sembra di pagare due volte, è perché altrove costano di più… è il libero mercato, bellezza!)
            – Non puoi scegliere l’operatore che te lo fornisce (puoi, ma torniamo al discorso di prima: costa di più)

          • Mister Libertarian

            Se le tue contro-obiezioni fossero corrette, il comunismo avrebbe funzionato. Invece è stato il peggiore fallimento di tutti i tempi.

            I servizi pubblici possono tirare avanti solo se esiste a latere un settore privato produttivo che finanzi le voragini, i debiti, gli sprechi e le inefficienze del settore pubblico.

            Poi c’è una grande ingiustizia che trovo intollerabile: perchè i dipendenti statali possono ottenere le proprie entrate con l’uso della forza (la tassazione), anche se cioè che offrono non serve e nessuno lo vuole a quel prezzo, mentre i privati non possono?

            Per pareggiare le condizioni, bisognerebbe permettere – per assurdo – a ogni imprenditore di mandare degli esattori in ogni casa per costringere i malcapitati ad acquistare i suoi beni o
            servizi, anche se non richiesti, pena l’arresto!

            Ti rendi conto, quindi, che non esiste nessuna differenza tra il funzionamento del settore pubblico e quello di un racket mafioso?

          • ilDemiurgo

            No, non ci siamo: il Comunismo era assurdo perché pretendeva di rendere pubblici settori che devono (in condizioni normali) restare affidati alla libera iniziativa, come agricoltura, industria e commercio.
            Paragonare, poi, il sistema di finanziamento pubblico a quello privato è semplicemente pretestuoso: il pubblico deve operare così, perché l’alternativa sarebbe peggiore (p.e.: ti serve un’ambulanza? mi paghi in anticipo 1000€; hai bisogno di un intervento chirurgico? pagami 50000€; non ce li hai? schiatta! Ti serve una nuova C.I.? pagami 100€; vuoi mandare tuo figlio a scuola? sono 10000€/anno)
            La mafia infine… è proprio quello che succede quando il “privato” vuole sostituirsi al pubblico! Accesso ai servizi, protezione, welfare li deve fornire il pubblico, non il privato: altrimenti, si arriva direttamente al sistema mafioso (vuoi aprire un negozio? paga o muori; vuoi un documento? paga o stai senza; vuoi stare tranquillo nel tuo campo? paga o ti bruciamo tutto).
            Distinzione di ruoli; e poi regole per tutti (da rispettare): solo così i settori (necessariamente) pubblici e quelli (preferibilmente) privati possono convivere.

          • Mister Libertarian

            Poichè per qualsiasi cosa faccia lo Stato spende almeno dieci volte quello che spende un privato, i tuoi calcoli sulla maggiore economicità dei servizi pubblici sono privi di fondamento.

            Con la spesa pubblica pro-capite destinata alla pensione, scuola, alla sanità, alla polizia, ecc. ciascuno potrebbe aver sul mercato una pensione più elevata, un servizio sanitario da albergo a cinque stelle, un’istruzione di altissimo livello, una protezione della vigilanza privata 24 ore su 24.

            Perché non facciamo la prova? Lasciamo ogni lavoratore autonomo o dipendente del settore privato libero di rinunciare ai servizi pubblici (pensioni, scuola, sanità, polizia, ecc.) senza più doverli pagare, triplicando così il proprio reddito (dato che oggi la tassazione complessiva è al 70%, se consideriamo tutte le imposte dirette, indirette e i contributi).

            Quanti di loro accetterebbero? Secondo quasi tutti, e comunque oltre il 90%.

            Saresti disposto a concedere questa libertà di scelta?

            Se dici di no, vuol dire che hai paura di venire smentito dai
            fatti.

          • ilDemiurgo

            Guarda, senza bisogno di farlo noi, questo esperimento: basta guardare come funziona in U.S.A.
            Tasse basse (molto più basse che in Europa) -> servizi pubblici indegni (scuola, sanità, welfare, sicurezza) -> servizi privati molto eterogenei, ma a costi altissimi (sanità e scuola, soprattutto).
            E parliamo del Paese egemone a livello economico/finanziario, con una corruzione mediamente inferiore all’Italia.
            In Italia sarebbe un disastro, credimi.
            Triplichi il reddito, ma moltiplichi per multipli indefiniti tutti i costi: e senza avere garanzie di qualità. Già oggi, la differenza tra sanità pubblica e privata, in Italia settentrionale, è sfumata: spesso nel privato, paghi molto di più (e poi una quota è sempre a carico SSN…) e ti ritrovi con prestazioni inferiori al pubblico.
            Idem per la scuola.
            Per la sicurezza, non parliamone neanche: ingestibile, se non a livello territoriale (ampio).
            Bisogna solo sorvegliare che i servizi (sia pubblici che privati) rispettino certi standard e non siano predati dai soliti corrotti/corruttori… Almeno, entro limiti accettabili.

  • Mister Libertarian

    Lavori in proprio?

    Non hai ferie pagate
    Se ti ammali son cazzi tuoi
    Se guadagni lo fai per 12 mesi e non per 13-14 o 15
    Nessuno ti paga il Tfr
    Non hai gli assegni familiari
    Paghi le imposte due anni per volta
    Se decidi di assumere qualcuno ti chiamano sporco padrone egoista
    Ogni 16 del mese paghi il pizzo tramite F24
    Se fatturi ma non ti pagano per lo stato non cambia nulla, hai guadagnato
    Nessuno ti retribuisce le ore di straordinario, le festività lavorate e quelle abolite
    Con il tuo lavoro paghi la pensione agli altri ma tu difficilmente vedrai la tua..
    Non hai “padroni” ma hai un socio occulto che incide per il 70%
    Detto questo, sei l’ultimo baluardo della Libertà e per questo ti meriti tutta la mia ammirazione..
    Buon Natale partita Iva

    (G. Bacci)

  • VincenzoS

    Trovo l’articolo molto condivisibile. La pecca che vi trovo è però fondamentale poiché non permette di dare una risposta alla domanda che dovrebbe sorgere immediatamente dopo: “come uscirne?”.
    Si dice che negli anni ’50 e ’60 la situazione era molto più equilibrata per poi deteriorarsi progressivamente. Perché?
    Come cantava Giorgio Gaber “libertà è partecipazione”. Se non si partecipa alla vita politica è assolutamente inevitabile che la propria libertà venga progressivamente erosa dalle classi parassitarie. Negli anni ’50 e ’60 i partiti italiani, in particolare PCI e DC, vantavano centinaia di migliaia di iscritti. Era assolutamente inevitabile, quindi, che la loro azione, di governo per la DC e di opposizione e gestione amministrativa in molte realtà locali, fosse fortemente condizionata dall’opinione degli iscritti che rappresentavano tutte le classi sociali.
    Non è un caso che la DC da sola abbia espresso, almeno per i 25 anni di cui ho memoria, un numero di “pesi massimi” della politica che, nei successivi 25, non è stato espresso da tutti i partiti messi insieme. Ne ricordo solo alcuni: Andreotti, Forlani, Piccoli, Rumor, Fanfani, Moro, Taviani, Cossiga, Leone, De Mita e questi solo per citare i più influenti di un solo partito che rappresentava il 35 % dell’elettorato. Se parliamo degli ultimi 25 anni e di tutti quanti i partiti possiamo citare come realmente influenti: Berlusconi, Fini, Bossi, Grillo, Renzi, D’Alema, Prodi, Veltroni.
    Qualsiasi costituzione diventa carta straccia se i cittadini pensano che la sua messa in atto sia affare di qualcun altro.

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