Spazzate via le stime ultra-ottimistiche di Monti

Di Federico Punzi , il - Replica

«Lo scenario globale è ulteriormente peggiorato. E in Italia la diminuzione del Pil proseguirà» anche nella seconda metà del 2012, seppure con «qualche timido segnale di rallentamento della flessione a partire dall’estate inoltrata». Ma nessuna ripresa entro l’anno. Lapidarie le conclusioni dell’analisi mensile del Centro studi di Confindustria. Quello prospettato è uno scenario coerente con la previsione sul Pil annuo che l’associazione degli industriali ha già diffuso e che tanto ha fatto discutere: quel -2,4% che ha contribuito all’irritazione di Palazzo Chigi per le uscite del numero uno di Viale dell’Astronomia, Giorgio Squinzi. In netto contrasto, infatti, con le stime contenute nel Def di aprile. Il calo dell’1,2% e la ripresa nel 2013 (+0,5%) previsti dal governo sono ormai le stime di gran lunga più ottimistiche rimaste in circolazione, vere e proprie chimere. Sarebbe già incoraggiante se la riduzione del Pil quest’anno si fermasse alle stime indicate da Banca d’Italia e Fmi (-1,9%). Perché si realizzi questa ipotesi la riduzione del prodotto nel II e nel III trimestre dell’anno dovrebbe essere inferiore a quella del I, cioè non andare oltre lo 0,5 e lo 0,4%, e arrestarsi del tutto nel IV (0,0).

Anche dall’andamento del Pil dipende il raggiungimento o meno degli obiettivi di bilancio. Con una perdita dell’1,9%, prevede l’Fmi, il deficit passerebbe dal 2,4% del 2012 all’1,5% nel 2013. Niente pareggio di bilancio nel 2013, dunque, come invece prevede il governo. E il debito, anziché cominciare a calare, continuerebbe a salire: dal 123,4% di quest’anno al 123,8% del prossimo, riuscendo a scendere sotto quota 120 solo nel 2017.

Sembra ormai non più a portata di mano l’ipotesi Monti. Perché si verifichi, infatti, già nel II trimestre il calo del Pil dovrebbe quasi arrestarsi, per poi diventare positivo già dal III (-0,2 +0,3 +0,3). Dati peggiori di -0,2% nel II trimestre sarebbero incompatibili con un -1,2% annuo. L’ottimismo delle stime governative si deve a due fondamentali errori di valutazione: aver sottovalutato l’impatto recessivo di una politica di rigore concentrata su aumenti di tasse piuttosto che su tagli alla spesa; e l’aver sopravvalutato sia l’effetto delle misure per la crescita e delle riforme – scarse le prime e troppo timide le seconde – sia la benevolenza dei mercati. I tassi d’interesse, infatti, continuano ad essere troppo alti per poter favorire una ripresa. Il calo dello spread che mesi fa ha convinto il premier a sbilanciarsi in giudizi troppo ottimistici (crisi «quasi superata»), era dovuto alle operazioni di prestito della Bce. In realtà, la sfiducia sul sistema Italia e sul sistema euro era pressoché immutata, come si è visto nelle ultime settimane, e d’altra parte era irragionevole ipotizzare che la fiducia potesse tornare in così breve tempo, a fronte di riforme strutturali insufficienti, quando non del tutto assenti.

Del tutto fondato, quindi, il pessimismo di Confindustria, e di quanti, tra cui chi scrive, si spingono ad ipotizzare nel 2012 un calo del Pil più vicino al 3%. Perché si realizzi il -2,4% di Confindustria è sufficiente che in tutti e tre i rimanenti trimestri si registri un calo simile a quello del I (-0,8% -0,7% -0,7%). Il 7 agosto il giorno del giudizio, quando l’Istat renderà nota la stima preliminare sul II trimestre. Se inferiore al -0,8% del I trimestre, sarà compatibile con le stime Fmi/Banca d’Italia (-1,9%); se sarà uguale o superiore, vorrà dire che ci avviamo verso l’ipotesi di Confindustria o peggio (-2,4%/-3%).
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