Ragionare sull’Imu e sulla progressività delle tasse

Di L'indipendenza , il - 5 commenti

di MATTEO CORSINI

“Dall’esenzione totale dell’Imu, in grado di assicurare un risparmio medio di 227 euro ma dall’impatto fortemente regressivo: beneficio di 629 euro per chi ha un reddito oltre 120mila euro che si riduce drasticamente a 187 euro di media se il contribuente ha un reddito fino a 10mila euro”. In un articolo in cui venivano enumerate le diverse opzioni che i tecnici del ministero dell’Economia avrebbero elaborato in merito alla abolizione o rimodulazione dell’Imu, mi è capitato di leggere le parole che ho riportato, che penso siano grossolanamente erronee.

Prendendo per buoni i numeri contenuti in quell’articolo, a me risulta che 629 euro siano lo 0,52 per cento di 120mila, mentre 187 euro equivalgono all’1,87 per cento di 10mila. Come faccia a essere “fortemente regressivo” il risparmio connesso all’abolizione dell’imposta sulla prima casa, francamente mi sfugge. Al più si potrebbe ritenere regressivo il mantenimento dell’imposta nella sua attuale configurazione, ma non è un mistero che un’imposta patrimoniale, soprattutto quando colpisce un bene illiquido come un immobile, corra il serio rischio di essere regressiva se rapportata ai redditi dei contribuenti.

Gli estensori dell’articolo sembrano neppure troppo velatamente sottintendere che l’imposta andrebbe eliminata per chi percepisce redditi bassi; i “ricchi” continuino pure a pagare, magari con un aumento di aliquota per coprire il minor gettito prodotto a seguito delle esenzioni per i meno abbienti. Non voglio stare a discutere sulla natura in sé di questa come di altre imposte, che ritengo forme solo tecnicamente diverse tra esse di aggressione della proprietà dei cosiddetti contribuenti a opera dello Stato (centrale o nelle sue articolazioni territoriali, poco importa). Vorrei, invece – ma devo premettere che non sono un giurista – esprimere la perplessità che mi ha sempre suscitato la contraddizione che ritengo esserci tra due articoli della Costituzione (quella che, senza sentirsi neanche un po’ ridicoli, molti statalisti definiscono “la più bella de mondo”). Mi riferisco al secondo comma dell’articolo 53, che stabilisce che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività” e che, a mio avviso, contrasta con il primo comma del citatissimo articolo 3, secondo il quale “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Immagino già che mi si potrebbe far notare che il reddito non è compreso tra gli elementi in base ai quali non può essere fatta distinzione tra i cittadini, ai sensi dell’articolo 3. E’ certamente vero, anche se il reddito credo potrebbe essere incluso tra le “condizioni personali”. Immagino, peraltro, che i sostenitori della progressività delle imposte potrebbero ribattere con un lungo elenco di legalismi tesi a dimostrare che il reddito non sia una “condizione personale”, almeno nelle intenzioni dei costituenti. Resta il fatto che, nella sostanza e al di là di ogni legalismo, la progressività delle imposte comporta un trattamento diseguale dei cittadini in base al reddito, implicitamente stabilendo che chi percepisce un reddito più elevato (secondo parametri fissati arbitrariamente dal legislatore, peraltro) sia colpevole nei confronti dei suoi simili e, pertanto, debba essere punito mediante aliquote superiori. Il tutto senza tenere in considerazione che all’aumentare del reddito aumenterebbero anche le somme da pagare al fisco pur in ipotesi di imposte con aliquota proporzionale.

Per me questa è una dimostrazione del fatto che, al posto della “rule of law”, in Italia (e non solo, a dire il vero) vige la “rule of lawmakers” o, se si preferisce, la “law of rulers”. Insomma, la “legge” che fanno “loro”. E non credo sia un bel fatto.

da L’indipendenza

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