Più tasse e la spesa aumenta

Di Federico Punzi , il - Replica

Nelle loro relazioni sulla manovra illustrate stamattina alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, e il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, confermano tutti gli aspetti negativi delle ultime manovre di finanza pubblica, le ultime due del governo Berlusconi ma anche la prima del governo Monti: rilevanti e pericolosi effetti recessivi; troppo squilibrate sul lato delle entrate, mentre i tagli alla spesa sono pochi; scarsa attenzione alla crescita.

Fin troppo ottimistiche le stime di Visco riguardo l’impatto della manovra su Pil e pressione fiscale. In assenza di veri e propri shock riformatori, soprattutto fiscali (ma ordinamentali, non agendo sulla deducibilità), l’effetto recessivo di questa manovra (60 miliardi in tre anni quasi solo di più tasse) sarà ben maggiore di «mezzo punto percentuale nel prossimo biennio». Potrebbe in realtà superare il punto percentuale. E appare davvero difficile che la pressione fiscale, che già si prevede salirà al 44,5% per effetto delle precedenti manovre, si contenga «intorno al 45%». Considerando anche una più marcata contrazione del Pil di quella attualmente stimata, e senza interventi compensativi sulle aliquote che gravano su lavoro e imprese, non mi stupirei se superasse il 46%.

Il problema è che esattamente come le altre manovre anche quella dei “tecnici”, conferma il governatore Visco, «si concentra per circa due terzi sulle entrate» piuttosto che sui tagli. Nulla invece per superare il vero ostacolo alla crescita, il cosiddetto cuneo fiscale, che «in Italia supera la media degli altri Paesi dell’area euro di 5,5 punti percentuali». In linea le valutazioni della Corte dei Conti, la quale mette in guardia da quella che potrebbe definirsi come la sindrome greca: non si può sottovalutare «il rischio che il ricorso prevalente a manovre che impiegano lo strumento fiscale concorrano a determinare una spirale negativa, nella quale dosi sempre maggiori di restrizione sono imposti proprio dagli impulsi recessivi che vengono trasmessi all’economia».

Anche per la Corte dei Conti la manovra del governo Monti risente dei difetti imputati a quelle dei suoi predecessori:

«I tagli strutturali della spesa, se si escludono quelli di grande rilievo del sistema pensionistico, sono insufficienti. Si misura qui la difficoltà del passaggio dal metodo dei tagli lineari a criteri di selezione della spesa pubblica più accorti e mirati e che va perseguito con impegno, rafforzando le iniziative di implementazione degli indirizzi di spending review».

Dunque c’è di più: dagli odiati «tagli lineari» siamo passati a niente tagli. Almeno sulle reali intenzioni dei nemici dei tagli lineari aveva ragione Tremonti, come purtroppo temevamo. La conseguenza è che la riduzione del deficit programmata fino al 2014, certifica la Corte dei Conti, «sarebbe conseguita solo per l’aumento imponente delle entrate (circa 120 miliardi)». Non solo senza tagli, quindi, ma «nonostante un ulteriore aumento del livello della spesa pubblica (più 45 miliardi)». Il che conferma che finché continueremo a pagare più tasse lo Stato continuerà ad ingrassare e i nostri sacrifici risulteranno vani nel giro di pochi mesi. «Si tratta con tutta evidenza – ammette Giampaolino – di un trend già ai limiti della sostenibilità».

Infine, conclude la Corte, appare problematico recuperare tutto il gettito previsto dalla tassa dell’1,5% sui capitali scudati, in quanto almeno per gli importi più elevati «hanno avuto tutto il tempo di scomparire senza lasciare traccia». Ma il governo dei tecnici non doveva servire a risparmiarci questi dilettantismi? Evidentemente, ci sono sempre tecnici più tecnici di un governo dei tecnici.

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