L’Huffa Post, noia assicurata

Di Federico Punzi , il - Replica

Quant’è politicamente corretto da 1 a 100 l’Huffington Post sbarcato ieri in Italia? Direi senz’altro oltre la soglia di sopportabilità di chiunque sia dotato di un minimo di spirito critico e curiosità intellettuale. A scorrere la lista dei blogger in homepage non manca proprio nulla dell’armamentario “de sinistra”, dall’antagonismo notav al radical chic, in un tripudio di attenzione al “sociale” e al “morale” (direi al moralistico): giornalisti dell’Espresso e di Repubblica, politici e tecnici (come il sottosegretario Catricalà), ma anche antipolitici (la grillina Montevecchi), sindacalisti (il segretario Fiom Landini), ex ministri noglobal (Tremonti), i notav (il fondatore del centro sociale “marxista-leninista” Askatasuna), i gay (la deputata Pd Concia), e ancora le voci dei disabili, degli attivisti per i diritti umani e antimafia, del disagio giovanile dell’agroalimentare rigorosamente “bio”. Manca solo Saviano, ma non disperiamo. Un di tutto e di più che promette di annoiarci a morte. Talmente politicamente corretto che la piattaforma pretende anche di essere pluralista, ospitando, a rappresentare il centrodestra (sic!), Giulio Tremonti e Daniela Santanchè.

Il direttore, Lucia Annunziata, è quanto di più old media si possa trovare in circolazione, ma anche una pioniera, sebbene con scarso successo, dell’online (nessuno ricorda il flop de “Il Nuovo.it”, primo quotidiano on line italiano?). E nulla forse poteva essere più old media che lanciare l’HuffPost italiano con un’intervista a Berlusconi e il manifesto di Tremonti. Mentre Arianna Huffington mostra tutta la sua originalità esordendo con un paio di luoghi comuni sull’Italia (cinema e Colosseo) e con l’elogio del “riposino pomeridiano”, esattamente il contrario di ciò che gli italiani avrebbero bisogno di sentirsi dire.

Per ulteriori approfondimenti, rimando ai post di Simone Bressan («più mainstream di così c’è solo una trasmissione di RaiTre») e, sul letargo editoriale della destra, di Dario Mazzocchi, su The Right Nation.

Per nulla innovativo, nemmeno per un paese arretrato nei new media come l’Italia. Non per i contenuti, né per la veste grafica, né dal punto di vista editoriale (in cosa si differenza da Repubblica, l’Espresso, o una trasmissione di RaiTre?). E’ un’operazione che giganteggia per risorse investite solo al cospetto del vuoto editoriale che troviamo nell’area liberale e di centrodestra, dove non solo non c’è l’acuto di una scommessa, ma non sanno nemmeno scegliersi uno stagista.

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