Ringraziamento e Utilità Marginale

Di Giampiero Giancipoli , il - Replica

di Gary North

Jennie A. Brownscombe. Il primo Ringraziamento a Plymouth (1914)

O rendete grazie al Signore, perché egli è buono, perché la sua bontà dura in eterno. O rendete grazie al Dio degli dèi, perché la sua bontà dura in eterno. O rendete grazie al Signor dei signori, perché la sua bontà dura in eterno1.” (Salmo 136: 1-3)

Questa espressione appare in molti dei Salmi, ma quando troviamo la stessa frase tre volte di fila, possiamo certamente concludere che lo scrittore cerca di mettere in evidenza un tema che ritiene davvero importante. Non conosco altro passaggio nella Bibbia dove una frase appaia tre volte in successione.

Il Giorno del Ringraziamento è una antica tradizione negli Stati Uniti. Le sue origini accertate risalgono alla Colonia di Plymouth, nell’autunno del 1621, quando i Pellegrini sopravvissuti al primo anno invitarono il capo indiano Massasoit a una festa, alla quale si presentò con novanta valorosi e cinque cervi. La festa durò tre giorni.

Il primo Giorno del Ringraziamento ufficiale fu celebrato il 29 giugno 1676 a Charlestown, in Massachusetts, sull’altra sponda del fiume Charles davanti a Boston. Più di un secolo dopo, il 23 ottobre 1789 George Washington proclamò un giorno di ringraziamento da celebrarsi il giovedì 26 Novembre. Nel 1863 Abraham Lincoln lo ripristinò ufficialmente come provvedimento in tempo di guerra. La festa è diventata da allora un tradizione americana.

Lincoln, religiosamente, è stato una bizzarra contraddizione. Scettico com’era, evocava nondimeno la retorica della Bibbia del Re Giacomo in molti suoi discorsi, con perizia e con acclamato successo. La sua retorica politica, che era stata profondamente influenzata dalla sua lettura di quella Bibbia, era molto spesso un capolavoro. Per esempio quando parlò del cimitero della battaglia di Gettysburg come “questo suolo santificato” – “this hallowed ground” – usando la parola della King James per santo – “hallow”, come in “hallowed be Thy name” (e da cui deriva la parola Halloween, NdT) egli cercava così di infondere a quel combattimento un significato sacro, un uso della terminologia religiosa tanto moralmente aberrante quanto retoricamente riuscito. Sono i sacramenti a essere sacri, non i monumenti alla sanguinosa distruttività umana. Nello stesso anno, nel 1863, egli usò ancora temi biblici nel suo annuncio del Giorno del Ringraziamento il 3 ottobre.

È dovere tanto degli uomini quanto delle nazioni ammettere la loro dipendenza dal potere supremo di Dio, di confessare i loro peccati e trasgressioni in umile contrizione, ma pure con la rinnovata speranza che quel genuino ravvedimento condurrà alla misericordia e al perdono; e di riconoscere la sublime verità, annunciata nelle Sante Scritture e dimostrata per tutta la storia, che sono benedette quelle nazioni il cui Dio è il Signore”.

L’annuncio continuava, nella tradizione puritana del sermone Geremiade, con l’attribuire la calamità della Guerra Civile ai peccati della nazione, opportunamente ignorando però quello che più di ogni altro aveva maggiormente contribuito allo scoppio di quel conflitto: la sua ostinata determinazione a esigere la tariffa nazionale dai porti del Sud.

Nel suo annuncio, Lincoln solleva una importante e accurata questione teologica degna di attenzione:

Noi siamo stati i beneficiari dei doni del Cielo, siamo stati custoditi, in questi molti anni, nella pace e nella prosperità. Siamo cresciuti in numero, in ricchezza e potere, come nessun’altra nazione abbia mai fatto. Ma abbiamo dimenticato Dio, abbiamo dimenticato quella mano benigna che ci ha custodito nella pace, ci ha moltiplicati, arricchiti e rafforzati, eppure abbiamo stoltamente creduto, nell’ingannevolezza dei nostri cuori, che tutte queste benedizioni sono state il frutto di una qualche nostra superiore saggezza e virtù. Inebriati da un successo ininterrotto, siamo diventati troppo autosufficienti per sentire la necessità della grazia che redime e preserva, troppo orgogliosi per pregare il Dio che ci ha fatto!

Questa osservazione ci conduce alla stessa domanda che Mosè si pose molto tempo prima dell’annuncio di Lincoln: Come è che gli uomini diventano sempre meno riconoscenti man mano che il loro benessere aumenta?

Solo pochi anni dopo l’annuncio, tre economisti ebbero la stessa intuizione che ci fornisce di una risposta.

La Teoria dell’Utilità Marginale

Agli inizi degli anni ’70 del XIX secolo, Carl Menger, William Stanley Jevons e Leon Walras scoprirono contemporaneamente e indipendentemente il principio dell’utilità marginale, scoperta che trasformò per sempre l’analisi economica.

Essi notarono che il valore, come la bellezza, è determinato soggettivamente. Il valore è imputato – un familiare concetto teologico Calvinista – dall’agente individuale alle risorse scarse . A parità di condizioni, compresi i gusti, l’individuo imputa meno valore a ciascuna unità addizionale di qualunque bene che riceve come provento. Questo è il principio dell’utilità marginale.

Questo si può esprimere in altre parole: possiamo dire che ciascuna unità addizionale di qualsivoglia risorsa che una persona riceve come provento soddisfa un valore che si trova in un gradino più basso nella sua scala soggettiva del valore. Il valore immediatamente superiore è stato soddisfatto dalla precedente unità ricevuta.

Questo ci offre una soluzione preliminare alla questione originale, che chiamerò l’utilità marginale decrescente della riconoscenza. Le persone guardano al valore di quello che hanno ricevuto qui e ora, e con un impressione inferiore a quella avuta dalla precedente unità ricevuta. Si concentrano sull’immediato: “Cosa hai fatto per me, di recente?”, piuttosto che sul livello aggregato del loro capitale esistente. La loro conclusione è: “Il passato è passato, ciò che importa ora è quello che arriverà in seguito”.

La moderna teoria economica sconta il passato con valore zero; il passato non c’è più, non ha più a che vedere con l’azione umana, qualunque cosa tu abbia speso per giungere alla tua presente condizione nella vita non è più una questione di azione umana. L’economia chiama questo mondo andato perduto “costi irrecuperabili”.

Ma dietro questo modo di pensare si cela un serio problema: quello di dire Grazie. Noi insegniamo ai bambini a dire “Grazie”, ma non diciamo loro di farlo perché così potranno avere maggiori possibilità di ottenere un altro dono nel futuro, glielo insegniamo semplicemente come forma di educazione.

Sono sicuro che ci sarà da qualche parte qualche economista della Scuola di Chicago pronto a spiegarci le buone maniere come una forma di autointeresse: “ottenere di più nel futuro a fronte di una minima spesa di risorse economiche scarse”. Devo ammetterlo, le persone che non dicono mai “Grazie” tendono in effetti a ricevere meno doni. O per dirla come Mosè: “…e tu dica nel tuo cuore: ‘il mio potere e la mia forza mi hanno procurato queste ricchezze’. Ma tu ricorderai il SIGNORE tuo Dio, perché è lui che ti dà il potere di ottenere ricchezza, perché egli possa confermare il suo patto che ha giurato ai tuoi padri, come in  questo giorno.” (Deuteronomio 8:17-18). Mosè aggiunge tuttavia una clausola “altrimenti”: “E avverrà che, se tu ti dimenticherai completamente del SIGNORE tuo Dio, e andrai dietro ad altri dei, e li servirai, e li adorerai, Io testimonio contro di voi in questo giorno che voi certamente perirete” (verso 19). Gary Becker l’avrebbe senza dubbio espresso in maniera differente, ma se parliamo di minori proventi futuri il succo rimane lo stesso: più bassi, e forse ancor più bassi.

Il problema è che noi guardiamo al presente, non al passato. Guardiamo all’unità marginale, l’unità del processo decisionale economico, e non all’aggregato che abbiamo accumulato. Noi assumiamo che tutte le cose che già possediamo ce le siamo ben meritate, e focalizziamo pertanto la nostra attenzione alla successiva tanto agognata unità di reddito.

Come attori economici, dovremmo riconoscere che la ragione per cui noi allochiamo la nostra più recente unità di reddito con una soddisfazione posta più in basso nella nostra scala di valori è perché possediamo così tanti beni da esser travolti dalla prosperità. Noi siamo i beneficiari di un ordine sociale fondato sulla proprietà privata e il libero scambio, un ordine sociale che ha reso le persone della classe media ricche ben oltre le più rosee aspettative dei sovrani di un secolo e mezzo fa. O come ha osservato P. J. O’Rourke, “Quando ricordate ai bei tempi andati, pensate a una sola parola: dentista”.

Circa la metà dei Pellegrini che giunsero a Plymouth nel 1620 l’anno successivo erano morti. Furono gli Indiani a salvare la colonia, mostrando ai sopravvissuti del primo inverno cosa e come coltivare nella primavera del 1621. I Pellegrini avevano ben donde di rallegrarsi in quella festa, perché furono fortunati – graziati avrebbero detto – a essere ancora vivi.

E lo siamo anche noi. Ludwig von Mises scrisse da qualche parte (mi piacerebbe poter ricordare dove) che Charles Darwin si era sbagliato. Il principio della sopravvivenza del più adatto non si applica all’ordine del libero mercato. In questo, la divisione del lavoro ha permesso di sopravvivere a milioni, oggi miliardi, di persone che sarebbero altrimenti perite.

Perciò, rendete grazie a Dio domani, quand’anche il vostro unico dio fosse il libero mercato. Non avete ottenuto tutto quello che possedete solo da voi stessi. Non ve l’ha assicurato il potere delle vostre mani. Un pizzico di umiltà è di rigore in questo speciale giorno dell’anno. Sì, quand’anche aveste conseguito la vostra laurea all’Università di Chicago.

http://www.lewrockwell.com/2000/11/gary-north/thanksgiving-and-marginal-utility/


 1“Rendete grazie”, nell’inglese della King James che North cita. Tutte le versioni italiane hanno “Celebrate”.

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