Perché hanno vinto i 5 Stelle? Perché vincono dal 2013. I retroscena, il successo, le sottili strategie

Di Chris Barlati , il - 66 commenti

Pericolo populismo? Servi dei Rothschild? Amici di Soros? Reddito di cittadinanza per inebetire la mente dei cittadini? Qual è il motivo della vittoria dei 5 stelle? Semplice. Sono stati, fin da sempre, un vero partito di centro sinistra.

Se dovessimo paragonarli ad un partito della nostra storia costituzionale, dovremmo definirli non come un vero e proprio partito ma come un’intera coalizione: il Pentapartito. Unica differenza è che, certamente, il collante ideologico del Pentapartito fu l’anticomunismo, mentre quello dei 5 Stelle è tuttora l’antiberlusconismo(un tempo prerogativa del Pd).

Passiamo dunque alla disamina delle cause che hanno garantito la schiacciante vittoria dei pentastellati non solo nel sud Italia, come vogliono farci credere i disinformatori, ma nell’intera Penisola e che ha attivato immediatamente la macchina della disinformazione per impedire un loro ipotetico operato antisistema.

Il movimento 5 stelle. Storia dell’unico partito di centro sinistra

Correva il lontano 2014, anno della parabola del Governo Renzi. Giovane, audace, nemico giurato di Berlusconi, Renzi aveva costruito una sferzante campagna elettorale basandosi su tre capisaldi fondamentali:

a) il dinamismo; b) l’antiberlusconismo; c) la rottamazione delle vecchie logiche di partito.

Slogan, promesse, slide a tutto schermo, convegni, discorsi a favore dell’industria e del lavoro per i giovani: Renzi era, insomma, il leader più carismatico dell’allora Partito Democratico.

Dopo aver ”rottamato” le vecchie mummie del Pd, suscitando naturalmente qualche rigurgito di compatibilità(vedi D’Alema, vedi Bersani), il Governo sembrò avviarsi verso una strategia, dal punto di vista economico-internazionale, molto centrista. Numerose furono le privatizzazioni avallate dal Governo del Pd a favore dei mercati cinesi, e non mancarono strategici, ma letali, avvicinamenti tra Pd e Berlusconi.

L’inizio della fine. Il Pd meno elle

Le sanzioni contro la Russia, conseguenza dell’attrito internazionale per la lotta al terrorismo, imponevano un obbligo di assoluta obbedienza nei confronti dell’Europa da parte dei Paesi satellite. Se non fosse stato esplicito l’appoggio dichiarato da Berlusconi nei riguardi di Putin, ciò non sarebbe parso affatto un problema per Renzi.

Tuttavia, il quieto governare imponeva una mediazione con i grandi industriali finanche con lo stesso Berlusconi, e Renzi sbagliando, all’epoca, scelse l’Europa, con conseguente servilismo per i diktat atlantici europei. L’economia italiana subì di riflesso una diminuzione delle proprie esportazioni e si innescarono, in seno al Partito ed alle sue componenti, i primi paradossi dell’ideologia e delle politiche di Renzi.

L’avvicinamento iniziale a Berlusconi, nonostante la sbandierata avversione al Cavaliere, e di colpo l’abbandono di ogni iniziativa di politica estera, segnarono enormemente la credibilità del Pd, il tutto a vantaggio dei 5 Stelle che uscirono rafforzati dalle numerosi votazioni che conobbero, a seguire, uniti nel voto Pd e polo Berlusconiano(in chiave prettamente anti grillina).

Arrivano il Penta Partito: il Penta Stellato

L’occasione imperdibile per i 5 Stelle si presentò con la proposta del referendum inerente la diminuzione del numero dei senatori e la trasformazione in senso presidenzialista del sistema di governo italiano. La bozza scritta in modo molto articolato e priva di un vero indirizzo politico aveva il chiaro obiettivo di tranquillizzare i centri di potere d’oltreoceano: attuando uno dei punti sanciti dal piano di rinascita democratica di Licio Gelli, manovra che nemmeno Berlusconi ebbe ad attuare, Renzi sperava di conquistare il beneplacito assenso dei ”big” transnazionali, dimenticando tuttavia che una parte minoritaria del consenso, al giorno d’oggi, viene pur sempre dal basso e non dall’alto dei mercati e delle ambasciate statunitensi.

I timori di una scivolata in senso personalistico del partito vennero captati dallo stesso Pd che vide chiaramente la personificazione di una tematica che non riguardava esclusivamente Renzi in una lotta del ”o me o loro”.

I 5 stelle e Berlusconi passarono così all’offensiva mentre Renzi, a seguito della sconfitta, ebbe il suo ben servito con il risultato del 40 contro il 60 per cento, nonostante la super rincorsa agli sponsor (anche un po’ patetica) per pubblicizzare la sua visione del referendum.

Lo sbandierato risultato del 40% dei consensi altro non fu che un voto nei riguardi di una riforma sentita, parzialmente, come necessaria da parte degli italiani, ma che nulla ebbe a che vedere con il personaggio fiorentino che pagò non solo per la personalizzazione del referendum ma, e soprattutto, per l’assurdità della proposta avanzata in un contesto di politica nazionale ed internazionale del tutto fuori luogo.

L’avvicinamento ”ideologico”(meglio dire di convenienza) tra Pd e Berlusconi in chiave anti 5 Stelle successivo al referendum rappresenterà la spallata finale che spianerà completamente la strada ai grillini e che li stimolerà nella trasformazione da semplice movimento di protesta a vero proprio partito d’opposizione.

Dal populismo all’europeismo. La sottile strategia dei Cinque Stelle

La formazione embrionale del Movimento 5 Stelle risale al 2005, anno della sua composizione genetica. All’epoca, non esisteva ancora nessuna chiara idea di ”movimento”, poiché era attiva l’interazione degli ”Gli amici di Beppe Grillo”: un social network meetup che aveva l’obiettivo di ”stare insieme e condividere proposte per un mondo migliore”. Dai meetup si passò ai gruppi di lavoro con argomenti quali ”tecnologia e innovazioni”, ”ufficio stampa-comunicazione”, ”consumo critico”, ”studio moneta”, ”no inceneritori” per giungere all’ideazione dei noti ”Vaffanculo day”, V-day e V-day 2, giornate di mobilitazione per la raccolta firme atte alla presentazione di una legge che impedisse la candidatura in parlamento di condannati penali o di parlamentari che avessero ricoperto cariche per più di due legislature. Sono questi gli anni del fervido antiberlusconismo che ha animato dalla base il movimento.

La movimentazione pentastellata popolare si è cementificata nel più sfrenato antiberlusconismo, generando da questa la sua attuale classe dirigente(Di Battista, Paola Taverna, Luigi Di Maio).

Il Movimento 5 stelle inizierà da questo momento in poi la propria percezione di partito di centro sinistra, in opposizione al ”Pd meno elle” e alla sua informale coalizione con Berlusconi, che sfiducerà gli elettorali di sinistra e di estrema destra a discapito prima di un notevole astensionismo e poi di un voto di protesta nei riguardi nell’alveo a 5 Stelle.

Il Pentapartito a 5 stelle

L’interazione tra candidato e cittadino, che è alla base dell’idea di democrazia diretta che differenzia i 5 stelle dalle altre macchine di partito, si è mantenuta tale ed attiva a causa della lenta evoluzione del Partito Democratico.

L’adozione di una strategia comunicativa simile a quelle dei 5 stelle successivamente da parte di Renzi ha sì limitato l’endemica emorragia di voti dalle sue fila, ma non ha cauterizzato la fuga degli iscritti e tanto meno la crescente sfiducia nei confronti della politica di fanta sinistra. Imitare i 5 Stelle ha posto un freno alla fuga di sostenitori, ma non si è configurata come un’autentica soluzione.

Stesso discorso vale per Berlusconi che ha adottato una strategia molto simili a quella dei 5 Stelle sullo spunto offerto dal Senatore Antonio Razzi e dal suo ”fatti i cazzi tuoi”. Un registro comunicativo scurrile, giovanile e goliardico ha dolcemente accompagnato la rovinosa caduta di Forza Italia, tamponando lentamente, attraverso campagne di pagine facebook umoristiche, il suo deflusso elettorale. A nulla è servito puntare sulla comunicazione del mondo giovanile di internet, terreno da tempo monopolizzato dall’informazione alternativa di Grillo, tanto che Pd e Forza Italia hanno dovuto cedere il passo ai due maggiori partiti mainstream: Lega e Movimento.

5 stelle primo partito

L’elezione a primo partito d’Italia risale al 2013, quando con il 25% dei consensi il M5S segnò un’inaspettata svolta nel panorama politico italiano, nonché la necessità di adottare una conformazione partitica adeguata all’occasione.

La prospettiva di un governo a cinque stelle, da lì a 5 anni, impose alcuni cambiamenti graduali che immediatamente vennero messi in moto:

a)La presa di distanza tra eletti ed elettori, sullo stile del centralismo democratico;

b)Una più ferrea strategia comunicativa;

c)Un programma più definitivo;

d)Una flessibilità nei confronti delle lobby e degli equilibri europei, che impose l’adozione e la definizione di correnti e di sezioni già esistenti all’interno del movimento, molto popolari ed ognuna adatta allo scopo.

La corrente Di Maio

La corrente Di Maio, flessibile, dialogatrice, atta al colloquio con le lobby di potere, sembra piombare dal nulla. Eppure, ha radice ben lontane.

Le fantomatiche ”Lobby”, centri di potere più o meno legali e da sempre influenti in politica nazionale, per un’aspirazione di governo a 5 stelle non si possono eliminare, ma solo regolarizzare. E’ dunque necessario dovervi dialogare, rassicurarle e stabilirvi un equilibrio di interazione. Questa lezione di compromesso era ben nota a Grillo, Casaleggio e ad Aldo Giannuli (teorico ed esperto di politica vicino al Movimento) che hanno da sempre ritenuto logico mantenere aperta ogni possibilità di interazione con i mondi degli ‘arcana’. Illogico sarebbe apparso continuare sulla strada di quel populismo antieuropeo, vera e propria battaglia contro i mulini a vento.

L’epoca del ”fuori dall’euro” mirava alla creazione dello zoccolo duro dei pentastellati, di quella base di fedelissimi che uno volta abbracciato il credo a 5 stelle non avrebbero mai, nonostante i dubbi o i ripensamenti, abbandonato le proprie convinzioni.

L’onestà, la volontà di cambiare le cose, la lotta alla corruzione sono i dogma tuttora vigenti e attraverso i quali il Movimento continua ad acquisire consensi. Conflitto d’interessi, inasprimento delle pena per corruzione, aggravanti per associazione mafiosa sono nervi scoperti che sia i partiti di destra che quelli di sinistra non vogliono per nulla al mondo solleticare, poiché distruggerebbe le fondamenta illegali sulle quali si fondano politicamente ed economicamente i maggiori partiti di governo.

Le contraddizioni dei 5 stelle appaiono dunque ben poca cosa nei confronti delle ipocrisie degli altri partiti, perché il parossismo dei pentastellati si presta meramente come una necessaria contraddizione in termini tecnici, derivante dalla trasformazione del Movimento prima in partito d’opposizione e poi di Governo. Le contraddizioni degli altri partiti come Forza Italia o Partito Democratico si configurano invece come un’ingiustificabile ipocrisia priva di spiegazioni agli occhi dei loro stessi elettori che preferiscono abbandonare il precedente credo e votare, seppur per protesta, i candidati dei 5 Stelle.

La corrente di Battista

La seconda corrente, quella meno diplomatica, è incarnata da Alessandro Di Battista, unico membro della camera che ebbe il coraggio di invitare, ai tempi della conduzione di Michele Santoro, l’esponente del Pd Lia Quartapelle a votare per il riconoscimento dello Stato dello Palestina e a troncare ogni rapporto con le lobby armamentarie che imponevano l’acquisto dei caccia F35.

La corrente Di Battista è la seconda componente del movimento 5 Stelle: l’anima, per così dire, complementare alla ratio della ”diplomazia” accondiscendente Di Maio.

Diretto, esplicito, provocatore, non amante dei compromessi, irrinunciabile accusatore di tutto ciò che non si può nominare, Di Battista si inscrive come naturale continuatore di ”capo popolo” dei 5 Stelle. Simile a Grillo, ma più spontaneo nelle affermazioni di piazza, Di Battista è il chiaro successore di un Grillo meno comico ma più politico, congiunzione tra l’elettorato, gli indecisi, e il partito. Figura di riferimento per molti giovani, la corrente Di Battista convoglia in sé l’ala più interventista ed estremista, quella per intenderci da ”Movimento”, con la mediazione dell’ala di ”Partito”, quella di Di Maio. Naturalmente, utile e proficuo è il ruolo dei restanti parlamentari che, sulla base di ciascun orientamento, riescono a riportare negli argini delle maggiori correnti le componenti delle rispettive simpatie.

Il fallimento dei media tradizionali e delle campagne di fango

La strategia dei 5 stelle è risultata dunque vincente. La durezza acquisita nei confronti dell’immigrazione, della ricerca di onestà, dell’abolizione dei privilegi ha maturato i suoi frutti in un contesto quale quello italiano esasperato dalla crescente divisione tra i sempre più ricchi ed i sempre più poveri. Passando da un eco-socialismo dei primi tempi ad un nazional-sussistenzialismo, il Movi-Partito 5 Stelle ha potuto conquistare in tempi record il 33 per cento dei consensi, permettendo la riabilitazione di un elettorato inattivo per le precedenti tornate elettorali e l’ingente incremento del proprio elettorato.

Se dovessimo paragonare il Movimento ad un partito, abbiamo già enunciato ad inizio testo che lo si dovrebbe paragonare alla coalizione Pentapartitica della prima Repubblica, in virtù della sua frammentata componente e della sua particolare eterogeneità. Il segreto dunque del Partito 5 stelle risiede nell’opposizione, non partitica o politica, ma ideologica nei confronti dell’intrinseca corruzione italiana, dei suoi malfunzionamenti, della sua mala politica; inefficienze che gli permette giorno dopo giorno, elezioni dopo elezioni, di riscontrare come veritiera ogni sua denuncia, ogni sua accusa e di accrescere la sua influenza.

La comunicazione adottata, i temi trattati, si discostano nettamente dai precedenti partiti parlamentari, poiché proprio da questi i 5 Stelli hanno saputo prendere le distanze autodefinendosi in un recinto privo di definizioni e di ricollocazioni ideologiche.

Il taglio degli stipendi, la pluralità delle correnti, le tematiche affrontate vanno contro ogni schema personalistico e d’interesse, contribuendo alla simpatia nei confronti non solo di Grillo, ma di Di Maio, Di Battista, di esponenti, leader, proposte che permettono all’elettorato di confluire all’interno del Penta-Stellato, del suo programma, e della sua non definita ”conformazione” di idee e non-ideologie.

Quindi, qual è il segreto dei 5 Stelle? E’ l’esatto contrario di ciò che sono gli altri partiti:

1. La sua logica centrista alternativa di pseudo destra o di centro sinistra;

2. Il suo equilibrio e il suo adattarsi agli schemi di politica nazionale ed internazionale;

3. Il suo moralismo di base anche, alle volte, giustizialista;

4. Il populismo positivo delle correnti complementare al moderatismo delle sue direzioni.

I 5 Stelle, per concludere, rappresentano nell’effettivo la rivincita morale di un vero partito privo di ideologia della prima Repubblica: il capolavoro dell’attuazione della questione morale politicizzata, incarnata in un partito di massa, mainstream e populista. I 5 Stelle, insomma, recuperano l’identità di una cultura dell’adattamento e dell’equidistanza, commistione tra Dc e Pci, in una base socialista che renderebbe fieri i vari Balzamo, Almirante, Moro, Nenni e Berlinguer(ciò non dovrebbe stupire se si pensa che Grillo proviene per formazione da quel periodo).

Quando finiranno i 5 stelle?

I 5 stelle conosceranno sconfitta solo quando anche gli altri partiti cesseranno di essere macchine burocratiche, e decideranno di abbracciare una definizione che si discosti nettamente da quelle personalistiche, serviliste e gerarchiche di partito.

Un’infiltrazione di Berlusconi nei 5 Stelle, attraverso un appoggio indiretto e subliminale dei media canonici di Forza Italia, frantumerebbe la destra odierna privandola della sua attuale caratterizzazione di ‘coalizione’, ma condizionerebbe grandemente i 5 Stelle. La politicizzazione delle fila di destra di base verrebbe gradualmente meno in vista di un possibile ed immediato appoggio ad un governo di emergenza, ma sottrarrebbe definitivamente vigore alla fastidiosa interferenza del Pd.

L’assorbimento di un partito corrotto della prima Repubblica, e avverso alla questione morale come Forza Italia, in un’organizzazione che della questione morale ha fatto il suo caposaldo ripulirebbe buona parte dell’elettorato di F.I. e snaturerebbe lo stesso Partito di Di Maio, che da qui ad un quinquennio potrebbe subire un’inaspettata svolta in senso social democratico e perdere gli attuali connotati che lo contraddistinguono dall’amalgama parlamentare italiana. Tuttavia, ciò potrebbe garantire la creazione di un partito sovrano, avulso da eccessivi condizionamenti europei, in grado di trattare con l’Europa, o, nel caso opposto, diluire gli estremismi del Movimento provvedendo alla rinascita di un partito populista di pseudo destra in grado di inabissare definitivamente ogni tentativo di riacquistare la perduta sovranità politica e monetaria.

Il tutto dipende, come sempre, da Berlusconi.

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